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    Il linguaggio dei fiori: uno scienziato pensa possa riscrivere il futuro dell’uomo

    Il New York Times lo ha definito uno dei venti uomini che potrebbero cambiare la storia del mondo.

    In virtù dei brevetti usciti dal suo laboratoriosi appresta ad usare l’escamotage che usano le pigne per aprire e chiudere senza uso di energia le tapparelle dei grattaceli.
    Il macchinario con cui è stato sondato il pianeta Marte per cercare acqua, usa lo stratagemma di una radice che passeggia sotto il deserto e va a prendere l’acqua laddove sa che è attivata dalla percezione dell’umidità e null’altro.
    Stefano Mancuso, non è un botanico svirgolato che parla con i fiori, è direttore del laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale presso l’università di Firenze e c’è qualcosa di meravigliosamente poetico ma anche rivoluzionario nel modo in cui ci propone di ripensare il nostro ruolo rispetto al pianeta in cui viviamo.

    Reputa che le piante possano offrirci la possibilità di pensare un’alternativa credibile all’inconveniente di essere votati all’estinzione per mano propria.
    Suggerisco calorosamente di cercarlo sul web e ascoltarlo in prima persona e intanto riassumo una sintesi della sua straordinaria teoria.
    Accettando il dogma che il cervello è un organo che produce intelligenza e chi non ce l’ha è tonto, il 99,7% della vita del pianeta sarebbe stupido.
    Gli animali infatti sono lo 0,3% del peso della vita sulla terra.
    Accettando il dogma che un animale dotato di cervello risolve i problemi spostandosi (migrazioni, transumanze del bestiame, invasioni barbariche, delocalizzazione delle imprese…), un essere vincolato al suolo con radici è poco più di una cosa che fiorisce.
    Non a caso definiamo stato vegetativo il mero non morire di un infermo.
    In realtà le forme di vita prive di cervello propriamente detto, sono dotate di incredibile capacità di risolvere situazioni critiche, programmare soluzioni “intelligenti” che richiedono programmazione, memoria e disciplina.
    Nel corpo umano il cervello è la sala dei bottoni e ogni organo svolge una funzione.
    Se un solo organo salta, salta tutta la macchina.
    Uccidere un animale è in sé semplice, basta colpire uno degli organi vitali.
    Tutti i livelli di organizzazione sociale e aziendale si basano sullo stesso principio e soffrono la stessa debolezza.
    Un centro, una diramazione di parti che svolgono funzioni.
    L’uomo si considera una unità di misura dell’universo e ammette solo quelle soluzioni che confermino questa sua (risibile) certezza.
    In cosa differiscono le piante e perché possono darci buoni spunti per stare al mondo in modo diverso?
    Le piante, per iniziare, sono organizzate in modo che la capacità di svolgere le funzioni è diffusa in tutto il “corpo” . come se avessero migliaia di cuori e milioni di fegati.
    Se così non fosse, un bruco che rosicchiasse una sola foglia di una sequoia di 150 metri, la ucciderebbe in 5 minuti.
    Le piante sono incredibilmente più sensibili di noi nel percepire i cambiamenti dell’ambiente.
    Mancuso ha condotto esperimenti ormai accettati dal mondo scientifico che dimostrano che le piante hanno memoria e capacità di apprendimento.
    Catalogano esperienze, le immagazzinano e le usano come un database per scelte future.
    Come?
    Producendo e diffondendo sostanze chimiche che sono messaggi.
    Le piante comunicano a distanza.
    Sono in grado di mandare comunicazioni complesse, non si limitano a lanciare allarmi ma possono inviare soluzioni.
    Tutto bello e interessante, ma dove va a parare Mancuso?
    Quello che ha dimostrato è che le piante usano soluzioni che non intaccano l’ambiente in cui vivono e, più importante ancora, non trovano soluzioni individuali ma valide in ugual misura per tutta la specie.
    Tradotto in termini “umani” mantengono intatto l’ambiente e adottano  soluzioni giuste in ugual misura per tutti.
    Imagine di John Lennon, una utopia sociale realizzata.
    Difficile vedere questa specie come legna per il camino, insalata, e nulla più.
    La nostra specie ha solo 300.000 anni mentre  la vita media di una specie sono 5 milioni di anni.
    Bene, se ci estinguessimo in un tempo record con le nostre stesse mani, cosa dimostreremo davvero?
    Di essere la specie regina e padrona, la migliore?
    Evidentemente no.
    In un immaginario almanacco della storia verremmo annotati come la specie più stupida, ma grazie a Dio meno longeva di un pianeta che senza di noi andrebbe avanti senza rimorso e con un gran respiro di sollievo.
    Lo straordinario lavoro di Mancuso, molto più complesso e articolato di quanto mezza pagina possa descrivere, punta a spingerci al riconoscimento dell’intelligenza vegetale e all’apertura a un nuovo punto di vista sullo scopo e i limiti dell’agire sensato.
    Un colpo di coda per  non uscire di scena, segnando un record di miope presunzione, accompagnati dai fischi delle altre specie, presto dimenticati e ben poco rimpianti in seguito.
    Cercate le sue conferenze sul web.
    Vale la pena.
    Claudia Maria Sini

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