Cari amici, il sorprendente annuncio che Facebook intende lanciare nel 2020 una propria moneta denominata Libra, per inviare denaro e pagare acquisti tramite il popolare portale di amicizie, mi ha dato lo spunto per l’argomento del mese: le criptovalute.

Come molti altri termini tecnici e scientifici, la prima metà di questo nome composto deriva da una parola greca, ossia kryptós, che significa “nascosto, segreto”.

Molti di voi avranno sentito parlare della più diffusa di queste criptovalute: il famoso e famigerato bitcoin, di cui per capirci do subito la definizione più semplice possibile, ricordando che in inglese “coin” significa “moneta” e “bit” in informatica è l’unità di misura della quantità di dati presenti in un dato messaggio.

Il bitcoin dunque è una valuta digitale (cioè fisicamente inesistente: l’immagine della B barrata che spesso compare in internet è un fotomontaggio di fantasia), negoziabile in modalità peer-to-peer (traduzione: da operatore a operatore) tramite transazioni criptografate (ossia protette da codici cifrati) scambiate direttamente tra due partecipanti, senza alcun intervento o controllo esterno.

Ma prima di chiarire come si fa ad ottenerlo, chiediamoci: il bitcoin è davvero una moneta?

O è uno strumento speculativo molto volatile e rischioso?


Per darci una risposta dobbiamo prima chiarire il concetto di “moneta”, che è meno semplice di quanto appaia.

Tutti noi quando andiamo a fare la spesa preleviamo dagli scaffali dei negozi oggetti o cibi tangibili e in cambio diamo al cassiere dei semplici fogli di carta colorata su cui “c’è scritto” il loro valore, che è DEL TUTTO ARBITRARIO: 5, 10, 20, 50 o 100 euro (ma potrebbero essere dollari o sterline, o qualsiasi altra valuta), il cui valore intrinseco (cioè della carta e del colore usati per stamparli…) è enormemente inferiore a quello nominale.

Il negoziante a sua volta deposita quei fogli di carta in banca e la banca li inserisce nei bancomat, da dove noi possiamo prelevarli per rifare la spesa nei negozi, in un giro continuo di transazioni commerciali.

Quei fogli di carta (ripeto: dal valore intrinseco praticamente NULLO) quindi sono solo uno strumento intermediario di scambio CONVENZIONALE (la “moneta”), cioè un artificio adottato da tempi antichissimi per semplificare gli scambi di beni in sostituzione del baratto tra oggetti; in altri tempi e in altre civiltà la “moneta” potevano essere conchiglie, o collane, o pepite d’oro… infatti, dato il valore prezioso universalmente attribuitogli convenzionalmente e arbitrariamente (poiché di per sé questo metallo giallo è perfettamente inutile a qualsiasi uso pratico oltre la gioielleria), sicuramente l’oro è stato la prima forma di moneta universale, come oggi aspirano ad essere le criptovalute.

Secoli dopo gli Stati adottarono come strumento convenzionale di pagamento la cartamoneta, cioè dei fogli di carta con sopra stampato un dato valore, ferma restando la loro convertibilità in oro a richiesta: in pratica le banconote rappresentavano una certa quantità d’oro esigibile in qualsiasi momento, ma senza il fastidio di doversene portare dietro il peso.

Infine, circa 80 anni fa, ci fu la svolta mondiale radicale verso la situazione attuale: abolizione anche della convertibilità in oro… si affermò cioè la realtà sconvolgente che ancora oggi viviamo: quelle banconote in realtà sono pezzi di carta che non valgono NULLA e non sono garantiti da nulla di tangibile, in pratica sono carta straccia.

Perché allora li accettiamo da altri in pagamento e altri li accettano da noi…?

Per due motivi (che formano una risposta altrettanto sconvolgente), il primo dei quali è semplicemente la FIDUCIA, di chi li dà e di chi li accetta, che quei pezzetti di carta saranno accettati in pagamento anche nelle transazioni commerciali successive; se questa fiducia per qualche motivo venisse meno, nessuno accetterebbe più quei foglietti, considerandoli carta straccia, e pretenderebbe di essere pagato in oro, o in polli, o in pecore, o con qualsiasi altro oggetto tangibile a cui “si attribuisca” un valore economico concreto.

Il secondo motivo è che se quei foglietti fossero rifiutati perché è caduta la fiducia nel valore della moneta convenzionale corrente… pensateci un attimo: in una società altamente automatizzata e complessa come quella attuale, se cadesse la fiducia il caos sarebbe immediato.

Addirittura, personalmente ho quasi abolito anche il denaro di carta o metallo, che non mi porto più dietro, e nel 98% dei casi pago con lo strumento evolutivo successivo: il comodissimo denaro di plastica, ossia una sottile tesserina di pochi grammi, che telematicamente sottrae istantaneamente da un conto virtuale, situato chissà dove, una certa quantità di unità contabili anch’esse dematerializzate.

In sintesi, per semplificare le transazioni commerciali, e quindi anche la nostra vita quotidiana, sono indispensabili strumenti convenzionali di pagamento ampiamente accettati, di semplice uso… e fisicamente il più leggeri possibile.

Dunque in questo senso, cioè di essere uno strumento di pagamento convenzionale accettato “fiduciariamente” da molti, il bitcoin può essere considerato una moneta.

Tuttavia questa “moneta” presenta un vizio logico intrinseco: non ha un valore proprio, cioè il valore che noi percepiamo istintivamente quando spendiamo il denaro a corso legale nel Paese dove viviamo (nel nostro caso l’euro) per comprare un determinato bene (ad es. un’automobile, o un appartamento, che costano poniamo 15.000 o 100.000 euro), o una serie di prodotti di uso quotidiano (ad es. 100 euro di prodotti nel carrello della spesa): questo valore intrinseco è il potere d’acquisto, di cui ho parlato diffusamente nell’articolo a pag. 16 di luglio 2018 dedicato all’inflazione.

Invece il bitcoin non ha un potere d’acquisto proprio, abbastanza stabile e misurabile in beni acquistabili, ma il suo valore si esprime in un’altra valuta tangibile emessa da uno Stato (il dollaro USA), e di conseguenza assume un valore verso altre valute tangibili (come l’euro) solo indirettamente, attraverso il rapporto di cambio di queste ultime con il dollaro (per un approfondimento sui rapporti di cambio tra valute vi rimando all’articolo a pag. 16 di agosto 2018).

Non solo, ma negli anni il valore in dollari del bitcoin ha subito (e sicuramente ancora subirà) amplissime oscillazioni: nel 2010, quando avvennero le prime quotazioni, 1 bitcoin valeva 39 centesimi di dollaro, a luglio 2013 aveva superato i 58 dollari e a dicembre 2017 sfiorò i 18.000 (avete letto bene: diciottomila!), per poi precipitare a poco più di 3.000 dollari a fine 2018, esattamente un anno dopo.

Attualmente, cioè appena 7 mesi dopo quel crollo, sull’onda dell’annunciato lancio della criptovaluta di Facebook il bitcoin si è riportato intorno ai 12.000 dollari.

Oscillazioni così selvagge mi suggeriscono una speculazione di manovratori occulti, che periodicamente pompano il bitcoin per attirare nuovi compratori illusi di arricchirsi facilmente saltando sul treno in corsa del rialzo, ma che poi restano col cerino acceso in mano quando i manovratori decidono improvvisamente di monetizzare i guadagni… naturalmente in dollari veri!

Un altro lato negativo delle criptovalute è proprio la loro opacità e segretezza, perché molto facilmente possono prestarsi a traffici illeciti… e perfino al finanziamento del terrorismo.

Due parole in breve, perché una spiegazione tecnica approfondita sarebbe complessa e soprattutto lunga, su come procurarsi i bitcoin.

I modi sono principalmente tre: o ricevendoli in pagamento, o acquistandoli al prezzo di mercato, o creandoli (in gergo si chiama mining, cioè scavo) con una tecnologia chiamata blockchain (catena di blocchi di dati), consistente nella risoluzione di complessi calcoli cifrati (da qui la definizione di criptovalute).

Questi calcoli necessitano di apparecchiature informatiche abbastanza potenti e che consumano quantità notevoli di elettricità; per questo i “miners” (minatori) spesso si organizzano in consorzi (pools), conferendo a una rete comune i loro computer e poi dividendosi proporzionalmente i bitcoin “scavati”.

Come raccontavo poco fa, alla fine del 2018 il bitcoin era in netto calo, ma per analogia (e probabilmente per un’altra speculazione) l’annuncio del lancio di Libra nel 2020 lo ha rimesso in orbita.

Considerando che gli utenti di Facebook superano i due miliardi, è evidente la forza d’impatto dell’iniziativa… ma di Libra si sa ancora poco: pare che Zuckerberg progetti di stabilizzarne il valore ancorandolo a un paniere di valute ufficiali, per cui il ribasso di una sarebbe compensato dal rialzo di un’altra, ma per essere una vera moneta resta il difetto intrinseco a cui accennavo prima: Libra non avrebbe un potere d’acquisto definibile autonomamente in una quantità di beni comperabili, ma vedrebbe espresso il suo valore solo facendo riferimento a un’altra valuta “ufficiale”, prevedibilmente il dollaro.

Un aspetto molto delicato sarà la riservatezza: Facebook è già stata colpita da gravi scandali dopo la compravendita delle preferenze commerciali e perfino politiche dei suoi utenti, ma quando si tratta di conti bancari e carte di credito, il rischio di abusi e truffe diventa rovente.

L’idea ha trovato subito imitatori e pare che anche Amazon, Apple, Google e Netflix stiano pensando a creare loro criptovalute… sempre che le autorità antitrust non abbiano nulla da ridire, perché approfittare della posizione dominante in un settore per imporsi in un altro è il classico comportamento che attira i fulmini delle autorità di vigilanza.

Anche la politica ha subito drizzato le orecchie e i legislatori statunitensi stanno già indagando e convocando gli interessati a dare spiegazioni… perfino Donald Trump in un suo ennesimo tweet ha attaccato le criptovalute, e Libra in particolare, che a suo giudizio “non sono denaro, perché il loro valore è altamente volatile e basato sul nulla” (e a me pare che abbia ragione).

In ogni caso di questa controversa iniziativa di Facebook e dei suoi imitatori, che se attuata potrebbe avere conseguenze imprevedibili e forse dirompenti per la finanza mondiale, sicuramente si parlerà ancora moltissimo nei prossimi mesi.

Francesco D’Alessandro