A tutto gas

Cari lettori, sicuramente avrete già afferrato l’allusione del titolo non solo all’attualissimo problema del prezioso combustibile la cui penuria ci promette durante il prossimo inverno nella migliore delle ipotesi freddo, recessione economica e disoccupazione, e nella peggiore altre brutte situazioni che non voglio nemmeno nominare… ma anche alla frase idiomatica che significa “dirigersi a tutta velocità verso una destinazione”.

Di quale sia questa destinazione parleremo tra poco, ma prima consentitemi di farvi qualche confidenza su situazioni e persone in cui un tempo avevo fiducia… su certe mie speranze, o come vogliamo chiamarle… illusioni? che oggi mi appaiono irrimediabilmente e spiacevolmente svanite.

C’è stato un tempo – parlo degli anni a cavallo del cambio di secolo – in cui il progetto dell’Unione europea mi apparve molto attraente, principalmente per un motivo pratico di una logica stringente: in un mondo dominato già allora da una superpotenza affermata (Stati Uniti) e da altri contendenti emergenti (prima fra tutti la Cina, ma anche India e Russia, tanto per citarne alcuni), e in cui un certo fondamentalismo religioso cominciava a mostrarsi sempre più aggressivo, mi appariva evidente che l’unica possibilità di sopravvivenza economica, culturale e perfino materiale dell’Europa fosse l’avvio di un processo che portasse con gli Stati Uniti d’Europa alla nascita di un altro colosso mondiale, non solo economico ma anche politico e militare, capace di far sentire autorevolmente la sua voce a livello planetario e di difendervi gli interessi degli europei.

Ricordo il compiacimento che provai nel 2001, quando, rientrato da poco in Italia dopo oltre undici anni trascorsi in Estremo Oriente, entrai in automobile in Francia senza nessun controllo di nessun tipo; e uguale soddisfazione riscontrai negli amici francesi a cui facevo visita.

A entrambi sembrava quello l’inizio di un bellissimo viaggio, in cui gli europei, riabbracciando e valorizzando le proprie profonde radici di una comune civiltà, avrebbero ritrovato grandezza su una scala diversa e più ampia, tornando autorevolmente ad occupare insieme il proprio ruolo nel mondo, dopo la fine della seconda guerra mondiale piuttosto appannato, e mi avrebbero anche dato una nuova Patria, più grande e potente della mia piccola, di cui sentirmi orgoglioso.

Così, ragionavo, le lotte intestine tra fratelli sarebbero finalmente diventate cosa del passato e l’Europa avrebbe evitato l’amaro destino subito dall’Italia qualche secolo prima: diventare il campo di battaglia di potenze straniere che aizzavano l’uno contro l’altro gli staterelli italiani, combattendo tramite loro e sul loro territorio le proprie guerre per procura.

Oggi – pensavo allora – potrebbero essere altre potenze extraeuropee i nuovi padroni di un’Europa divisa, che attizzerebbero l’uno contro l’altro i miseri nanetti europei – servitori chi degli Stati Uniti, chi della Cina e chi di chissà altro ancora – combattendo tramite loro sul nostro continente devastato altre e ben più micidiali guerre per procura.

Ma, gioivo agli inizi del secolo, fortunatamente agli europei non toccherà questo amaro destino!


Nel 2022 devo prendere atto che dopo aver ha progressivamente perso forza quel progetto è definitivamente e miseramente fallito, e gli eventi degli ultimi mesi gli hanno dato il colpo di grazia: nel cuore dell’Europa proprio adesso è in corso una guerra tra un colosso eurasiatico e il fantoccio di un altro colosso extraeuropeo, al cui interesse l’UE si è prontamente asservita e inginocchiata, rinunciando stupidamente a rivendicare quel ruolo indipendente e assertivo che sarebbe stata l’unico corso logico e doveroso per tutelare il benessere dei propri cittadini.

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Intanto l’amalgama tra i Paesi membri dell’UE resta più che mai un miraggio: tra mirabolanti direttive sulla lunghezza dei cetrioli e sulle prese per la ricarica dei telefonini, restano indebitamenti degli Stati e tassi d’interesse del debito pubblico divergenti anche fra gli aderenti alla stessa moneta… una situazione evidentemente illogica e insostenibile.

Nei sette successivi ampliamenti dell’UE dai sei membri originari agli attuali ventisette – nefasta opera avviata dalla frettolosa “espansione a est” attuata da Romano Prodi quand’era presidente della Commissione europea – il funzionamento dell’elefante burocratico è diventato sempre più complesso e difficile da gestire: il costante aumento di organismi comunitari, e conseguentemente di commissari messi alla loro testa per dare rappresentanza a ciascun Paese, è una complicazione di per sé, ma non la peggiore: il triste fatto è che via via che si espandeva il numero dei Paesi membri, i trattati che regolavano il funzionamento dell’Unione non sono stati aggiornati come sarebbe stato necessario per garantirne l’indispensabile coesione – infatti una cosa è mettere d’accordo 6 Paesi membri e un’altra cosa metterne d’accordo 27 – col risultato che è stata persa di vista la ragione d’essere primigenia dell’Unione: migliorare la qualità della vita quotidiana dei suoi cittadini… invece l’UE ha finito per smarrirsi in un balbettante e incoerente blablabla, maldestra imitazione del politically correct di infausta matrice statunitense.

I suoi commissari si riuniscono e pontificano su come rendere il mondo più verde e più morale, ma dall’enorme palazzo – reale e metaforico – in cui sonnecchia l’UE non escono risoluzioni capaci di migliorare la vita reale e quotidiana dei suoi cittadini… anzi talvolta sembra che perversamente i decisori si ingegnino per peggiorarla.

Il veto di un solo Paese può stroncare sul nascere qualsiasi determinazione, anche relativamente irrilevante, ma evidentemente questa è la ricetta perfetta del fallimento di qualsiasi istituzione.

Ora qualcuno mi dirà: e per fortuna che esiste questa regola dell’unanimità, che finora ha evitato ad alcuni Paesi di doversi piegare ai diktat sul cosiddetto “stato di diritto” (la denominazione UE del politically correct statunitense), di cui per qualche motivo che mi sfugge la Commissione europea si ritiene unica inventrice e depositaria… sono d’accordo che episodicamente questa regola dell’unanimità ha permesso a chi non lo voleva di non subire forzature insensate, ma ciò non toglie che secondo logica in questo modo nessuna istituzione di nessun tipo può né potrà mai funzionare.

E per capirci meglio, per chiarire che cosa significherebbe per me la “solidarietà europea”, non intendo certo  la ripartizione forzata dei clandestini che alcuni Paesi comprensibilmente non vogliono accettare, ma al contrario la partecipazione anche dei Paesi dell’Unione non affacciati sul Mediterraneo alla difesa del confine terrestre e marittimo meridionale, difesa che chiaramente sarebbe anche nel loro interesse.

Francesco, ma stai sognando! mi dirà qualcuno… già, infatti… una cosa sono la logica e il buonsenso e un’altra cosa è l’assurdo blablabla della maledetta maleodorante politica, in cui purtroppo stiamo affogando.

Come colpo di grazia infine è scoppiato il conflitto ucraino, in cui, come dicono dal Sudamerica alcuni commentatori che mi piace seguire, l’UE ha deciso di “pegarse un tiro en el pie”, cioè di autoinfliggersi il maggior danno possibile.

Se i miei stupefatti occhi e orecchie non me lo confermassero ogni giorno, mi riuscirebbe impossibile credere fino a che punto di stupidità l’UE abbia voluto inginocchiarsi, contro la propria evidente ed elementare convenienza, dinanzi agli interessi degli Stati Uniti, ben lieti – ma questo sarebbe il meno! – di venderle il loro gas a un prezzo più caro di oltre il 40% di quello russo, oltre che molto più inquinante per la necessità di trasportarlo congelato a 160 gradi sottozero attraverso l’oceano in apposite e costose navi, per poi riportarlo allo stato originario in appositi e costosi impianti europei… invece di lasciarlo semplicemente scorrere in una tubazione.

E lo stesso prezzo ben più caro ce lo fanno pagare le peggiori dittature africane e mediorientali da cui elemosiniamo in ginocchio gas e petrolio, pur di non comprarlo dal “nemico” che scioccamente ci siamo creato.

Infatti la logica elementare insegna che quando la geografia e la storia millenaria del continente in cui vivi ti hanno dato un vicino di casa, tu con quel vicino, anche se per mera ipotesi ti fosse antipatico, devi e dovrai per secoli volente o nolente conviverci; e a maggior ragione ti conviene tenerci buoni rapporti quando quel vicino non solo è potente – addirittura una superpotenza nucleare – ma possiede anche preziose risorse naturali, che a te sono indispensabili ma che tu non hai; anche perché, se poi la mettiamo sul conflittuale, una volta risolta prima o poi la controversia corrente, inevitabilmente dopo aver mostrato a quel potente vicino tanta accanita ostilità, i rapporti con lui resteranno avvelenati, e il risentimento accumulato potrà in futuro alimentare nuove discordie su altre questioni normalmente facilmente risolvibili.

A tutt’oggi per me resta incomprensibile – salvo fare cattivi pensieri… – perché l’UE abbia voluto condannarsi al disastro economico e all’assoluta irrilevanza politica, ubbidendo così docilmente agli ordini del padrone di oltreoceano, mentre avrebbe dovuto pensare prima di tutto a difendere gli interessi vitali dei propri cittadini, e politicamente avrebbe dovuto assumere un proprio ruolo autonomo e autorevole di mediatrice e risolutrice… ruolo che lasciandosi invischiare nella retorica intransigente e bellicista del boss di oltreoceano ha regalato alla Turchia.

Il nemico che ci siamo fatto per obbedire servilmente agli USA ha molto da dare – e pertanto anche da negare – mentre il padrone di oltreoceano non ha da dare NULLA se non le chiacchiere del politically correct e un costoso gas che nemmeno basta a soddisfare il nostro (nostro di europei) fabbisogno, impostoci per indebolirci, asservirci e in ultima analisi scientemente distruggerci… e ci sta perfettamente riuscendo, perché noi europei scioccamente abbiamo accettato quelle imposizioni.

Dunque come dicevo il mio sogno di inizio del secolo è morto e sepolto.

Qualcuno ne gioirà, ma prima di rallegrarsi rifletta sulle considerazioni che facevo all’inizio di questo articolo: il destino inevitabile della sventurata Europa di nanetti è diventare il campo di battaglia per procura dei colossi mondiali, che li aizzeranno l’uno contro l’altro per combattere tramite loro e sul loro continente le proprie guerre per procura, senza sporcarsi le mani e senza fastidi in casa propria, e naturalmente vendendogli le armi per combattersi… che è esattamente quella che sta accadendo ADESSO, e ciò a cui stiamo assistendo in Ucraina ne è la prova e l’inizio.

Mi dispiace di disilludere chi in questa impotenza europea vede la prossima rinascita del proprio paesucolo, una mera formica di fronte ai colossi mondiali: ad esempio la popolazione italiana (in costante diminuzione) è lo 0,77% di quella mondiale, quella della Germania poco più dell’1%, quella dell’Olanda lo 0,22% e così via; mentre Cina e India insieme si accaparrano da sole oltre il 35%, cioè più di un terzo del totale.

Io non sono nato ieri – non nel senso che sono furbo o intelligente, ma nel senso letterale che ho passato da qualche tempo gli “anta” – e posso ricordare personalmente i tempi in cui l’Italia non ancora europea, ubriacata dalla crescita pompata dal micidiale mix di droghe del debito pubblico, della corruzione, dell’inflazione e delle continue svalutazioni della lira, si stava scavando con le proprie mani la fossa in cui oggi agonizza.

E non poteva essere diversamente: chi mi legge rifletta che i leader di qualsiasi Paese non sono alieni sbarcati ieri da un’astronave galattica, bensì carne e sangue del popolo che li ha espressi e in cui sono nati, cresciuti e pasciuti, e di cui inevitabilmente fin dalla culla hanno respirato i valori (o disvalori) che poi mettono in pratica nelle loro funzioni (o disfunzioni).

Se tanto mi dà tanto, considerando lo spaventoso scadimento qualitativo dei leader espressi dalla popolazione italiana negli ultimi decenni e il contesto mondiale oggi molto meno favorevole di allora, non posso aspettarmi rinascite ma solo il peggio.

E se avessi avuto bisogno di conferme, me l’ha appena confermato il recente farsesco sgretolamento del grottesco governo-ammucchiata che per quasi un anno e mezzo ci ha martoriato con le più deliranti trovate; la sua caduta è la buona notizia, quella cattiva è che nemmeno il suo successore – chiunque sia – caverà un ragno dal buco.

Non lo dico io ma la statistica: dal 1948 ad oggi nella Repubblica italiana si sono susseguiti 67 governi, rimasti in carica mediamente per poco più di 13 mesi ciascuno; ma poiché dopo le dimissioni un governo resta in funzione “per gli affari correnti” fino al giuramento del suo successore, in realtà ciascuno di essi ha “governato” in media per poco più di 12.

Non credo di essere pessimista pronosticando che anche il prossimo governo che verosimilmente si formerà a ottobre nell’imminenza di un inverno che si preannuncia durissimo, qualunque sia e da chiunque sia condotto, dopo la solita trionfalistica partenza farà la solita ingloriosa fine dei precedenti… cacciato tra i fischi e le pernacchie di quelli che l’avevano osannato come il risolutore miracoloso di tutti i mali.

Farebbe questa fine anche in condizioni esterne favorevoli come a volte è stato in passato, figurarsi nella tremenda situazione che si profila nel prossimo inverno.

Se non siete convinti, ora vi spiego in due parole come funziona la politica in Italia: supponiamo che un governo Pinco per ottenere un certo risultato debba trasportare qualcosa dal punto A al punto B in un carretto trainato dall’asino popolare.

Pinco dunque carica il carretto e ci attacca l’asino, ma subito prima della partenza il suo oppositore Pallino, o perché in buona fede convinto che il carico non si debba portare al punto B bensì al punto C, o semplicemente per contrastare Pinco a prescindere, attacca dall’altro lato del carretto un suo altro asino popolare in direzione opposta alla prima; dopodiché entrambi frustano forsennatamente ciascuno il proprio asino perché tiri nella propria direzione.

Risultato: Pinco e Pallino con grande sforzo e spreco di tempo ed energie ammazzano di frustate i rispettivi malcapitati asini, ma il carretto non si sposta di un centimetro né verso B né verso C.

Dunque c’è poco da rallegrarsi del fallimento del mio ideale di Unione europea di inizio del secolo: è stata una grande occasione perduta, l’ultima che aveva questo sventurato continente, che ormai per la propria stupidità (evidentemente non solo dei dirigenti ma anche delle popolazioni, di cui i loro eletti inevitabilmente sono lo specchio) si dirige “a tutto gas” verso il disastro.

Nelle sanzioni inflitte non solo alla Russia, ma principalmente a se stessi, i leader dell’UE e dei suoi Paesi membri mi fanno pensare a un gregge di pecore che, smarritosi di notte in mezzo a un binario ferroviario, abbagliato dai fari del treno che gli sta piombando addosso, resta istupidito e immobile ad aspettare di esserne travolto.

E non basta ancora…!

L’Unione europea, con appena il 5,75% della popolazione mondiale, pretenderebbe velleitariamente – faccio un esempio tra i tanti, è ora di chiudere l’articolo – di cambiare le sorti ecologiche del pianeta, e ancora una volta per la gioia della Cina si spara nel piede vietando motori e carburanti prima ancora di essersi costruita le alternative… e per sottrarsi a presunti “nemici”, con cui deve convivere nello stesso continente e che potrebbero esserle utili, si consegna con mani e piedi legati ad “amici” che da darle non hanno nulla e hanno invece solo da pretenderle, ed avendo i quali come “amici”, che la spingono a subire il disastro in prima linea mentre loro se ne stanno soddisfatti a gongolare dell’altro lato del pianeta, poi non si ha più bisogno di nemici… e infine innalzandosi – non so in base a che cosa – su uno spocchioso piedistallo di superiorità morale, come se non avesse nulla di più importante da fare trincia giudizi e proclama all’ignorante mondo presunti e presuntuosi insegnamenti invece di agire per il benessere dei suoi cittadini… di questa inetta e vaniloquente pseudoentità no grazie, proprio non so che farmene.

Il suo e il nostro destino dunque sono segnati… e allora, uniti o separati, comunque avanti “a tutto gas” verso il burrone.

Francesco D’Alessandro