I proprietari dei locali sempre più preoccupati dal cosiddetto “no show”
Si fa strada l’idea della caparra, che riduce il problema a meno della metà
Tanto per cominciare è maleducazione: perché sì, è vero, gli imprevisti succedono e i programmi si cambiano, ma se hai prenotato un ristorante per venti e poi non si presenta nessuno, che ti costa far prima uno squillo al proprietario guardi-non-si-riesce-più?
Poi è una questione economica: perché una tavolata riservata è una tavolata in meno per l’utenza dell’ultimo minuto, ma è anche la spesa fatta apposta dalla cucina e i prodotti comprati in più che vanno a male.
E infine è un fatto di rispetto per il lavoro altrui: ché tu, magari, la vivi solo come una sera fuori con gli amici per una pizza, ma dietro c’è una macchina che vale oltre 59 miliardi di euro all’anno (ossia il valore del comparto ristorazione in Italia) e c’è un cameriere che presta servizio mentre te stacchi dall’ufficio, c’è un cuoco che non conosce feste e fine-settimana liberi, c’è un gestore che fa i salti mortali per garantire la busta paga a tutti i suoi dipendenti.
«Il no-show è un problema serio che siamo lontani dal risolvere, ma che riusiamo ad abbassare con la prenotazione online», dice lo chef Max Mariola.
È un problema serio, è un problema generalizzato (nel senso che non è solo italiano e le citazioni qui sopra lo comprovano), è un problema che ha addirittura un nome, coniato, forse un po’ rubacchiato all’ambito più ampio del turismo ma sono dettagli, per l’occasione: quelli del no-show, cioè quelli che non si presentano, che chiamano, bloccano, occupano virtualmente e poi non fanno nemmeno una capatina, non avvisano per liberare la sala.
Lasciano nel limbo i maître dei più prestigiosi ristoranti del pianeta, ma lasciano in stallo anche le taverne sotto casa, quelle più alla buona e non per questo più frescone: sempre più ristoratori, esasperati da questa pratica, hanno deciso di chiedere una caparra anticipata a tutti i gruppi con più di sei persone che chiederanno, in anticipo, di mangiare lì.
Secondo i dato dell’Osservatorio Incremento-Ristorazione del 2025, che ha analizzato oltre 212mila prenotazioni in 300 locali italiani da gennaio ad agosto di quest’anno, il no-show tricolore interessa il 12,8% delle volte che si va a mangiar fuori.
Il che, a conti fatti, vuol dire una cosa sola: che su dieci richieste avanzate almeno una (la statistica dice un po’ di più) finisce col coperto non utilizzato.
Per questo sempre più attività ricorrono, giustamente, a sanzioni e a caparre (l’ha fatto l’agriturismo genovese, ma l’ha fatto anche Bau che ha inserito nel suo menù una penale salata di 250 euro per chi fa il furbetto): ma, al di là di tutto, resta il dato della scortesia e della cafonaggine oramai sdoganata a pesare di più sul bilancio complessivo.
Da Libero.it
