Di bari, di eretici e di altre prodezze in un anno più strano che lungo

Quando verrà il momento di parlare finalmente al passato di quest’anno surreale, saremo persone molto cambiate ma con tutte le possibili differenze d’opinione, concordi sul fatto che abbiamo bisogno di tornare a sorridere, vogliamo indietro la felicità.

Anche quella semplice e quotidiana, anche una qualsiasi.

Il clima di rancore e ostilità che dilania la società del 2021, non può essere il clima di un futuro “socialmente sostenibile”.

Qualcosa si è interposto fra noi e le nostre amicizie, le nostre conoscenze, i nostri familiari, occupando tutto lo spazio che dedicavamo ai sogni, ai progetti, allo scambio di opinioni, alle sorprese, alle discussioni.

Banale e riduttivo sarebbe dire che il grande intruso che occupa il posto della felicità è il virus, in realtà l’ospite ingombrante e inatteso nelle nostre vite è lo Stato.

I politici inetti, irrisi e irrispettati di sempre, i burocrati padri fondatori della corruzione, hanno creato, a ridosso del vento favorevole della pandemia, una creatura nuova e inedita nell’immaginario occidentale e italiano soprattutto: lo Stato buono, affidabile, addirittura infallibile.

Lo Stato onnipresente, e onnipotente, ospite stridente e ingiustificato nelle diramazioni capillari della vita di persone nate libere.

Persone passate nei secoli per la peste, il colera, la spagnola, altri sars virus, che hanno già preso decisioni prudenti in autonomia, accudito gli infermi, seppellito i cari defunti e sono andate avanti a emergenza finita.


Cittadini cresciuti occupando licei nel nome del libero dibattito, mitragliati da imposizioni a singhiozzo, che mettono al bando comportamenti quotidiani e relazioni essenziali, in nome di una utopia di salvezza che non regge neanche un po’.

Questa salvezza così enfatizzata, da una epidemia atipica presentata fin dal principio come una nuova condizione sociale, si riduce alla fine a una sopravvivenza fisica al prezzo della perdita di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Se rivogliamo il sorriso dobbiamo controllare il mazzo delle carte di bari di lungo corso che confondono nel calderone due pericoli concreti molto diversi, che con armi diverse si devono combattere.

Uno è un virus che, se curato tardi o male può uccidere le persone, sulla cui fuga da un laboratorio finanziato per crearlo, si sorvola come fosse un elemento marginale della sofferenza che ha creato.

L’altro è un virus sociale altamente trasmissibile che paralizza e terrorizza i conservatori più biechi: il libero confronto e il pensiero critico.

Con un colpo di mano studiato davvero bene, ci hanno infilato nello strato profondo della coscienza che è indispensabile sparare nel mucchio e annientarli insieme.

Improvvisamente i cittadini sono indegni di fiducia, incapaci di autoregolazione, e i politici sono brava gente, affidabile e priva di seconde intenzioni, votata al bene pubblico, solo, non possono permettersi discussioni inutili oberati dall’urgenza di salvarci dalle decisioni che potremmo prendere da soli.

Possono così impedirci di lavorare, imporci fra tutte, le terapie delle quali non ci fidiamo, ricattarci per ottenere ubbidienza.

Parliamo a cuor sereno, come se fosse acqua fresca, dell’istituzionalizzazione del diritto di saltare la Costituzione, operazione che ha un nome corto, facile e non soggetto ad interpretazioni: è un colpo di stato.

L’ospite ingombrante che siede comodo comodo, dove prima sedeva la felicità, è lo Stato che agisce da fuori legge con la forza della legge, cui aggiunge quel tocco etico, tanto caro ai regimi totalitari.

Il nuovo stato etico riassume in sé il tatticismo, le doppie verità, il dogmatismo chiuso del comunismo ortodosso con l’amore per le soluzioni facili, il volgare entusiasmo e la retorica familiare del fascismo deteriore.

Rispolvera l’eresia nel dissenso e la salvazione nell’obbedienza, sfumature care al Vaticano che, con le messe on line e la sospensione delle estreme unzioni, licenzia Madre Teresa e Padre Pio una volta per tutte e si dedica a tempo pieno a benedire cannoni e incoronare imperatori.

I diversi volti del conservatorismo autoritario del passato hanno creato una sintesi illiberale che li mette tutti allo stesso tavolo.

E’ in questo clima di assoluta follia che abbiamo perso la mano della felicità nella folla, ci siamo girati e non c’era più.

Per complesso che sia ragionare a freddo sotto questa intollerabile pressione, è palese che è tornato il tempo dei martiri e degli eroi.

I martiri sono coloro che hanno perso la vita o le persone amate per un virus curato male o per un farmaco obbligatorio sebbene in via di sperimentazione.

Sono le imprese in rovina per colpa del lock down, sono i depressi, gli ansiosi o semplicemente i poveri che hanno vissuto mesi rinchiusi in case piccole scomode e senza luce.

Sono i bimbi che hanno vissuto i primi due anni di vita in un lager a cielo aperto, sono i vecchi morti in solitudine senza il sorriso di un figlio.

Sono i Ragazzi che hanno girato la boa dei vent’anni in questo schifo che gli resterà dentro.

Sono le persone sotto minaccia di perdere stipendio e pensione (poi… cosa c’entra la pensione?) se non si sottopongono a una cura di cui non si fidano.

E’ irrilevante se a torto o a ragione.

Il ricatto e la minaccia non sono compatibili con la dignità di un paese libero.

E’ importante che capiamo cosa è la felicità, prima ancora di andare a riprenderla.

La felicità non è sopravvivere, la felicità è dare un senso compiuto all’esistenza che deve essere innanzitutto degna e solo in secondo piano, se possibile, lunga.

Questo abbassare l’asticella di ciò di cui ci accontentiamo, non è necessario.

Noi siamo la massa, forte dei numeri e della capacità di fratellanza, siamo inarrestabili, se disubbidiamo all’invito di odiarci a vicenda.

Troviamo la generosità per accettare che ognuno ha provato a fare ciò che ha creduto meglio e perdoniamoci.

Non circondiamoci di gente che la pensa come noi ma di gente che sa pensare.

Facciamo muro con amore reciproco, con solidarietà, con senso di responsabilità e senza superstizioni rabbiose.

Per quanti alberelli e cappellini di cartone possiamo tirar fuori quest’anno, la felicità vera è un ricordo e una speranza in un Natale strano, artificiale, in cui ci possono bussare alla porta per vedere se l’undicesimo cugino cena solo in terrazzo o è seduto a tavola con noi.

Non nascondiamo il cugino sotto il divano, esigiamo piuttosto il ripristino della certezza del diritto, del rispetto della legge e la felicità, che non è mai una cosa certa, tornerà ad essere per lo meno possibile.

Claudia Maria Sini