Cari amici, in attesa del ritorno autunnale delle tematiche (o potremmo dire piuttosto degli scossoni…?) della Brexit, o del conflitto commerciale e politico tra Stati Uniti e Cina per il predominio mondiale, o del cappio petrolifero che per le continue turbolenze in Medio Oriente minaccia di strangolarci, o dell’insopportabile virulenza di alcuni fanatici religiosi… tutte circostanze che negli ultimi mesi ci hanno offerto numerosi colpi di scena e che purtroppo sicuramente altri ce ne proporranno… oggi vorrei parlarvi del fenomeno di cui io stesso, e molti che stanno leggendo queste righe, abbiamo usufruito e usufruiamo, avendo lasciato il nostro Paese d’origine per andare a vivere in un altro di nostra scelta.

Forse sottovalutiamo, dandolo ingiustamente per scontato, il fatto che abbiamo potuto farlo con formalità burocratiche minime e continuando a usufruire praticamente di tutti i diritti – dall’assistenza sanitaria alla facoltà di lavorare come dipendenti o imprenditori senza chiedere autorizzazioni particolari – di cui godevamo nel Paese d’origine, compresa addirittura la facoltà di votare (di cui io stesso ho approfittato) in alcune elezioni nel nostro nuovo Paese di residenza.

Avete mai riflettuto che fino a pochi decenni fa non era così, e che per trasferirci dall’Italia nelle Canarie avremmo dovuto chiedere preventivamente un visto d’ingresso e un apposito permesso per poter lavorare come dipendenti o in proprio?

Invece ci è bastato salire su un aereo e all’arrivo siamo usciti dall’aeroporto senza nessun controllo d’identità o del bagaglio, come se avessimo appena concluso un volo interno italiano, e subito dopo abbiamo potuto iniziare la ricerca di un lavoro o avviare la nostra attività autonoma.

Questa possibilità, di cui abbiamo usufruito per realizzare il nostro desiderio e per godere dei vantaggi che – ognuno per i propri diversi motivi – ci fanno apprezzare la nostra bella isola, è l’aspetto gradevole di un fenomeno molto più ampio, complesso e non sempre piacevole, noto sinteticamente come “globalizzazione”, ora accentuato anche dal progresso tecnico: infatti oggi gli aerei permettono di raggiungere qualsiasi località del pianeta – anche la più remota – al massimo in circa un giorno, invece di settimane o mesi com’era anche solo 100 anni fa; e pur avendo cambiato Paese di residenza, possiamo parlare ogni giorno con le persone care e addirittura vederne la viva immagine e inviargli istantaneamente immagini e messaggi grazie ai satelliti, alla telefonia mobile e all’informatica; e con modalità analoghe possiamo inviare rapidamente denaro all’altro capo del pianeta per acquisti o per risolvere problemi urgenti di familiari o amici.


Sarebbe ingiusto dare per scontati e sottovalutare questi vantaggi, che solo ai nostri genitori, per non parlare dei nostri nonni, sarebbero sembrati desideri irrealizzabili e straordinarie magie.

Tuttavia, com’è fin troppo facile accorgersi nella nostra quotidiana, la globalizzazione presenta anche aspetti negativi, o comunque percepiti come tali da molti: la facilità di comunicazione ha fatto irrompere nelle case degli abitanti dei Paesi del terzo mondo le immagini rutilanti del benessere reale o apparente del mondo avanzato, facendogli desiderare di usufruirne dalla sera alla mattina, saltando il lungo percorso di secoli e la fatica di generazioni con cui i Paesi sviluppati hanno lentamente costruito quell’agiatezza; e la disponibilità di mezzi di trasporto rapidi ha reso ancora più pressante il loro desiderio di trasferirsi in quei luoghi, visti dall’esterno come il paese di Bengodi… ma l’impatto rapido e improvviso tra modi di pensare e di comportarsi diversissimi inevitabilmente crea disadattamenti, incomprensioni e intolleranze.

Un altro aspetto negativo è l’impoverimento culturale determinato dall’imposizione di gusti e mode commerciali dei paesi dominanti tramite i mezzi di comunicazione di massa: il primo esempio lampante che mi viene in mente è la rapida affermazione della macabra Halloween statunitense, per la quale confesso di avere una notevole antipatia.

L’impetuosa emersione dei Paesi asiatici nella realizzazione e commercializzazione di beni di consumo fabbricati a costi inferiori a quelli dei Paesi occidentali ha reso questi prodotti accessibili praticamente a chiunque.

L’oggetto universale del desiderio, dal quale nessuno sembra più capace di distogliere lo sguardo, è il telefono cellulare: un dispositivo straordinariamente versatile e dal costo relativamente contenuto, che permette non solo di comunicare da un estremo all’altro del pianeta, ma anche di navigare in internet e di inviare istantaneamente a chi vogliamo fotografie di buona qualità, realizzate con lo stesso apparecchio che le invierà.

L’altra faccia della medaglia di questa nuova ripartizione mondiale del lavoro e della produzione però è la compressione dei salari e la perdita della sicurezza del posto di lavoro per le popolazioni occidentali, abituate da tempo a livelli di benessere e di sicurezza sociale sempre più difficili da mantenere di fronte alla concorrenza di Paesi che possono produrre a prezzi inferiori, perché là quei diritti e quelle tutele sono molto minori.

A queste difficoltà dei Paesi di vecchia industrializzazione concorre il fenomeno della delocalizzazione, cioè del trasferimento degli impianti produttivi in altri Paesi dove il costo del lavoro e/o la pressione fiscale sono minori.

Inevitabilmente l’alto grado di interdipendenza tra le economie dei diversi Paesi porta alla graduale cessione di poteri decisionali a organismi sovranazionali politici (ad esempio l’ONU e l’Unione europea) ed economici, come la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization o WTO) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), le cui direttive a volte sono percepite nei Paesi in difficoltà economiche come sgradite imposizioni.

Se da un lato un’ampia apertura del mercato di un Paese al commercio internazionale è un fattore di sviluppo, perché gli garantisce un’agevole reperibilità dei beni necessari alla sua economia, dall’altro lo espone al facile contagio di crisi esogene: per questo basti ricordare la crisi finanziaria mondiale del 2008 che, come ho rievocato nel numero di novembre 2018 di questo giornale, partendo dagli Stati Uniti sconvolse il mondo.

La terza legge della dinamica di Newton, secondo cui a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, non vale solo per i fenomeni fisici, ma anche per gli eventi politici e sociali; perciò era inevitabile una reazione di almeno una parte delle popolazioni autoctone alle migrazioni di centinaia di migliaia di persone dal terzo mondo verso quello sviluppato, percepite nei Paesi di destinazione, che già per proprio conto vedono erosa la loro posizione di preminenza economica, come un pesante onere finanziario aggiuntivo.

Così com’era inevitabile una reazione all’impetuosa ascesa dell’Asia da parte degli Stati Uniti, che per quasi mezzo secolo (dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso) avevano esercitato incontrastati il ruolo di superpotenza planetaria, riuscendo a disintegrare con la sola forza della loro economia l’unico avversario che in quel cinquantennio ne aveva insidiato il predominio: l’Unione Sovietica.

Oggi la Cina minaccia di essere un osso più duro da rodere, sia per la schiacciante superiorità demografica che per il suo “socialismo pragmatico”, che invece di milioni di poveri servi della gleba dello Stato, com’era in URSS, ogni cinque giorni crea un nuovo milionario in euro.

La lotta per il predominio mondiale tra USA e Cina, di cui ho parlato nell’edizione dello scorso giugno, è appena iniziata e purtroppo ci riserverà parecchi scossoni, che speriamo non saranno troppo violenti e non facciano deragliare completamente l’economia mondiale, già adesso col fiato corto.

In sintesi, la globalizzazione presenta vantaggi innegabili (all’inizio citavo come esempio la relativa facilità con cui abbiamo potuto realizzare il nostro desiderio di lasciare l’Italia per vivere in questa meravigliosa isola), ma anche gravi rischi di innescare conflitti culturali, religiosi, economici e forse anche militari.

Per governare il fenomeno saranno indispensabili intelligenza, lungimiranza e nervi saldi… li avranno i dirigenti politici a cui abbiamo delegato il nostro destino…?

Riflettendo che qualsiasi classe politica non può essere diversa dalla popolazione da cui proviene e che li manda al potere… e che queste popolazioni spesso dimostrano una notevole mancanza di semplice buonsenso… purtroppo a volte ne dubito.

Francesco D’Alessandro