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    Zhenhua leaks: miliardi di dati per Xi Jinping

    Da quando “Leggo Tenerife” ospita le mie riflessioni ho parlato più volte della Cina e della sua strategia di dominio mondiale… e per forza di cose, trattandosi di un colosso demografico che con quasi 1.400 milioni di abitanti vale da solo più del 18% della popolazione mondiale… e di un colosso economico, il cui prodotto interno lordo è già oggi il 2° del mondo dopo quello statunitense e supera la somma di quelli di Giappone, Germania e Francia, rispettivamente al 3°, 4° e 5° posto… ed è il focolaio da cui circa un anno fa partì la “tremenda pandemia” che tuttora devasta l’economia dell’Occidente, mentre quella cinese sembra essersi brillantemente ripresa… dico “sembra”, perché se anche nelle cosiddette democrazie l’informazione è ampiamente manipolata – come purtroppo constatiamo da mesi – a maggior ragione ciò accade in Cina dove, mancando qualsiasi opposizione politica e ideologica interna, ancora più che altrove l’informazione è docile strumento del governo.

    Dunque rieccoci ad esaminare un altro aspetto del caleidoscopio cinese, non è la prima volta e non sarà l’ultima.

    Alla fine delle scorso settembre i media internazionali hanno dedicato ampio spazio alla scoperta dei cosiddetti “Zhenhua Leaks”, denominazione che sintetizza la filtrazione dell’enorme archivio dati assemblato negli anni da Zhenhua Data Information Technology, una società specializzata nella raccolta e profilazione dei cosiddetti megadati o “big data”, ossia informazioni estraibili da internet e la cui analisi, per la loro enorme quantità e varietà, necessita di particolari strumenti e tecnologie.

    Negli anni scorsi Zhenhua Data, controllata da China Zhenhua Electronics Group, a sua volta proprietà dell’azienda statale China Electronics Technology Group, specializzata nelle analisi militari, ha schedato quasi 2,50 milioni di personalità di tutti i Paesi del mondo, dalla A dell’Algeria alla Z dello Zimbabwe, tra cui 4.544 italiani.

    Cito brevemente il docente universitario statunitense Christopher Baldwin, destinatario di una parte dell’archivio dati di Zhenhua trafugato e consegnatogli clandestinamente da un anonimo relatore, di cui traduco, sintetizzandole per limiti di spazio, alcune precisazioni sulla vicenda, che chi vuole potrà leggere in versione integrale in questa pagina web:

    www.baldingsworld.com/2020/09/14/personal-statement-on-shenzhen-zhenhua-data-leak/

    “L’anno scorso, quando iniziai una ricerca sull’azienda cinese di telecomunicazioni Huawei, nemmeno immaginavo che casualmente mi sarei imbattuto nella conferma di quanto si sospettava da tempo: la minaccia autoritaria rappresentata dagli strumenti di monitoraggio e sorveglianza usati dalla Cina per influenzare istituzioni, personalità e opinioni pubbliche estere… l’Occidente dovrebbe cominciare a prendere sul serio questa minaccia, generalmente sottovalutata anche dagli esperti.”


    Baldwin precisa che l’aspetto preoccupante non è la raccolta di dati in sé, ma il loro incrocio e l’uso fattone da Zhenhua, che per sua stessa dichiarazione lavora per il partito comunista, per il governo cinese e per i suoi apparati militari e di spionaggio.

    In passato il direttore generale di Zhenhua si era esplicitamente dichiarato fautore della “guerra psicologica” e della cosiddetta “guerra ibrida”, cioè di un conflitto che abbina alle operazioni militari tradizionali anche propaganda politica, intrusioni cibernetiche, diffusioni deliberate di notizie false e manipolazioni delle elezioni in altri Paesi. Prima delle rivelazioni di Baldwin, nel sito web di Zhenhua si descriveva così la missione dell’azienda: “La raccolta di dati da fonti pubbliche di tutto il mondo per sostenere la rinascita della nazione cinese”, frase la cui seconda parte riecheggia lo slogan politico preferito del presidente Xi Jinping.

    Baldwin riferisce che Zhenhua ha attinto questi dati setacciando 2,30 miliardi di articoli di stampa e 2,10 miliardi di messaggi, pubblicati da 2,40 milioni di persone e da 650.000 organizzazioni in vari media sociali internazionali, tra i quali Twitter, Facebook, Instagram, Tik-Tok (di proprietà cinese) e LinkedIn.

    L’australiano Robert Potter, fondatore dell’azienda di consulenza “Internet 2.0” e collaboratore di Baldwin nell’indagine, avvicina i Zhenhua Leaks allo scandalo che tra il 2017 e il 2018 travolse la società britannica Cambridge Analytica, accusata di aver profilato illegalmente in collaborazione con Facebook le caratteristiche psicologiche degli utenti di alcuni media sociali per analizzarne la personalità e influenzarne i comportamenti, e persino il voto nelle elezioni, elaborando messaggi confezionati su misura per sfruttare le paure e le insicurezze profonde dei destinatari.

    Potter ha citato come un altro esempio tipico delle attività di Zhenhua l’incrocio dei dati attuato per scoprire tra gli abitanti dello Stato australiano del Queensland i precedenti penali di chiunque portasse il cognome Gilmour, nell’intento di individuare eventuali vulnerabilità di persone legate all’azienda di tecnologie spaziali Gilmour Space Technologies.

    Lo stesso investigatore ha riscontrato ricerche particolarmente intense anche su eventuali fedine penali del personale di varie università, citando il caso della schedatura di un custode con qualche precedente penale che lavorava in un laboratorio operante in un settore strategico.

    Tra le personalità estere schedate da Zhenhua figurano i primi ministri britannico Boris Johnson e australiano Scott Morrison (non dimentichiamo che per la sua collocazione geopolitica e le alleanze l’Australia potrebbe essere una fastidiosa spina nel fianco della Cina), il presidente austriaco Van der Bellen, uno dei figli del primo ministro ungherese Orbán, e nella Repubblica Ceca il presidente Miloš Zeman, il direttore del servizio di controspionaggio Michal Koudelka e il ministro della difesa Lubomír Metnar.

    Molto numerose tra gli schedati sono anche le personalità indiane operanti in vari settori, essendo l’India, confinante per migliaia di km con la Cina, una sua rivale storica di analogo peso demografico e attuale avversaria politica, né potevano mancare gli attivisti pro-democrazia di Hong Kong.

    Una sezione specifica, dedicata a seguire in tempo reale i movimenti delle navi da guerra statunitensi, ne elenca gli armamenti di bordo e riporta i nomi ed i profili in LinkedIn dei membri degli equipaggi; di quest’ultimo medium sociale si parlava anche in un’inchiesta pubblicata tempo fa dal New York Times, intitolata “Come la Cina si serve di LinkedIn per reclutare spie all’estero”.

    Infine un capitolo monografico è dedicato alla criminalità organizzata in Giappone, Italia e Messico, i tre Paesi in cui operano le tre organizzazioni mafiose più potenti del mondo… e quale può esserne il motivo, se non l’intenzione di servirsene in qualche modo per i propri fini in un futuro più o meno lontano…?

    Per quanto riguarda specificamente l’Italia, tra i suoi 4.544 schedati figurano personaggi politici e industriali, ufficiali delle forze armate, scienziati, alti prelati e dirigenti di autorità portuali (settore a cui come sappiamo la Cina dedica particolare attenzione), 2.732 indagati o condannati per reati vari, nonché esponenti di organizzazioni terroristiche, mafiose e criminali; a ognuno di questi ultimi personaggi è associata una parola chiave per definirne “l’ambito operativo”, ad esempio frode, traffico di droga, estorsione o immigrazione clandestina.

    Nella descrizione di ogni schedato naturalmente figurano la data di nascita, l’indirizzo, lo stato civile, il grado d’istruzione, i profili nei media sociali, l’orientamento politico, gli eventuali precedenti penali e altri dettagli personali; inoltre nei dossier di alcune personalità politiche di rilievo, tra cui Berlusconi e Renzi, compaiono anche i dati particolareggiati dei parenti prossimi e degli amici più stretti.

    Che conclusioni possiamo trarne?

    Prima di tutto, osservo che i dirigenti cinesi tessono questa ragnatela facendo, dal loro punto di vista, ciò che qualsiasi governante dovrebbe fare: perseguire l’interesse del proprio Paese… dunque non sono da biasimare per questo.

    Piuttosto biasimo i politici di altri Paesi che per viltà, o per tenersi il sederino al caldo della poltrona e il relativo lauto stipendio pagatogli da chi lavora per mantenerli, non adempiono questo loro preciso dovere… senza che d’altronde ciò sembri importare molto ai rispettivi popoli (s)governati, che non sembrano capaci di esprimere ed eleggere nulla di meglio di queste mezze tacche.

    Ma questo è un altro discorso, che non è questa la sede per affrontare… dunque torniamo all’argomento della nostra disamina di oggi.

    Appare plausibile la conclusione di Baldwin e Potter, che questo mastodontico e capillare lavoro di raccolta dei dati di personalità accuratamente selezionate, tra cui anche criminali di primo piano, non può essere fine a se stesso, ma deve porsi obiettivi precisi, il più immediato dei quali è influenzare a favore della Cina l’opinione pubblica internazionale, e più avanti nel tempo, se ve ne sarà la possibilità, esercitare pressioni su persone che per la loro posizione possono indirizzare le politiche di importanti aziende o di settori strategici di questo o quel Paese.

    Se Faccialibro, a cui confessiamo tutto – situazione economica e posizione sociale, parentele, professione, simpatie o antipatie politiche e ideologiche – come ben sappiamo si serve delle nostre confessioni per sollecitarci a comprare un capo d’abbigliamento o un telefonino, evidentemente non possono essere questi gli obiettivi di un grande Paese che punta a strappare agli Stati Uniti il ruolo di prima potenza mondiale, e che quando ci sarà eventualmente riuscito eserciterà il suo potere con una durezza e un’inflessibilità da tempo dimenticate in occidente.

    Un’altra riflessione è che tutti noi dovremmo riesaminare criticamente le nostre abitudini: è veramente necessario esibire in pubblico tanti particolari della nostra vita privata e tante immagini di noi stessi e delle nostre famiglie? Ognuno di noi con una buona memoria potrebbe, semplicemente leggendo per mesi di seguito i post di Tizia o di Caio nei media sociali, redigere un profilo abbastanza accurato della loro personalità, parentele, circostanze economiche e lavorative, orientamenti sessuali, abitudini e intolleranze alimentari, opinioni politiche, stato di salute e tanto altro.

    Se io stesso, e sicuramente anche chi mi sta leggendo, potremmo redigere un profilo discretamente dettagliato di questi interlocutori abituali, un mosaico molto più accurato può essere realizzato da psicologi che, avendo in mente un obiettivo preciso, incrociassero i dati pubblicati nel tempo su più media sociali… dunque se siamo consapevoli che le nostre confidenze non sfuggono a chi ci fornisce “gratuitamente” (???) i giocattoli mediatici con cui possiamo esternare amicizia, amore, antipatia o odio ai nostri interlocutori preferiti o più detestati, dovremmo anche riflettere che apprendere le nostre preferenze o debolezze più profonde può interessare a qualcuno che vuole saperne di  più su di noi non solo per venderci un cellulare o reclamizzarci un certo tipo di cibo (circostanze di per sé già abbastanza inquietanti), e che conoscendo i nostri profili psicologici redatti da professionisti, riuscirebbe – più facilmente di quanto ci rendiamo conto! – a manipolarci con messaggi abilmente mirati alla nostra personalità, rendendoci burattini inconsapevoli delle sue strategie planetarie, perfino quando andiamo a votare per eleggere un governo che poi sarà nemico, o amico, o succubo del nostro manipolatore.

    Nell’era della mondializzazione, ben sfruttata anche da chi a parole l’avversa, i media sociali sono l’arma perfetta per combattere questa “guerra ibrida”… ricordiamocene in questo periodo in cui nelle menti di tante persone i confini tra verità e bugia, e tra manipolazione e informazione, sono più che mai nebulosi.

    Francesco D’Alessandro

     

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