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    Il millenario romanzo dei mesi e dei giorni

    Cari lettori, prima di tutto porgo a tutti voi gli auguri di un lieto inizio e di una fortunata prosecuzione di questo 2023.

    L’inizio di un nuovo anno, in cui ogni giorno rivolgeremo gli sguardi al calendario cartaceo o elettronico per programmare le nostre attività di apprendimento, lavoro e svago, è l’occasione propizia per accantonare i miei consueti temi di economia, storia e politica, per parlarvi invece di un argomento già trattato in questo giornale anni fa, ma che ritengo appassionante e che vi ripropongo riscritto e ampliato con nuove considerazioni: l’origine antichissima e spesso insospettata dei nomi dei mesi dell’anno e dei giorni della settimana.

    Anche questo del resto è un argomento storico, seppure sconfinante nella linguistica che è un altro dei miei interessi… e allora via, cominciamo questa cavalcata nei secoli!

    Inizio osservando che cercando in un calendario una data dei mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre, qualcuno avrà notato una particolarità: infatti questi nomi sembrano alludere al 7°, 8°, 9° e 10° mese dell’anno, mentre invece sono rispettivamente il 9°, 10°, 11° e 12°, cioè occupano nella sequenza dei mesi due posti in più rispetto a quello che indicherebbe il loro nome.

    Quest’apparente bizzarria ci riporta a oltre 2.500 anni fa, quando gli antichi Romani facevano iniziare l’anno a marzo, in coincidenza con il risveglio primaverile della natura dopo il letargo invernale: infatti, secondo quel calendario, partendo da marzo questi quattro mesi erano effettivamente il 7°, 8°, 9° e 10° dell’anno.

    A quel tempo i Romani consideravano l’inverno un periodo unico e indistinto, non suddiviso in mesi, e solo nel 713 avanti Cristo il re Numa Pompilio aggiunse al calendario i mesi di gennaio e febbraio, che però all’epoca non erano i primi due mesi dell’anno bensì i due ultimi, cioè l’11° e 12°.

    Il nome di “gennaio” (in latino Ianuarius) deriva da quello del dio romano Ianus (Giano), la cui effige con due volti che guardano in direzioni opposte si trovava in un tempio le cui porte restavano chiuse in tempo di pace e si spalancavano all’inizio di una guerra, circostanza in quei tempi abbastanza frequente; ma nell’antichità quando arrivava l’inverno le guerre si sospendevano e riprendevano in primavera.

    Quando poi si decise di far iniziare l’anno a gennaio, in epoche diverse della storia e per vari motivi che vi racconterò tra poco, i nomi di alcuni mesi furono cambiati, ma quelli degli ultimi quattro mesi dell’anno mantennero i loro nomi latini nella sequenza primitiva, che così come i nomi di tutti gli altri mesi di origine latina straordinariamente si sono conservati nei millenni – con solo qualche adattamento fonetico e grafico – in tutta l’area culturale europea e in tutte le sue lingue, dallo svedese al portoghese passando per il tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo e l’italiano, raggiungendo attraverso le sterminate distese dell’Asia russa la costa del Pacifico di fronte al Giappone e diffondendosi al seguito dei coloni europei oltre gli oceani, nelle Americhe del Nord e del Sud e addirittura fino agli antipodi del pianeta in Australia e Nuova Zelanda.

    La consuetudine di far iniziare l’anno a marzo fu mantenuta fino a circa 150 anni prima di Cristo, quindi sino ad un’epoca relativamente recente della storia romana, quando si stabilì di anticipare di due mesi l’inizio dell’anno, cioè a gennaio, per farlo coincidere con l’entrata in carica dei consoli, ossia dei due magistrati eletti dal popolo che per un anno avrebbero governato la politica, le istituzioni e le guerre di Roma… incarico che forse si decise di far cominciare nel cuore dell’inverno per evitare che i consoli esordissero nel loro ministero trovandosi catapultati in una guerra e in combattimenti già in corso, ma avessero invece il tempo di prepararsi adeguatamente a questo compito cruciale.


    I Romani identificavano ogni anno designandolo col nome di un console in carica: Cicerone, ad esempio, per collocare in una sequenza temporale gli eventi di un dato anno rispetto ad un altro usa spesso le frasi “durante il consolato di Cesare” o “durante il consolato di Silla”, cioè in latino “Caesare consule” o “Sulla consule”… espressioni splendidamente concise grazie all’assenza degli articoli, che il latino non possedeva, ed all’uso del sintetico caso ablativo per designare circostanze temporali.

    Notiamo infine come curiosità che gli adattamenti in tedesco e in inglese (Januar e January) del nome “Ianuarius” somigliano all’originale latino molto più dell’italiano “gennaio”.

    Ma da dove provengono i nomi degli altri mesi…?

    Eccovi la loro storia affascinante.

    • Febbraio: nell’età romana più antica questo era l’ultimo mese dell’anno, in cui si tenevano i Lupercales, ossia dei riti religiosi celebrati per purificare (“februare”) le colpe e gli errori dell’anno appena concluso e prepararsi con animo rinnovato a quello in arrivo. Il nome febbraio deriva proprio da questo verbo latino, ed è stupefacente pensare che il nome del mese “Februarius”, legato a questo rito romano di oltre 2.500 anni fa, è ancora vivo nelle lingue inglese (February), tedesca (Februar), francese (février) e spagnola (febrero), solo per citare le lingue europee più diffuse.
    • Marzo: come notavo più sopra, anticamente le guerre si sospendevano nei mesi più rigidi dell’inverno e marzo – il mese in cui riprendevano le ostilità – era dedicato a Marte, il dio della guerra.
    • Aprile: deriva dal verbo latino “aperire” (schiudere), perché in questo mese sbocciano i fiori e la natura riprende il suo ciclo vitale.
    • Maggio: deriva da Maia, la dea latina della terra e della fecondità e sposa del dio degli inferi Vulcano, perpetuata nel nome del mese anche in inglese (May), francese e tedesco (Mai, stessa grafia anche se con pronunce diverse) e spagnolo (Mayo). È curioso constatare che la consacrazione di questo mese alla dea della maternità e della fecondità nella mitologia pagana sia proseguita nella tradizione cristiana, che associa maggio a una speciale devozione alla Madonna. Sarà un caso di “continuità nella diversità”…? Non ho elementi per affermare o negare con certezza il legame fra le due circostanze e mi limito a rilevare la coincidenza… del resto non l’unica di questo tipo, se notiamo ad esempio che la data del 25 dicembre come giorno della nascita di Cristo, ufficializzata dal Papa Giulio I addirittura quasi quattrocento anni dopo la nascita del cristianesimo, bizzarramente coincide con il periodo del solstizio d’inverno, giorno emblematico in tutte le culture europee dell’antichità perché proprio dopo il solstizio d’inverno le giornate si allungano gradualmente grazie alla benevolenza (così si credeva allora) del dio Sol Invictus, ossia del Sole, il cui culto di origine orientale era fiorentissimo nell’Impero Romano. La chiesa cristiana forse voleva conquistare nuovi fedeli sovrapponendo una propria festività alla celebrazione concorrente del Sol Invictus, per agevolare la migrazione dal culto del Sole al proprio…? Beninteso queste illazioni di alcuni storici non sono né certe né dimostrabili, ma un fondamento logico ce l’hanno, che è poi la competizione per la conquista delle anime e delle menti, e tramite esse anche del potere terreno, a cui tutti comunque ambiscono… E tornando ad oggi, siamo sinceri: il Natale odierno non ha conservato molto del suo originario significato religioso: tra vaghi proponimenti di generica bontà si elargisce a parenti e amici il convenzionale “Buon Natale”, ma senza avere ben chiaro il significato essenziale e profondo di quest’augurio, che appunto allude alla Nascita di un rigenerante Salvatore spirituale del mondo; invece la ricorrenza del Natale per molti è diventata – o è tornata ad essere… – una festa pagana caratterizzata da eccessi alimentari e goderecci, molto somigliante alla celebrazione popolare dei riti detti Saturnalia, che nella Roma più antica e poi durante l’Impero Romano imperversavano per una settimana durante il solstizio d’inverno. Nella settimana dei Saturnalia, così chiamati perché dedicati a Saturno, dio della seminagione e dei frutti della terra, si tenevano abbondanti banchetti pubblici e privati, ci si scambiavano regali e si giocava d’azzardo in famiglia e tra amici, proprio come oggi, nel medesimo periodo del solstizio d’inverno, si fa con la tombola… e dopo questa considerazione storica sull’etimologia e sul significato del Natale, ma anche sulla  sconcertante “continuità  nella diversità” tra il costume popolare odierno e quello di 2000 anni fa, torniamo ai nomi dei mesi.
    • Per giugno si propongono due etimologie: il nome o della dea Iuno (Giunone), sposa del padre e re degli dei Giove, o di Iunius Brutus, fondatore della Repubblica romana e uno dei suoi primi due consoli nel 509 a.C. Le due etimologie però in pratica si fondono, perché il nome Iunius deriva a sua volta da Iuno.
    • Luglio: originariamente si chiamava Quintilis, perché contando da marzo, in cui anticamente iniziava l’anno, questo era il quinto mese; ma dopo l’assassinio di Iulius Caesar (Giulio Cesare) per mano dei congiurati capeggiati dal suo figlio adottivo Brutus e da Cassius nel 44 a.C., il suo amico ed esecutore testamentario, il tribuno Marcus Antonius, ordinò di cambiare in Iulius il nome del mese in cui era nato il condottiero ai cui ordini aveva militato durante la conquista della Gallia. Anche qui è curioso notare come i nomi in altre lingue europee (July in inglese, Juli in tedesco, Juillet in francese e Julio in spagnolo) somigliano all’originale latino Iulius più della versione italiana.
    • Agosto: dalla guerra civile combattuta per succedere a Iulius Caesar tra il nipote di quest’ultimo, Octavianus, e il tribuno Marcus Antonius (poi morto suicida dopo la sconfitta assieme alla sua amante, la regina d’Egitto Cleopatra, per la quale aveva ripudiato la moglie Octavia Minor, sorella di Octavianus) uscì vincitore il primo, che fu il fondatore dell’Impero romano e assunse il titolo onorifico di Augustus. Nell’anno 8 avanti Cristo il mese Sextilis, cioè il sesto dell’anno secondo l’antica numerazione, fu ufficialmente intitolato all’imperatore Augusto per sottolinearne la continuità familiare e politica con suo zio Iulius Caesar, a cui era già stato dedicato il mese immediatamente precedente, cioè il Quintilis. Se nella storia del mondo non fossero esistiti Iulius Caesar e Octavianus Augustus, oggi probabilmente luglio e agosto si chiamerebbero quintembre e sestembre…

    In conclusione, i nomi dei mesi che leggiamo tutti i giorni nel calendario hanno un’origine antichissima, variabile tra i 2.000 e i 2.700 anni fa, ed è prodigioso che questi nomi siano sopravvissuti nei millenni e si siano diffusi in tutte le lingue della civiltà occidentale e con esse nell’intero pianeta.

    Questa circostanza veramente straordinaria testimonia la grandezza storica della civiltà latina, passata eppure ancora viva e immortale.

    Lo stesso può dirsi dei nomi dei giorni della settimana, che però, pur avendo anch’essi una matrice storica e religiosa come vedremo tra poco, talvolta nelle diverse lingue si differenziano notevolmente nella fonetica e nella grafica.

    Ed eccone la storia:

    • Lunedì: come dice il nome era il “Lunae Dies”, cioè il giorno dedicata alla divinità lunare. Nelle lingue germaniche (ad esempio inglese e tedesco) Monday e Montag hanno le stesso significato. A proposito, avete notato che la parola latina “dies (= giorno)” somiglia molto all’inglese “day” e allo spagnolo “día” e per niente all’italiano “giorno”…?
    • Analogamente il martedì era il “Martis Dies”, dedicato al dio Marte. L’inglese Tuesday e il tedesco Dienstag fanno riferimento a Tiw, la divinità nordica corrispondente a Marte nella mitologia latina e ad Ares in quella greca.
    • Mercoledì era il “Mercurii Dies”, dedicato al dio Mercurio. Il nome inglese Wednesday allude al corrispondente dio scandinavo Woden o Wotan, mentre in tedesco Mittwoch curiosamente significa solo “il giorno a metà della settimana”.
    • Giovedì: “Iovis Dies” era il giorno dedicato a Giove. In inglese Thursday è il giorno consacrato al dio scandinavo Thor (non dimentichiamo le numerose invasioni vichinghe delle isole britanniche… forse qualcuno ricorda la bella serie storica “Vikingos”, di cui qualche anno fa fui interessato spettatore), e il nome tedesco Donnerstag ha la stessa etimologia.
    • Venerdì: il “Veneris Dies” era dedicato alla dea Venere. Nell’inglese Friday e nel tedesco Freitag l’allusione è alla dea germanica Frigge, corrispondente a Venere nelle mitologie nordiche.

    È interessante notare che la graduale affermazione del cristianesimo come religione dominante, sia durante l’Impero Romano che dopo la sua scomparsa, non è riuscita a scalzare le denominazioni chiaramente pagane dei primi cinque giorni della settimana.

    Invece le nuove religioni monoteiste trovano un evidente riferimento negli ultimi due giorni: sabato e domenica:

    • Sabato deriva dall’ebraico “shabbat”, ossia “riposo”. Ancora oggi per gli ebrei il giorno di riposo settimanale è il sabato.
    • Ma l’ebraismo è anteriore al cristianesimo, cosicché quando i cristiani dovettero scegliersi un giorno di riposo da dedicare alle pratiche religiose, per distinguersi adottarono il giorno successivo a quello degli ebrei e lo chiamarono “Dominica Dies”, cioè il Giorno del Signore, poi diventato in breve la “domenica”. Da notare invece in inglese e tedesco un riflesso di antichissime religioni pagane in Sunday e Sonntag, ossia il “Giorno del Sole”, naturalmente inteso come divinità primigenia che dispensa luce e calore. Quando secoli dopo nacque e si affermò la terza grande religione monoteista, cioè l’islamismo, per distinguersi i musulmani scelsero come giorno di riposo e adorazione settimanale non il giorno dopo lo shabbat, che era già stato “occupato” dai cristiani, ma quello precedente, ossia il venerdì.

    Cari lettori, spero che vi abbia interessato questa cavalcata attraverso i secoli, che abbiamo fatto insieme rievocando antichissime usanze ancora oggi vigenti e le origini dei nomi dei mesi e dei giorni che abbiamo costantemente sotto gli occhi consultando il calendario.

    Questi nomi dimostrano che quel passato, seppure lontano di millenni, non è affatto morto ma vive ancora accanto a noi, ed anzi  dentro di noi, in ogni giorno della nostra vita.

    Di nuovo auguri di un felice e fortunato 2023, che cancelli le brutture e le difficoltà degli ultimi anni e ci ridia quella relativa serenità che quando l’avevamo  davamo per scontata, ma che ora che non l’abbiamo più, frantumata nell’ultimo triennio dal susseguirsi di drammatici e spiacevoli eventi, rimpiangiamo acutamente biasimandone a buon diritto chi ce l’ha tolta.

    Francesco D’Alessandro

     

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