
Metà del 1800, i battelli a vapore consentono la traversata dell’Atlantico nel tempo sufficiente perché un terribile parassita sopravviva: arriva in Europa la filossera!
Una delle calamità naturali più gravi dell’agricoltura, un animaletto parassita micidiale, che si nutre delle radici delle viti e che, una volta attaccato un vigneto, lo distrugge completamente.
Il flagello della Fillossera si manifestò in Europa a partire dalla seconda metà dell’800.
L’azione distruttiva del parassita ebbe come conseguenza la necessità di ricostruire completamente il patrimonio viticolo del continente, dividendo di fatto la storia del vino e della vite in due periodi, il periodo prefilosserico e quello postfilosserico.
Il suo ciclo riproduttivo è complesso: un primo insetto nasce da un uovo deposto sotto la corteccia della vite, che schiudendosi dà vita alla fondatrice.
Questa depone circa 500 uova in una galla, protuberanza che viene formata tramite una puntura sulla pagina inferiore della foglia.
Da qui nascono le larve, parte delle quali migra fino alle radici della pianta, che attacca deponendo altre uova e formando altre galle, facendone perdere la capacità assorbente.
Il danno provocato dalla Fillossera si differenzia a seconda del tipo di vite attaccata:
Dalla Francia si estende rapidamente e arriva in Italia distruggendo i vigneti, anche nel Veneto è sconforto per i vitivinicoltori che le tentano tutte, ma senza successo.
Finalmente il professor Planchoin di Montpellier ha la giusta intuizione: quella “peste” arriva dalle Americhe e laggiù le piante delle viti hanno già sviluppato da secoli efficaci armi di difesa.
Anche qui da noi parte la corsa al trapianto di radici di “vite americana”, sulle quali innestare i vitigni desiderati.
Il vino è salvo! Ma la storia dei vitigni europei è ormai compromessa e molte varietà “autoctone” sono oggi scomparse.
Ci vorranno anni e anni per trovare i giusti innesti e gli ibridi di specie americane e, successivamente, altri ibridi di specie americane con specie europee.
Nel frattempo ci si dovette accontentare di produrre un vino aspro, particolarmente intenso e grezzo, dal colore viola/rosso intenso.
Un vino che macchia irrimediabilmente la tovaglia, lascia una traccia densa nelle bottiglie e sui bicchieri, segna la “scuela”, la tazza di ceramica bianca dove il contadino beve il CLINTON (pronuncia: clintòn – in alcune zone del Veneto “crinto” o “grintón”).
Dicono che la cattiva vinificazione e la presenza nelle bucce di sostanze tossiche, oltre al valore tannitico molto elevato, rendesse nocivo questo vino, se assunto in dosi eccessive.
Da qui il divieto di commercializzazione del vino prodotto con questa uva, la legge italiana impose l’estirpazione della vite, ma mancò un decreto applicativo.
Così il Clintòn è oggi quasi scomparso, ma gode di grande popolarità tra i conoscitori, perché “piccole quantità ad uso familiare” sono tutt’oggi tacitamente consentite.
I “nostri vèci” cuocevano il riso Vialone Nano nel latte di vacca, quindi lo condivano con una riduzione di Clintòn e con scaglie di formaggio “Verlata” (della zona di Villaverla in Provincia di Vicenza, un formaggio a pasta semicotta lavorato col caglio di agnello, per dare una maggiore personalità).
Le scaglie venivano abbrustolite e poi sparse sul riso nel piatto.
Qui ci insegnano una ricetta da “uomini veri”, con numerose varianti tramandate dai nonni, un liquore che già nel nome è uno spettacolo… SANGUE DEL PIAVE!
Versa in una pentola capiente 2 litri di vino Clintòn e un chilo e mezzo di zucchero, quindi porta a ebollizione mescolando.
Spegni la fiamma appena inizia a bollire (fai attenzione perché il liquido si comporta come il latte, tracima!).
Aggiungi due litri di buona grappa bianca (meglio se artigianale), mescola, imbottiglia e tappa con il liquore ancora caldo. Fai riposare per sei mesi almeno.
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