Uno spagnolo sul trono di Roma

Cari lettori di “Leggo Tenerife”, questa settimana tralascerò gli argomenti di economia e politica contemporanea, intervallati ogni tanto da resoconti di escursioni nella nostra bella isola, per raccontarvi l’appassionante vita dell’imperatore di Roma Marcus Ulpius Traianus, andaluso di nascita (affermazione però impropria, perché nell’Impero romano quella regione ancora non si chiamava col nome arabo di Andalusia, bensì “Provincia Romana Betica”); e ho scelto di parlare di lui non solo perché di provenienza ispanica e il primo degli imperatori romani di origine non italica (e dopo di lui ce ne furono anche nordafricani, balcanici e arabi), ma anche perché dopo la sua conquista della Dacia (l’odierna Romania) nel 103, e l’annessione dell’Armenia nel 117, l’Impero romano raggiunse la sua massima estensione storica di 5 milioni di chilometri quadrati abbracciando i territori di oltre 50 dei 193 Stati oggi ufficialmente membri dell’ONU, dall’Inghilterra alla sponda asiatica del Mar Rosso passando per il Nilo egiziano, dal litorale atlantico del Portogallo ai confini dell’odierno Iran e dalle coste olandesi del Mare del Nord a quelle della Tunisia, potendo quindi giustamente definire “Mare Internum” il Mediterraneo.

A quei tempi non esisteva l’odierna distinzione tra governo civile e comando militare e i senatori, cioè l’oligarchia al potere, riunivano in una sola persona l’esercizio delle magistrature, il governo delle province e il comando delle legioni; e Marcus Ulpius Traianus, nato a settembre del 53 nei pressi dell’odierna Siviglia, fece carriera nell’esercito e svolse varie magistrature durante gli imperi prima di Vespasianus e poi del sagace ma violento e odiato Domitianus, assassinato a settembre del 96 a 44 anni, dopo 15 di regno, da una congiura di palazzo ordita forse con la complicità dell’imperatrice Domitia Longina.

Le  cospirazioni e le morti violente di imperatori susseguitesi negli anni e nei secoli seguenti furono spesso il prologo di rivolte militari e guerre civili che dissanguarono dall’interno la potenza di Roma facilitandone, circa 350 anni dopo il regno di Traianus, la disgregazione sotto la pressione delle invasioni germaniche.

Molte di queste vicende ce le narra lo storico Suetonius, bibliotecario imperiale proprio di Traianus e poi segretario privato del suo successore Adrianus, nelle sue vivide “Vite dei 12 Cesari”, cioè le biografie di Iulius Caesar e di 11 regnanti dal fondatore dell’Impero Octavianus Augustus fino proprio a Domitianus, che lessi anni fa nella traduzione italiana e che in questi giorni sto rileggendo in spagnolo.

Nella tensione che seguì l’assassinio di Domitianus il Senato tentò di pacificare le acque designando al trono l’anziano e stimato Marcus Cocceius Nerva, il cui governo infatti fu ed è apprezzato come uno dei migliori nella sequenza non sempre luminosa degli imperatori romani; ma Nerva, consapevole della sua età avanzata, inviso ai militari perché mai aveva comandato una legione, e timoroso che alla sua morte l’impero sarebbe stato nuovamente dilaniato da una guerra civile tra due o più ambiziosi governatori provinciali, pensò di designare lui stesso un successore abbastanza forte da prendere subito saldamente in mano le redini del governo.

Imitando Iulius Caesar, che un secolo e mezzo prima aveva adottato come proprio erede personale e politico il capostipite imperiale Octavianus, inaugurando così un’usanza poi diventata frequentissima tra gli imperatori che seguirono, Nerva pensò di prevenire il problema adottando come figlio e successore un militare popolare tra i legionari; e ad ottobre del 97, mettendo d’accordo Senato, popolo ed esercito, la scelta cadde su Traianus, allora governatore della strategica e delicatissima provincia della Germania Superiore e rispettato comandante delle legioni stanziate sul Reno.

A fine gennaio del 98 la notizia della morte di Nerva e dell’ascesa al trono imperiale raggiunse Traianus a Mogontiacum (l’odierna Magonza, o Mainz in tedesco); ma il nuovo imperatore, conscio della propria forza e popolarità tra le legioni, non si affrettò ad entrare a Roma per celebrarvi in pompa magna l’ascesa al trono, bensì modestamente rimase in Germania a presidiare la frontiera del Reno, limitandosi a inviare al Senato alcune lettere ufficiali, lette pubblicamente come manifestazione della sua volontà di rimanere fedele alle istituzioni e di governare con giustizia e moderazione.

Solo mesi dopo Traianus fece il suo ingresso a Roma, sobriamente e senza clamore, procedendo subito a numerose e apprezzate riforme amministrative che lo resero un imperatore molto popolare ma che qui non ricorderò, perché se lo facessi dovrei trascurare l’impresa per cui è massimamente ricordato, ossia la già citata conquista definitiva della Dacia, sulle cui conseguenze storiche di enorme rilievo mi soffermerò in chiusura dell’articolo.

I Daci, abilmente guidati dal carismatico, scaltro e abile stratega re Decebalus, da fastidioso disturbo di confine era gradualmente diventati una grave minaccia per l’Impero: nell’85 attraversarono il Danubio e invasero la provincia della Mesia (l’odierno territorio a cavallo tra Bulgaria e Serbia), costringendo Domitianus a firmare nell’89 un umiliante trattato che imponeva a Roma di pagare al re dacio un tributo in oro.

Una volta consolidatosi all’interno Traianus comprese la necessità di ripristinare la pax romana nella regione prima che la potenza dei Daci coagulasse intorno a sé una coalizione di popolazioni ostili.

Nel 101 l’Imperatore iniziò l’avanzata dalla Mesia guidando personalmente la spedizione composta da una quindicina di legioni (una legione contava circa 6.000 uomini), fiancheggiate da formazioni ausiliarie di cavalleria ed arcieri per un totale di circa 150.000 combattenti.

In questa prima campagna negli anni 101 e 102 le legioni attraversarono ordinatamente il Danubio su ponti di chiatte costruiti dal genio militare e sconfissero Decebalus, ma senza conquistare la capitale dacia Sarmisegetusa; il trattato di pace lasciò il re dacio sul trono limitandosi a imporgli cessioni territoriali, il divieto di costruire nuove fortificazioni e la consegna di tutte le macchine da guerra, ma Traianus era consapevole della provvisorietà della vittoria, perché i nemici indomabili come Decebalus se non soppressi riprendono ostinatamente la lotta.

Nel 105 alcune violazioni del trattato, vere o presunte, provvidero a Traianus il casus belli per iniziare la seconda campagna, durante la quale l’architetto Apollodorus di Damasco fece costruire per il passaggio delle truppe uno sbalorditivo ponte sul fiume Danubio, in quel punto largo 800 metri, deviandone il corso per impiantarvi 20 pilastri in pietra sui quali scorreva una carreggiata in legno larga 15 metri e lunga più di un chilometro.

Transitato l’esercito sull’altra sponda iniziò la metodica distruzione delle fortezze disseminate sul territorio fino alla capitale Sarmisegetusa, asserragliata tra i monti e difesa da mastodontiche mura, ma infine conquistata dalle legioni dopo un assedio di diverse settimane in cui i Romani impiegarono tutte le loro tecnologie belliche di torri mobili, catapulte ed arieti.

Decebalus, già in fuga con pochi seguaci prima dell’entrata dei legionari in Sarmisegetusa e inseguito dalla cavalleria romana, si suicidò per evitare la cattura e il ludibrio di essere esibito in catene su un carro alla tripudiante plebe durante il trionfo del vincitore, come era accaduto più di un secolo e mezzo prima al gallo Vercingetorix sconfitto da Iulius Caesar.

E ancora una volta Apollodorus di Damasco mise il suo genio al servizio dell’Imperatore erigendo a sua gloria millenaria la stupefacente Colonna Traiana, tuttora visibile a Roma dopo quasi venti secoli: alta 30 metri, la sua stele marmorea narra dettagliatamente, in 155 episodi e 2.500 figure scolpite in una spirale di altorilievi lunga 200 metri, l’intera epopea della guerra dacica condotta da Traianus, raffigurato mentre esorta le legioni, comanda battaglie, riceve la resa di fortezze e comandanti nemici e supervisiona l’opera dei genieri, concludendo il racconto con il suicidio di Decebalus.

Ora Traianus poteva rivolgere la sua attenzione all’altra superpotenza dell’epoca, molto più temibile dei Daci e da secoli avversaria di Roma con alterne vicende: l’impero dei Parti, allora esteso ben oltre i confini dell’odierno Iran che ne era la culla.

Tra le due superpotenze esisteva un regno cuscinetto – l’Armenia – che entrambe cercavano di assoggettare alla propria influenza.

Nel 113 l’ormai ultrasessantenne Traianus colse al volo il casus belli dell’insediamento sul trono armeno di un parente del re Parto Osroe, prima deponendolo e poi annettendo direttamente l’Armenia all’Impero, ordinando la mobilitazione delle legioni in Siria, in Cappadocia (nell’odierna Turchia) e nelle province danubiane e infine attraversando il Bosforo ed entrando in Asia alla guida dell’invasione attraverso l’odierna Turchia.

Dopo una travolgente avanzata iniziale, la conquista della capitale dei Parti e la sostituzione di Osroe con un regnante gradito ai Romani, sorsero difficoltà nel compito più difficile: consolidare istituzionalmente la vittoria in un territorio tanto esteso e logisticamente remoto, la cui popolazione era stata sconfitta ma non domata.

Di fronte a un’opposizione crescente ed a continue fiammate di rivolta Traianus, consapevole dell’impossibilità di consolidare politicamente la conquista, logorato dalle fatiche e in salute sempre più malferma, abbandonò la Partia, e durante il viaggio verso Roma l’aggravamento del suo malessere lo costrinse a fermarsi a Selinunte nell’attuale Turchia – città allora celebre e fiorente, ma oggi ridotta a scarse rovine – dove a 64 anni morì.

Prima e dopo di lui molti condottieri e imperatori romani ellenizzati, abbagliati dal mito plurisecolare di Αλέξανδρος ο Μέγας, ossia di Alessandro il Grande, tentarono senza successo – talvolta ottenendo vittorie però mai decisive, e talvolta subendo cocentissime sconfitte – di ripeterne l’impresa conquistando la Partia; quasi 170 anni prima anche Iulius Caesar, alla cui conquista e romanizzazione della Gallia si deve se oggi in Francia e parti di Belgio e Svizzera si parla una lingua neolatina, aveva progettato una spedizione contro i Parti, ma a marzo del 44 a.C. il prodigioso stratega e raffinato scrittore fu assassinato con 23 pugnalate nella Curia (l’odierno Largo di Torre Argentina a Roma) dagli sciocchi nostalgici della vecchia repubblica aristocratica nata nella piccola città-stato della campagna laziale, ormai morta e sepolta dall’impero multietnico esteso su tre continenti che l’aveva sostituita.

Mi azzardo a dire che avendo allora Caesar solo 56 anni, senza quelle 23 pugnalate il suo genio avrebbe potuto soggiogare anche i Parti, impresa tentata e fallita da molti dopo di lui, e che allora la storia d’Europa e del mondo sarebbe stata diversa… ma glielo impedì l’infondata presunzione di superiorità morale di alcuni fanatici congiurati, autoelettisi restauratori del loro concetto di illusoria democrazia.

Per chiudere vorrei tornare sull’enorme importanza storica della conquista della Dacia compiuta in nome dell’Impero dallo spagnolo Traianus.

La penetrazione culturale romana vi fu tanto profonda che gli abitanti di quell’angolo d’Europa, tuttora circondato da popoli slavi, dismisero il nome “Dacia” per chiamarsi “Romania”, cioè letteralmente “il Paese dei Romani”, caratterizzandosi come un’isola di latinità nel circostante oceano slavo.

Diversamente che altrove, nei secoli seguenti nessuna invasione germanica, slava o unna riuscì ad alterare questa realtà e la lingua romena, unica fra tutte le lingue neolatine – originariamente varianti dialettali della lingua comune dell’Impero – ha mantenuto alcune caratteristiche grammaticali e sintattiche tipiche del latino, tra cui spicca la declinazione di nomi e aggettivi esistente anche in tedesco e in russo, cioè – in parole il più semplici possibile – la variazione dell’ultima sillaba o paio di sillabe dei nomi o degli aggettivi, sia singolari che plurali, a seconda del ruolo (soggetto, complemento oggetto, complemento d’agente, moto a luogo o stato in luogo, ecc.) da essi svolto nella frase.

Chi come me ha avuto la fortuna di arricchire la mente occupandosi a scuola non di fumoserie sociopolitiche, ma studiando (oltre alla matematica, alla geografia e quant’altro) anche il latino, ricorderà l’imprescindibile declinazione di rosa – rosae – rosam… rosae – rosarum – rosis…

Traianus fu il primo ma non l’unico spagnolo a salire sul trono imperiale di Roma; quasi tre secoli dopo provenne dalla provincia betica anche Theodosius, ultimo regnante dell’Impero Romano unitario prima della divisione nei due Imperi d’Occidente e d’Oriente nel 395; ed era cordovese, cioè betico, anche il filosofo Seneca, protagonista con alterne vicende degli eventi di corte sotto gli imperatori Caligula, Claudius e Nero intorno alla metà del primo secolo.

Ma queste furono altre storie…

Francesco D’Alessandro

 

 

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