Il braccio di ferro fra criterio di realtà e criterio di principio.
La mia generazione ha ben vivo il ricordo delle battaglie referendarie del 1974 e del 1981.
Il referendum sul divorzio del 1974 e quello sull’aborto del 1981.
Momenti cruciali nello scioglimento del sonno ottocentesco di un paese affezionato alla sua società chiusa, piccolo borghese, bigotta, violenta con il silenziatore, così bene descritta nell’ultimo film di Paola Cortellesi.
A soli dieci anni dalla morte di Marco Pannella, simbolo controverso dell’evoluzione sociale verso la libertà individuale, l’erede delle sue battaglie, il Comitato globale sullo Stato di diritto (GCRL), ha gatte da pelare molto più grandi e pericolose di quelle contro cui si scatenava Pannella.
L’obiettivo del think tank, è quello di contrastare l’erosione dello Stato di diritto che, tristemente, è molto vicina a giungere al pieno compimento.
A furia di esportare democrazia, potremmo dire che stiamo per restare senza.
Per chi sapesse di biologia marina e non di giurisprudenza, lo stato di diritto radica nella Magna Charta, che sancì quasi 1.000 anni fa, che nessuno può essere al di sopra della legge.
Nel panorama normalizzato di oggi, “la punibilità dei potenti”, è un’assurdità degna del gatto di Alice di Lewis Carroll, ma era ed è l’unica base possibile per arginare lo spazio della libertà.
L’ultima grande battaglia di Pannella fu quella per il diritto alla conoscenza intesa come estensione del diritto alla verità sui fatti e i responsabili, riconosciuto dalle Nazioni Unite ai familiari di vittime di situazioni di palese lesione dei diritti civili.
Secondo Pannella, il diritto alla conoscenza estendeva al cittadino comune in situazioni normali, il diritto ad essere correttamente e esaurientemente informato per poter prendere decisioni non pilotate dalla manipolazione delle informazioni disponibili.
Arrogante e un poco logorroico, Pannella è stato una delle più belle intelligenze che il nostro paese ha prodotto, le sue intuizioni, oggi, suonano più cristalline e necessarie che mai.
Negli ultimi anni la Fondazione Luigi Einaudi di Roma, una fra le più rilevanti istituzioni italiane improntate alla promozione dei valori della cultura liberale, indubbiamente la meno passibile di un’accusa di radicalismo, ha ripreso, ospitato e approfondito, l’opera e l’eredità culturale di Marco Pannella.
Questo perché la radicalizzazione del fenomeno della corrosione della libertà spicciola, si vede e si sente senza bisogno di essere coltissimi o attentissimi alle questioni sociali.
Non è più l’intuizione di un magnifico folle, è un dato di fatto.
Personalmente, credo che gli atenei a circuito chiuso di spiriti belli possano molto poco rispetto all’avanzata inesorabile della nuova invasiva idea d’illibertà.
Approfondire la fisionomia e l’importanza dei diritti fondamentali ben poco può fare per difendere le regole democratiche che rendono possibili quei diritti.
Il rispetto della Costituzione, della legalità, della separazione dei poteri e delle garanzie democratiche, intrappolate nella rete di cunicoli degli inganni europei, oggi non sono molto semplicemente alla portata degli strumenti democratici di cui ancora disponiamo.
A cosa serve un referendum sul finanziamento ai giornali oggi, nel contesto di questa riflessione?
Esiste oggi in Italia il dipartimento della Magia di Harry Potter, si chiama Dipartimento per l’informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio.
E’ l’ente che distribuisce finanziamenti diretti e indiretti, visibili e simulati, a testate selezionate secondo criteri che, grattata la buccia, truccano la libera concorrenza e creano dipendenza economica dalla politica determinando a monte la potenza di tiro dei differenti giornali.
Se un referendum abolisse questa porcheria potrebbe avvenire quello che avvenne dopo il referendum sul finanziamento ai partiti, che vide un 77% di affluenza, un 93% di SI all’abrogazione e un 7% di NO?
Si potrebbe ancora una volta disattendere totalmente la volontà dei votanti chiamando con un altro nome la stessa cosa e facendola in un altro modo?
Certo che sì ed è probabilmente quello che avverrà.
Allora perché perdere ore buone per andare a funghi per raccogliere firme e andare a votare?
Perché i fenicotteri delle migliaia di albanesi che non aprono i negozi e non fanno il pranzo ai figli per affermare un principio, ci insegnano ancora una volta che nulla è peggio che normalizzare la devianza.
Perché nulla è peggio che identificarsi con l’inevitabilità del male.
Perché sapere se l’80% degli italiani ride, mentre il Re sfila nudo circondato dalle penne di regime, è immensamente importante, anche se poi il re trova un altro modo per foraggiare i suoi servi.
Perché affermare un principio è più importante che decapitare un Re.
Se rinunciamo ad affermare l’eticità assoluta di un principio stiamo rinunciando a quel giorno, che nove su dieci noi non vedremo, in cui gente che non saprà chi siamo, vedrà quel principio trasformato in realtà e ne potrà godere.
La possibilità del raccolto non è fra le opzioni possibili per la nostra generazione, ma questo non ci esime, a mio modesto avviso, da sottrarci al dovere della semina.
di Claudia Maria Sini
