Pagamenti digitali, il progresso che esclude

La nuova discriminazione passa dallo smartphone.

C’è una parola che viene ripetuta come un mantra: innovazione.

Nel mondo dei pagamenti è diventata una giustificazione universale, una sorta di lasciapassare per qualsiasi cambiamento.

Se è digitale, è meglio.

Se è veloce, è inevitabile.

Se passa dallo smartphone, è il futuro.

Ma dietro questa retorica rassicurante si nasconde una verità molto meno comoda: il cosiddetto progresso sta lasciando indietro milioni di persone.

I numeri vengono spesso usati per raccontare una storia di successo.

I pagamenti digitali crescono, le app bancarie si diffondono, i wallet elettronici conquistano quote di mercato.

Ma basta guardare meglio per accorgersi delle crepe.

Nell’area euro, oltre la metà delle transazioni avviene ancora in contanti, per fortuna.

Non per nostalgia, ma perché per molti è l’unico strumento davvero accessibile.

Eppure, invece di partire da questo dato, si continua a spingere nella direzione opposta.

Le banche chiudono filiali, riducono gli sportelli, trasformano servizi essenziali in procedure digitali.

Pagare, fare un bonifico, autorizzare un’operazione: tutto passa da uno smartphone.

Non è più una scelta.

È un obbligo mascherato da comodità.

Spesso molte “app” non si possono utilizzare o non tutte le operazioni si possono fare al computer.

Il punto è semplice e, proprio per questo, spesso ignorato: non tutti hanno uno smartphone, e soprattutto non tutti sono in grado di usarlo in modo sicuro.

Chi oggi ha 55, 60 o 70 anni non è cresciuto con queste tecnologie.

Non ha interiorizzato logiche, linguaggi e automatismi del mondo digitale.

E no, non è una colpa.

Eppure il sistema li tratta come se lo fosse.

Chi non si adatta viene etichettato come “resistente al cambiamento”, quando in realtà spesso è solo escluso da un cambiamento progettato senza di lui.

Le app bancarie sono complesse, piene di passaggi, codici, notifiche, aggiornamenti.

Un errore può generare ansia, bloccare operazioni, creare problemi reali.

E tutto questo per operazioni che un tempo richiedevano pochi minuti allo sportello, con una persona in carne e ossa davanti e che spesso sorrideva gentilmente.

Poi c’è il tema della sicurezza, liquidato troppo spesso con superficialità.

Truffe online, phishing, furti di identità digitale non sono paranoie: sono fatti.

E colpiscono proprio i più vulnerabili, cioè coloro che hanno meno strumenti per difendersi.

Chiedere a queste persone di fidarsi ciecamente di un sistema che non comprendono fino in fondo non è modernità.

È irresponsabilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, anche se raramente viene raccontato per quello che è: una nuova forma di disuguaglianza.

Silenziosa, quotidiana, ma concreta.

Chi non è digitale diventa dipendente.

Deve chiedere aiuto per fare un pagamento, per controllare un conto, per gestire il proprio denaro.

Perde autonomia.

Perde controllo.

E tutto questo mentre il dibattito pubblico continua a celebrare la “transizione digitale” come se fosse neutrale, inevitabile, persino giusta.

Ma una trasformazione che esclude non è neutrale.

È una scelta.

La verità è che si è deciso – consapevolmente o meno – di costruire un sistema su misura per chi è già dentro, lasciando gli altri a rincorrere.

E quando non ci riescono, la responsabilità ricade su di loro.

È qui che il racconto si incrina definitivamente.

Perché il problema non è chi non usa lo smartphone per pagare.

Il problema è un modello che rende sempre più difficile vivere senza farlo.

Se davvero si vuole parlare di innovazione, bisogna avere il coraggio di dire che questa non è completa.

E soprattutto non è equa.

Servono alternative reali, non simboliche.

Servono sportelli, assistenza, strumenti semplici.

Serve tempo.

Perché il progresso, quello vero, non si misura da quanto è veloce.

Ma da quante persone riesce a portare con sé.

Oggi, nel silenzio generale, ne sta lasciando indietro troppe.

Bina Binella

 

 

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