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    Il Partito Comunista Cinese celebra il 100° anniversario

    Nei circa 3 anni da quando ho iniziato a scrivere queste colonne rievocative di eventi storici ed economici ho dedicato 5 articoli a diverse sfaccettature della Cina… li ricordo a chi fosse interessato a leggerli o rileggerli per approfondire l’argomento: 09/2018, 06/2019, 08/2020, 02/2021.

    E come ignorarla?

    Il colosso asiatico di 1.400 milioni di abitanti è in impetuosa ascesa politica, scientifica, militare ed economica, vanta già il secondo prodotto interno lordo mondiale e contende agli Stati Uniti il ruolo di potenza egemone planetaria.

    Inevitabilmente l’attenzione degli osservatori internazionali si è appuntata sul 100° anniversario del Partito Comunista Cinese, fondato a Shanghai nel 1921, celebrato con una spettacolare liturgia alla fine di giugno.

    Il PCC con 95 milioni di iscritti è la più grande e più possente organizzazione politica del pianeta, capillarmente diffusa con i suoi Comitati in tutti i gangli economici, militari, giudiziari e produttivi della società nazionale, nei quali inietta l’ideologia di cui è la fucina e dai quali esige obbedienza. Inoltre il Comitato centrale del PCC sceglie i 7 membri del Comitato permanente dell’Ufficio Politico – chiamato in breve il Politburo –  e soprattutto il Segretario del Partito, che detiene anche la massima e più importante carica dello Stato: il Presidente della Repubblica, attualmente ricoperta da Xi Jinping, ideologo della versione aggiornata e adattata – riassunta nello slogan della “Grande Rinascita Nazionale” – del marxismo-leninismo, tuttora il fulcro ispiratore del Partito e dello Stato.

    Prima di proseguire il racconto, per inquadrare il personaggio del potentissimo Segretario del Partito e Presidente della Repubblica popolare cinese è opportuno un breve accenno al suo passato: Xi Jinping è per così dire figlio d’arte, essendo stato suo padre un altissimo dirigente del partito comunista dei “tempi eroici” di Mao Zedong, poi caduto in disgrazia, epurato e imprigionato durante la “Rivoluzione culturale” patrocinata dal “Grande Timoniere” della Rivoluzione, come allora era chiamato Mao, durante la quale lo stesso Xi fu marchiato come uno dei “giovani viziati” delle città e spedito a “rieducarsi” lavorando come bracciante in campagna.


    Proprio queste drammatiche esperienze personali e familiari fecero ipotizzare ad alcuni, quando Xi fu eletto Segretario del Partito, un suo atteggiamento “revisionista”, ma la previsione è stata smentita dai fatti: Xi Jinping è rimasto essenzialmente un marxista-leninista puro e duro, che giunto al potere ha voluto rafforzare il controllo del Partito e del governo centrale sulle amministrazioni periferiche reprimendone le spinte centrifughe.

    Alla fine di giugno si è svolta la trionfalistica celebrazione del 100° anniversario del PCC, organizzata dal primo ministro Li Keqiang ed in cui Xi Jinping, intervenutovi come ospite, ha pronunciato un lungo (oltre 5.000 parole nella traduzione ufficiale in inglese) e duro discorso, presentandosi alla tribuna nella giacca grigia in stile militare con colletto alto e due tasche sul davanti tipica della tradizione maoista, abitualmente indossata da Mao Zedong ed in cui il “Grande Timoniere” compare anche nella celebre effigie che tuttora domina la Piazza Tiananmen: una scelta significativa per sottolineare il legame con la tradizione, il cui messaggio non è sfuggito agli osservatori.

    Per inciso, analoghe cerimonie si sono svolte non solo in tutte le principali località cinesi, ma anche nelle due regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao, per rimarcarne lo stretto legame con la madrepatria.

    Nel suo intransigente discorso durato circa un’ora Xi Jinping ha ammonito, rivolgendosi evidentemente agli Stati Uniti pur senza nominarli, che la Cina non tollererà “prediche ipocrite” (riferendosi probabilmente alle accuse di opacità sull’origine della pandemia che ha sconvolto il mondo) e che “chiunque tenti di intimidirci, opprimerci o sottometterci dovrà fare i conti con la Grande Muraglia d’acciaio formata da 1.400 milioni di cinesi”, in questo caso verosimilmente alludendo al sostegno politico e militare statunitense a Taiwan, che si proclama indipendente ma che Pechino considera una provincia ribelle che prima o poi, con le buone o con le cattive, dovrà essere ricondotta all’ovile della madrepatria.

    A questo riguardo Xi Jinping ha affermato con forza “la decisione irremovibile” di Pechino di riunificare politicamente Taiwan al continente, e che “nessuno deve sottovalutare la determinazione, la volontà e la capacità del popolo cinese di difendere la propria sovranità nazionale ed integrità territoriale.”

    Un altro punto cruciale del discorso di Xi Jinping è stata la riaffermazione del ruolo centrale del partito comunista nella vita nazionale: “Solo il socialismo può salvare la Cina e solo un socialismo con caratteristiche cinesi può farla crescere”, alludendo con ciò alla riforma economica con cui da tempo il colosso comunista ha adottato un paradossale “dirigismo di mercato”.

    Xi ha anche significativamente affermato che per un Paese forte sono necessarie forze armate possenti e in grado di garantire la sicurezza nazionale ed ha lodato i “successi indiscutibili” dell’Esercito Popolare di Liberazione, definendolo un “solido baluardo” della difesa del Paese, della salvaguardia dei suoi interessi e del suo sviluppo non solo in patria ma anche nel continente asiatico “e oltre”.

    Infine, rivolgendosi alla platea fisica e radiotelevisiva con gli appellativi di “Compagni e amici”, Xi Jinping ha lodato lo sforzo dell’intero popolo cinese per la creazione di un “mondo nuovo”: “Un secolo fa la Cina era in declino e in decadenza… oggi ci mostriamo al mondo come una nazione prospera, che avanza irresistibilmente vero la propria rigenerazione… nell’ultimo secolo il Partito comunista cinese ha realizzato traguardi storici per il bene del nostro popolo, che oggi guida all’inizio di nuovo percorso verso il suo secondo centenario…

    Viva il nostro grande, glorioso e giusto Partito!

    Viva il nostro grande, glorioso ed eroico Popolo!”.

    Parole e toni impressionanti per la veemenza e determinazione di un leader (che definirei nazionalcomunista), che in otto anni di potere ha cementato il suo ruolo abolendo i limiti temporali di mandato, instaurando un nuovo culto della personalità e rifiutando di nominare un successore.

    L’innegabile decollo della Cina nell’ultimo secolo, e particolarmente negli ultimi decenni, è il frutto di pesantissimi e inenarrabili sacrifici della popolazione, che probabilmente noi in occidente non riusciamo nemmeno a concepire e probabilmente nemmeno saremmo più capaci di compiere, ma come dicevo all’inizio, grazie a quegli sforzi oggi il colosso asiatico può contendere agli Stati Uniti il ruolo di potenza egemone planetaria, obiettivo che probabilmente centrerà entro qualche decennio, ovviamente non solo per merito proprio ma anche – e anzi direi soprattutto – per demerito dei suoi avversari.

    Di fronte alla crisi dell’occidente, che è principalmente una crisi morale e di identità, alle sue pastoie e complessità autoinflitte ed alle sue indecisioni e lacerazioni interne, ormai apparentemente insanabili, fra opposti gruppi di tutela dei più bizzarri e microscopici interessi, agli occhi di alcuni la Cina si propone come un modello di autoritarismo efficiente, che sa porsi, perseguire con determinazione e realizzare gli obiettivi importanti.

    Inoltre ormai quasi non esiste Paese al mondo senza una consistente immigrazione di cinesi, che grazie alla loro intelligenza e laboriosità vi conquistano immancabilmente posizioni economiche e sociali di primo piano e che, come so per lunga conoscenza diretta, in alcuni Paesi asiatici sono anche politiche.

    Ricordo un aneddoto apparentemente insignificante, ma che a me non sembra tale e che mi è rimasto impresso: una decina di anni fa per tre anni passai con la famiglia il mese di luglio in un paesino marino di 3.000 abitanti in Calabria, che mi era stato suggerito da una mia conoscente: un posto non turistico, che mai avevo sentito nominare prima e che posso tranquillamente definire sconosciuto e remoto… eppure anche lì con mio stupore trovai un bazar gestito da una famiglia cinese.

    Mi chiesi perché mai avessero preso la decisione sicuramente difficile di trasferirsi proprio in quel paesino sconosciuto e sperduto della Calabria per iniziarvi una nuova vita e investirvi il loro capitale, in un ambiente diversissimo e per loro in capo al mondo… eppure contro ogni logica erano lì… mi diedi una spiegazione ipotizzando, ovviamente senza nessuna prova, l’esistenza di una capillare “centrale mondiale di smistamento” della diaspora cinese, che magari a suo tempo, quando la grande madrepatria la chiamerà a raccolta, farà sentire ovunque il suo peso… sto facendo fantapolitica…?

    Può darsi… o forse no.

    Sta di fatto che la Cina è in impetuosa ascesa mondiale, ma proprio per questo i suoi avversari stanno prendendo coscienza della nuova minaccia.

    La chiave strategica di questa nuova situazione potrebbe essere il Dialogo Quadrilaterale per la Sicurezza (Quadrilateral Security Dialogue, detto in breve Quad), per il momento non ancora un’alleanza militare ma solo un accordo strategico polivalente da tempo esistente tra Stati Uniti, Giappone, Australia e India, che però recentemente è stato riattivato e in tempi relativamente brevi potrebbe consolidarsi militarmente in funzione anticinese… eventualmente con l’aggiunta delle Filippine, che con la Cina hanno un contenzioso aperto per il possesso di alcune isole, e soprattutto di Taiwan, vera spina nel fianco del governo comunista continentale, a cui la vicinissima isola ribelle si oppone come alternativa politicamente pluralista ed economicamente capitalista.

    Ma soprattutto i Paesi dell’area hanno acquisito la nuova consapevolezza che l’ombrello degli Stati Uniti, impegnati su più fronti tra loro geograficamente molto distanti, potrebbe non essere eterno, e che per questo è opportuno cominciare a pensare a circostanze in cui difendersi da soli potrebbe diventare indispensabile.

    Particolarmente attivo in questa direzione è il Giappone, a cui paradossalmente l’articolo 9 della sua Costituzione ultrapacifista, impostagli proprio dagli Stati Uniti dopo la fine della 2° guerra mondiale per impedire il ritorno di un Giappone imperialista, vieta un vero esercito: nemmeno esiste un Ministero della Difesa e la direzione delle sue cosiddette Forze di Autodifesa è frammentata tra più Ministeri.

    Per ora secondo alcuni sondaggi la popolazione sarebbe contraria a rivedere la Costituzione in senso più militarista, ma di fronte all’impetuosa ascesa della Cina (ed ai periodici lanci di missili del dittatore nordcoreano Kim Jong-un) la questione inevitabilmente si imporrà all’attenzione, particolarmente se l’ombrello statunitense, come prima o poi accadrà, cominciasse a mostrare qualche buco.

    Intanto comincia a prendere sostanza una vera e propria alleanza giapponese con l’Australia, i cui rapporti con la Cina da qualche tempo sono al minimo storico per l’ingerenza sempre più aggressiva di Pechino in diverse sfaccettature della vita pubblica australiana e per l’esplicita richiesta dell’Australia alla Cina di chiarire l’origine del coronavirus.

    L’ostilità tra i due Paesi è efficacemente sintetizzata dallo sprezzante e minaccioso commento pubblicato nel quotidiano cinese in lingua inglese Global Times dal suo direttore Hu Xijin: “L’Australia solleva continuamente problemi: è come una fastidiosa gomma da masticare appiccicata sotto la suola della scarpa della Cina, che prima o poi dovrà essere grattata via con un sasso.”

    Recentemente Giappone e Australia hanno firmato un Accordo di Accesso Reciproco (Reciprocal Access Agreement o RAA), che in pratica impegna i due Paesi a proteggere reciprocamente le rispettive forze armate operanti nell’interesse dell’altro Paese, e il 13 giugno il ravvicinamento è stato confermato in un cordiale incontro a due, durante la riunione del G20 nella cittadina marina di Carbis Bay in Cornovaglia nel Regno Unito, tra il primo ministro australiano Scott Morrison e il suo omologo giapponese Yoshihide Suga.

    Anche il progressivo coagularsi di un’opposizione alla pretesa della Cina di affermare la sua supremazia mondiale è una tendenza destinata inevitabilmente ad affermarsi in un panorama mondiale in continua e rapidissima evoluzione.

    Francesco D’Alessandro

     

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