Ricordate lo slogan della campagna elettorale di Trump nel 2016?

“Make America great again”, che potrebbe essere tradotto con “Facciamo tornare grande l’America”: uno slogan che a pensarci bene è di per sé un’ammissione implicita che l’America, o meglio gli Stati Uniti (che dell’America sono solo una parte, anche se gli piace denominarsi come il tutto), non sono più grandi… o almeno non sono più grandi come lo furono a lungo dopo la vittoria nella 2° guerra mondiale e poi dopo l’implosione dell’Unione Sovietica.

Certamente gli Stati Uniti sono ancora oggi la prima potenza economica e militare mondiale, ma i tempi cambiano e nuovi protagonisti sgomitano per accaparrarsi nuovi spazi nell’arena planetaria.

Tra questi spicca sicuramente la Cina, a cui ho dedicato un articolo monografico nell’edizione dello scorso settembre di questo giornale.

Come dicevo in quell’articolo, i cinesi hanno dalla loro il vantaggio dei numeri (da soli costituiscono il 20% della popolazione mondiale), un’economia che ancora si espande a ritmi inimmaginabili per il resto del mondo (e particolarmente per la moscia Europa), una bilancia commerciale floridissima grazie alle esportazioni di cui hanno inondato il mondo (Stati Uniti compresi) e con la quale oggi si possono permettere di fare acquisizioni strategiche in tutti i continenti.

Già oggi la Cina è al 2° posto nella classifica dei PIL mondiali (il PIL è il prodotto interno lordo, cioè il valore dei beni e servizi prodotti in un dato anno in un dato Paese), dopo aver superato il Giappone.


Se a questo aggiungiamo i balzi in avanti tecnologici del colosso asiatico, è comprensibile che gli Stati Uniti si sentano allarmati dal ruggito della tigre cinese, che se continua così prima o poi finirà per togliergli il ruolo di prima potenza mondiale.

Anzi a mio parere è così che finirà entro qualche decennio, ma non precorriamo i tempi e parliamo dell’oggi.

Stando così le cose, era solo prevedibile che “Caterpillar” Trump non si rassegnasse al progressivo declino statunitense al rango di potenza regionale in un mondo multipolare, ma cercasse di riaffermarne il ruolo di superpotenza planetaria, e che il primo scontro avvenisse col concorrente più insidioso: proprio la Cina.

Il primo affondo risale a circa un anno fa, con l’imposizione di dazi doganali rispettivamente del 10 e 25% sulle importazioni di acciaio e alluminio, per costringere i cinesi ad aprire un negoziato in primo luogo su una maggiore apertura dei loro mercati ai prodotti e alle aziende statunitensi, che riequilibrasse almeno in parte l’astronomico deficit commerciale USA, nonché su una più efficace protezione della proprietà intellettuale delle società statunitensi.

La risposta cinese non si fece attendere e dal 1° giugno entrarono in vigore i controdazi cinesi su 60 miliardi di dollari di prodotti USA.

A settembre gli USA risposero a loro volta, imponendo una seconda e ancora più pesante stangata fiscale su altri 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi, dai condizionatori d’aria alle candele per motori e dai mobili alle lampade. Prendeva così forma, con le prime ritorsioni reciproche, lo scontro commerciale temutissimo dalle Borse mondiali, che durante le festività di fine anno lo salutarono con una sequela di spettacolari crolli delle quotazioni.

Infatti i dazi incrociati tra Cina e Stati Uniti non pregiudicano solo le loro economie, ma di riflesso anche quelle di tutti gli altri Paesi loro fornitori: ad esempio il mercato cinese è da anni uno dei principali sbocchi delle esportazioni tedesche, ma da quando l’economia cinese ha rallentato sotto i colpi dei dazi statunitensi, la Cina ha ridimensionato le importazioni dalla Germania, il cui prodotto interno lordo da allora è drasticamente calato e secondo le previsioni nel 2019 sarà uno dei peggiori dell’Unione europea; ma a sua volta la Germania è uno dei maggiori clienti delle esportazioni italiane, ed ecco dunque come l’imposizione di barriere protezionistiche tra le prime due economie mondiali penalizza anche molti altri Paesi, in un micidiale gioco di contraccolpi incrociati.

Iniziarono allora i negoziati sino-statunitensi, tenuti alternatamente a Washington e Pechino e protrattisi per diversi mesi, cioè fino a qualche settimana fa, in un’atmosfera di grande ottimismo alimentata da dichiarazioni di reciproca buona volontà e disponibilità, che progressivamente spinsero al rialzo non solo le Borse statunitensi, sostenute anche dal brillante andamento dell’economia nazionale, ma anche quelle europee, dove l’economia andava – e ancora va – molto meno bene.

A dicembre però ci fu la prima avvisaglia delle vicende drammatiche che in questi giorni stanno scuotendo i mercati tecnologici e di cui parleremo tra poco, e cioè l’arresto in Canada di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del colosso cinese della telefonia mobile Huawei, accusata dagli Stati Uniti di ripetute violazioni delle sanzioni a Paesi considerati ostili come Iran, Cuba, Siria e Sudan.

Infatti secondo Washington si tratterebbe di una questione di sicurezza nazionale, perché i prodotti di Huawei venduti in quei Paesi potrebbero essere usati per spionaggio industriale contro gli Stati Uniti, mentre quando Huawei acquista le licenze di tecnologie statunitensi si impegna a non esportarle nei Paesi colpiti dalle sanzioni USA.

I negoziati commerciali sino-statunitensi comunque proseguirono, ma lo scorso 11 maggio, quando ormai la firma dell’accordo sembrava imminente, ecco il colpo di scena che ha gelato le Borse mondiali: improvvisa rottura del negoziato, imposizione di nuovi dazi su altri 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi e ultimatum twittato di Trump: voglio un accordo entro tre settimane, o imporremo dazi su altri 300 miliardi di importazioni dalla Cina.

Il motivo preciso della rottura non è chiaro: so per avervi assistito personalmente, avendo vissuto una decina d’anni da quelle parti (non in Cina ma in Tailandia, dove comunque la comunità di origine cinese è numerosissima e potentissima, come del resto in tutti i Paesi dell’area), che è una tipica tattica negoziale degli orientali, quando ormai si sta col contratto davanti e la penna per firmarlo è già in mano, pretendere all’ultimo secondo un’ulteriore clausola a loro favore: infatti spesso la controparte, già sfinita da una lunga trattativa, non ha più la forza di contestarla e firma.

Non so se sia andata così, o se invece la clausola ammazzasette dell’ultimo secondo l’abbia piazzata “Caterpillar” Trump, che una certa esperienza in materia ce l’ha; sta di fatto che chiunque dei due abbia bluffato, il bluff non è riuscito perché ognuno è andato dritto irrigidendosi sulle proprie posizioni.

Ed eccoci arrivati al capitolo più recente, ma non sicuramente l’ultimo, di quello che ormai da una semplice controversia commerciale è diventato un durissimo scontro politico dagli sviluppi imprevedibili: divieto alle aziende statunitensi di vendere componenti per telefoni cellulari e il sistema operativo Android al colosso cinese delle telefonia mobile Huawei, nonché blocco degli aggiornamenti di Google alle app installate nei suoi telefonini e tablet.

Huawei, e la sua sottomarca Honor, non sono attori di secondo piano in questo mercato, perché nel 2018 erano al secondo posto mondiale delle vendite di cellulari (dopo averlo strappato ad Apple!) e puntavano decisamente al primo posto di Samsung.

Inoltre Huawei è all’avanguardia nella nuova tecnologia delle reti superveloci, nota in breve come 5G.

Le ripercussioni sono state immediate: le vendite di cellulari Huawei nel mondo sono crollate, e ho visto in un’emittente tv spagnola un servizio in cui alcune persone che ne avevano comprato uno a caro prezzo dichiaravano di averlo rimesso in vendita a prezzo stracciato sapendo di non poter più installare gli aggiornamenti.

Ma poco dopo altro ecco un colpo di scena: nel giro di poche ore Trump è passato da un divieto-ultimatum immediatamente operativo a un rinvio di tre mesi, facendo un’evidente marcia indietro per riaprire la trattativa ma cercando di non perdere la faccia.

Che cosa era successo?

La spiegazione è l’improvvisa visita del presidente cinese Xi Jinping, accompagnato dal vicepresidente Liu He (che è anche il capo della delegazione cinese che negozia con quella USA) nella sede dell’azienda Jl-Mag.

Nessuna fanfara, nessuna dichiarazione ufficiale o ufficiosa e tantomeno nessun tweet trionfalistico stile Trump: una semplice visita in fabbrica, che però è bastata a convincere Trump a fare rapidamente marcia indietro.

Che cos’ha dunque di tanto speciale la Jl-Mag…?

Semplice: produce le cosiddette “terre rare”, un componente fondamentale per tutta l’industria tecnologica e soprattutto per la produzione di microconduttori: in pratica senza le terre rare non si fabbricherebbero più né computer da tavolo o portatili, né cellulari intelligenti né tablet.

L’avvertimento è chiaro: siamo pronti a bloccare le esportazioni di terre rare negli Stati Uniti.

E le fonti alternative non sono né molte né abbondanti: quello che c’è in Africa è in mano dei cinesi, il Caucaso russo fa quello che dice Putin e l’Australia è ben lontana dal poter soddisfare la domanda, dato che la Cina da sola esporta in USA l’80% del loro fabbisogno.

Inoltre i magneti contenenti terre rare prodotti da Jl-Mag sono necessari per realizzare automobili elettriche e turbine per aerei.

Che cosa accadrà adesso?

Mentre scrivo manca una settimana all’uscita del giornale e in queste circostanze una settimana può essere molto lunga e densissima di eventi.

Sicuramente assisteremo ad altri colpi di scena e probabilmente non saranno piacevoli, perché come dice la celebre frase, quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, e i due contendenti sono entrambi ossi durissimi. Chiudo con due annotazioni:

  • ïLa prima è che se pensate che tutto ciò non ci riguardi vi sbagliate, perché come diceva il manzoniano Don Abbondio, quando i vasi di ferro si urtano, i vasi di coccio che ci stanno in mezzo vanno immediatamente in frantumi.
  • ïLa seconda è che se i cinesi dovranno stringere la cinghia lo faranno, primo perché ci sono abituati, e secondo perché lì se il governo ordina, gli ordini vengono immediatamente eseguiti. Per gli Stati Uniti nessuno di questi due requisiti è più valido: hanno alle spalle troppi decenni di altissimo benessere e ormai hanno perso l’abitudine di fare sacrifici, che del resto nessun governo ha il coraggio non dico di ordinare, ma nemmeno di chiedere, altrimenti perde le elezioni. Guarda caso, quasi contemporaneamente alla visita di Xi Jinping alla Jl-Mag, la Ford ha comunicato il taglio di 7.000 posti di lavoro, un decimo del totale. L’anno prossimo Trump correrà per essere confermato presidente, praticamente è già ora in campagna elettorale e questo lo sanno anche i cinesi.

Francesco D’Alessandro