Tenerife e il paradosso del vino: eccellenza diffusa, valore sottostimato

Lo scorso 29 novembre, al Mercado Municipal di Puerto de la Cruz, si è tenuta una degustazione dedicata ai vini di Tenerife.

Guia Repsol

Un appuntamento che ha celebrato il territorio, la sua storia agricola e la sorprendente biodiversità vitivinicola dell’isola.

Un evento importante, ma soprattutto un invito a guardare più da vicino un settore che potrebbe rappresentare una vera risorsa economica e culturale, e che invece, troppo spesso, rimane confinato nella dimensione del semplice prodotto locale.

Tenerife, con le sue cinque Denominaciones de Origen — Tacoronte-Acentejo, Valle de La Orotava, Ycoden-Daute-Isora, Abona e Valle de Güímar — possiede un patrimonio enologico pari, per estensione e peculiarità, a quello di aree che hanno fatto del vino la propria immagine nel mondo.

Pensiamo alle Langhe, in Piemonte, dove il connubio tra vitigni, paesaggio e enoturismo ha trasformato una produzione agricola in un sistema economico globale.

O a Bordeaux, in Francia, dove l’identità territoriale coincide quasi totalmente con quella dei suoi vini, generando un indotto che va dal turismo alla gastronomia, dalla finanza alla cultura.

Il paradosso di Tenerife è evidente: possiede ciò che altrove rappresenta un tesoro, ma non lo vive come tale.

Nonostante la viticoltura sia profondamente radicata — complice l’impossibilità storica di riconversione verso colture alternative in molte aree rurali — il vino non è ancora percepito come un’eccellenza da valorizzare al di là del consumo quotidiano.

La qualità media, certamente buona e in alcuni casi straordinaria, non riesce a trasformarsi in un marchio identitario forte, né in un motore economico capace di irradiare opportunità.

A rendere ancora più evidente il divario, basta guardare a poche isole di distanza.

Lanzarote ha saputo trasformare un metodo di coltivazione unico — la vite piantata nelle conche di cenere vulcanica, protetta da semicerchi di pietra — in un simbolo architettonico, agricolo e turistico.

Non è solo un modo di coltivare: è paesaggio, immaginario, narrazione.

Il vino è diventato parte fondamentale dell’attrattiva dell’isola, al punto da influenzare l’esperienza del viaggiatore quasi quanto le spiagge o i paesaggi naturali.

I bianchi di Lanzarote, esportati e rinomati a livello internazionale, hanno costruito un’identità forte, indiscutibile.

Tenerife, invece, nonostante l’enorme ricchezza di vitigni autoctoni — molti dei quali pre-fillossera, quindi sopravvissuti alla grande pestilenza europea dell’Ottocento — non possiede ancora un racconto condiviso del proprio vino.

Il prodotto esiste, il territorio è pronto, la biodiversità è unica, ma manca lo scatto culturale e commerciale che lo trasformi in una leva economica.

La produzione, vasta e capillare, rimane spesso legata al consumo locale, percepita più come tradizione che come potenziale di sviluppo.

La degustazione di Puerto de la Cruz ha mostrato chiaramente quanto questa ricchezza meriti una visione più ampia.

Non si è trattato solo di assaggiare, ma di immaginare: vedere nel vino non una bottiglia, ma una possibilità.

Per questo Tenerife avrebbe bisogno di molte più manifestazioni simili, capaci di dare impulso alla creazione di una cultura dell’eccellenza, non solo della consuetudine.

Eventi che promuovano il dialogo tra produttori, ristoratori, turisti e istituzioni; che trasformino la degustazione in racconto, l’agricoltura in identità, la tradizione in valore.

Perché in ogni calice dell’isola non c’è soltanto un gusto da riconoscere, ma un futuro possibile da costruire.

Luca Bertagnon

 

 

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