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    Piccolo compendio (politicamente scorretto) di economia

    Cari lettori, poiché il presupposto essenziale per risolvere un problema è conoscerlo, e considerati i tempi economicamente difficili in cui viviamo, nel nostro appuntamento mensile tralascerò le escursioni negli splendidi sentieri di Tenerife e gli eventi mondiali di attualità e farò un ripassino di alcuni concetti basilari di un altro dei miei argomenti preferiti: l’economia, naturalmente dal mio punto di vista che intende stimolare il pensiero critico dei lettori.

    Ricordo a chi volesse approfondire qualche aspetto specifico che ho parlato dell’inflazione nei numeri di luglio 2018 e novembre 2021, dei tassi d’interesse e di cambio a giugno 2018, dicembre 2018 e luglio 2022, di investimenti e titoli di Stato a ottobre 2018 e infine di monete e valute ad agosto 2019, giugno 2022 e febbraio 2023.

    Dunque partiamo dall’inizio: cos’è l’economia…?

    Molto semplicemente potremmo definirla come i criteri di destinazione delle risorse finanziarie della popolazione per soddisfare le proprie necessità esistenziali acquistando i beni e i servizi prodotti e/o commercializzati dalle imprese, ma a volte anche dallo Stato.

    È intuitivo che mentre il denaro di cui disponiamo è limitato, i nostri desideri o esigenze sono illimitati: quante cose desideriamo, ma non possiamo permettercele!

    Si impone quindi una scelta, e per scegliere assennatamente è necessario considerare il cosiddetto costo di opportunità, il cui semplice concetto può essere spiegato così: se per impiegare una nostra limitata disponibilità di denaro dobbiamo scegliere tra gli impieghi A e B, e per necessità o semplice preferenza scegliamo l’opzione A, il costo di opportunità è il valore o l’utilità dell’opzione B alla quale decidiamo di rinunciare.

    Il concetto del costo di opportunità, cioè della scelta di impiegare in un certo modo le risorse limitate di cui disponiamo rinunciando per questo a qualcos’altro, vale non solo a livello individuale ma anche sociale; ad esempio, il costo di opportunità di destinare ingenti risorse finanziarie all’assistenza degli sbarcati sulle coste italiane o spagnole, oppure a tenere artificialmente in vita con giganteschi sussidi uno Stato estero ormai clinicamente morto, consiste nella rinuncia della popolazione pagatrice ad impiegare quelle risorse in servizi sanitari, educativi, professionali ecc. a proprio favore.


    Non intendo in questa sede discutere i motivi morali con cui alcuni motivano l’assunzione di questi oneri, limitandomi qui a rilevare l’esistenza nota a tutti di questi ingenti esborsi ed a far notare a chi ingenuamente obiettasse, come ho sentito dire, che “tanto sono soldi dell’Unione Europea”, che l’UE non raccoglie i soldi sugli alberi ma ha un’unica fonte di entrate, cioè i contributi degli Stati membri, che a loro volta provengono dalle tasse pagate dai rispettivi cittadini, compresi quelli italiani e spagnoli.

    Inevitabilmente un attore economico di primo piano è lo Stato, che con le sue norme regola e indirizza l’economia secondo i suoi criteri utilizzando alcuni strumenti che ora esamineremo:

    • La pressione fiscale, ossia in breve la tassazione – punto dolente in un’epoca di Stati sempre più famelici, a cui i soldi sembrano non bastare mai – che si misura o in termini assoluti (cioè l’ammontare monetario delle tasse incassate dallo Stato) o più frequentemente in percentuale del PIL o “prodotto interno lordo”, ossia del valore dei beni e servizi prodotti in un Paese. La pressione fiscale comprende non solo le imposte dirette, cioè la percentuale del reddito che un lavoratore dipendente o autonomo versa direttamente allo Stato, ma anche quelle indirette, tra cui principalmente l’IVA o imposta sul valore aggiunto, che in aliquote varianti dal 20 al 27 per cento grava su ogni singolo prodotto o servizio acquistato quotidianamente dai cittadini dell’Unione Europea con quello che rimane delle loro entrate dopo la tassazione alla fonte.
    • Il debito pubblico: in teoria gli introiti incassati dallo Stato con la tassazione dovrebbero servire al funzionamento della macchina statale: sanità, istruzione, ordine pubblico, tribunali ecc. Senonché i partiti politici e i loro esponenti hanno visto in questo potere fiscale dello Stato un limone da spremere a vantaggio prima di tutto proprio e secondariamente di gruppi organizzati considerati politicamente affini, e quindi da foraggiare perché portatori di voti sicuri per giungere o restare al potere… un altro aspetto è che la democrazia e la rappresentatività sono splendidi concetti, ma nella pratica l’introduzione di governi locali – dalle Regioni in Italia alle Comunidades in Spagna – ha caricato sulle spalle dei cittadini l’onere di mantenere un imponente esercito aggiuntivo di politici, a loro volta dotati di notevoli pulsioni di spesa. In alcuni Paesi tra cui spiccano Italia e Spagna, ma negli ultimi anni anche in altri, l’inevitabile conseguenza dell’irrefrenabile voglia di spesa dei politici che si alternano al potere nazionale e locale è stata l’esplosione del debito pubblico per soddisfare gli ingenti esborsi che nemmeno la pesantissima pressione fiscale riesce a coprire; in teoria quest’eccedenza delle uscite sulle entrate dovrebbe essere contenuta al 3% del PIL, ma negli ultimi anni, per alcuni eventi planetari a tutti noti, il disavanzo degli Stati è esploso molto oltre questa soglia, cosicché ad esempio Italia e Spagna hanno chiuso il 2023 con debiti pubblici (ossia dei loro Stati verso chi gli presta i soldi necessari per continuare a funzionare) rispettivamente di 2.866 e 1.600 miliardi di euro. Il problema è aggravato dalla dimensione stessa del debito, perché più uno Stato è indebitato meno è considerato affidabile e quindi più aumenta l’interesse passivo che quello Stato deve pagare ai suoi finanziatori. Allora chi pagherà questa colossale montagna di debiti? La risposta logica è che per le sue dimensioni ormai il meccanismo è fuori controllo e che ripagare ai creditori somme tanto gigantesche è impossibile, non solo perché le popolazioni non sono disposte ad accettare i sacrifici che sarebbero necessari (ma che comunque, seppure insufficienti per estinguere il colossale debito, prima o poi saranno imposti dai fatti, perché nel mondo già c’è chi produce e produrrà meglio dell’Europa a minor costo), ma soprattutto perché i politic(ant)i sanno bene che anche solo parlare di sacrifici significa inimicarsi gli elettori e mettere fine alla propria carriera, con la conseguente perdita dei loro lautissimi stipendi; anzi negli ultimi anni per accaparrarsi voti alcuni partiti arrivati al governo, sventolando le stupende bandiere della “uguaglianza” e della “dignità”, si sono lanciati in massicci sussidi a vocianti gruppi di pressione loro protetti, versando così ettolitri di benzina sul fuoco del debito. E qui torna in gioco il concetto del costo di opportunità: se si spendono (o peggio si sperperano) soldi per finalità ideologiche o elettorali, inevitabilmente questa scelta dissennata impedisce di dedicare quelle risorse ad altri obiettivi più utili alla collettività.
    • I titoli di Stato: per procurarsi il denaro necessario per finanziare tutto quanto sopra gli Stati emettono delle obbligazioni, cioè in pratica delle promesse di restituire in una certa data il prestito ricevuto, pagando nel frattempo in varie scadenze (generalmente trimestrali o semestrali ) un interesse ai creditori. La spirale perversa del nuovo debito, contratto solo per pagare gli interessi di quello precedente ed a sua volta produttore di altri interessi passivi e di altro debito, porterebbe in breve alla rovinosa bancarotta qualsiasi famiglia o impresa… ma il potere coercitivo di cui godono gli Stati permette ai politici che si alternano al governo di continuare a spremere il limone, cercando ognuno di trarne il massimo vantaggio per sé nel periodo in cui resterà al potere… chi verrà dopo si arrangerà, questa è la filosofia imperante.
    • Tuttavia gli Stati hanno a disposizione un potente strumento con cui ridurre il valore del loro debito: l’inflazione, cioè azionare le rotative della stampa di carta straccia… cioè, volevo dire di banconote create dal nulla… da mettere in circolazione senza un corrispondente aumento della produttività ossia dei beni e servizi in vendita, il cui prezzo, restando invariata la loro quantità mentre cresce la quantità di denaro circolante nel sistema economico, è inevitabilmente destinato a salire per mantenere immutato il rapporto tra i due fattori dell’equazione: l’offerta di beni e servizi da una parte e il denaro disponibile nel sistema finanziario per acquistarli dall’altra. Negli ultimi anni molte Banche centrali, tra cui la BCE europea, hanno fatto abbondante ricorso a questa truffa a spese dei redditi e dei risparmi dei cittadini, perché la conseguente inflazione o aumento dei prezzi, che nella nostra vita quotidiana come purtroppo abbiamo imparato frantuma il nostro potere d’acquisto, ha anche un aspetto più occulto, ossia la riduzione del valore reale dei debiti, che favorisce i debitori e tra essi massimamente il soggetto incomparabilmente più indebitato: lo Stato… che “ovviamente” se la canta e se la suona approfittando svergognatamente del suo potere costrittivo.

    Chiudo la riflessione di oggi tornando sul concetto di costo di opportunità.

    Secondo Milton Friedman, premio Nobel per l’economia nel 1976, esistono 4 diverse modalità di spesa del denaro che influenzano la qualità degli esborsi, cioè sia il loro ammontare che la loro efficacia per ottenere ciò che desideriamo rinunciando a qualcos’altro.

    La prima modalità analizzata da Friedman è la spesa di denaro proprio per soddisfare una propria necessità, in cui ovviamente chi spende cercherà di ottenere dall’acquisto la massima qualità con la spesa più contenuta possibile.

    La seconda modalità è la spesa di denaro proprio a favore di altri; in questo caso altrettanto ovviamente la priorità del compratore non sarà più la qualità, che l’acquirente riterrà secondaria, bensì cercare di spendere il meno possibile a scapito della qualità di cui usufruiranno altri beneficiari.

    La terza circostanza è la spesa di denaro altrui nel proprio interesse: una vera pacchia per il beneficiario, il cui obiettivo, non avendo egli sudato per procurarsi quei soldi, sarà ottenere il massimo vantaggio per sé a prescindere dal costo sopportato da altri; è il caso ad esempio di un funzionario pubblico col potere di autorizzare una certa spesa e che abbia … come dire… un proprio interesse personale – o partitico, o politico – per favorire coi soldi dei contribuenti, a prescindere dalla qualità, un certo fornitore anziché un altro.

    Nella quarta e ultima modalità chi dispone l’esborso spende denaro di altri a vantaggio di persone diverse sia da sé che dallo sventurato che subisce il salasso; in questo catastrofico triangolo chi ha il potere di spendere e spandere il denaro dei contribuenti – che per questo, lo vogliano o no, sono costretti a rinunciare a servizi (ad esempio sanitari, ma non solo) a proprio favore – si disinteressa totalmente degli sprechi, mentre da parte loro i beneficiari (a volte decine o addirittura centinaia di migliaia, com’è il caso degli sbarcati sulle coste italiane o spagnole o dell’artificiale mantenimento in vita di uno Stato estero già clinicamente deceduto), che non hanno in nulla partecipato alla creazione della ricchezza, infischiandosene del costo che non è a loro carico puntano a ottenere per sé il massimo vantaggio gonfiando il più possibile l’esborso dei soldi altrui.

    Chiudo ricordando che uno Stato non è un’entità astratta, ma può agire solo tramite le persone di carne e sangue delegate a farne funzionare le istituzioni, le quali persone in qualsiasi Paese del mondo quindi possono solo essere lo specchio morale e intellettuale delle popolazioni da cui provengono… dopodiché non mi resta che augurarvi buona riflessione.

    Francesco D’Alessandro

     

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