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    Torna l’inflazione – 1a parte

    Nell’articolo dell’edizione di luglio 2018 (a pagina 16) cercai di spiegare il più semplicemente possibile cos’è l’inflazione, un fenomeno che ai più giovani è praticamente sconosciuto ma che a me, che ho abbastanza anni per ricordare gli ultimi decenni del secolo scorso in cui l’Italia ne era gravemente affetta, è spiacevolmente noto.

    Questo mese ho pensato di riparlare dell’argomento (ricordando solo che in estrema sintesi il termine “inflazione” significa “rincaro dei prezzi”), perché ultimamente questo mostro ha rialzato prepotentemente la testa: ce ne siamo accorti tutti, principalmente per la spaventosa impennata – intorno al 40% o più – della bolletta elettrica, ma l’elenco dei rincari non è certo finito qui, anzi purtroppo siamo appena all’inizio di questo calvario.

    Nei giorni scorsi sono andato a rifornirmi di bombole del gas… rincarate anche quelle di più di un euro l’una.

    Un mese fa mia moglie è andata dal dentista per l’ablazione del tartaro, intervento per cui nell’ultimo paio d’anni aveva pagato 75 euro, ma stavolta il costo dell’intervento è stato di 90, ed è comprensibile: appena entrati nello studio di questo dentista l’infermiera ti misura istantaneamente la temperatura con l’apposito costoso dispositivo elettronico… lei e il dentista cambiano costantemente i guanti… ti invitano a spruzzarti le mani col gel… tutti indossano obbligatoriamente le mascherine… poi dopo ogni paziente “devono” disinfettare la poltrona e tutta l’attrezzatura.

    Idem nei Centros de Salud: nel mio all’ingresso c’è un’infermiera che vuole sapere perché vuoi entrare; se dimostri di avere un appuntamento puoi varcare la soglia e un metro dopo un suo collega a tavolino spunta il tuo nome nella sua lista, imponendoti, prima di farti entrare definitivamente, di spruzzarti sulle mani l’onnipresente gel.

    Tutto questo impiego di personale e di materiali ovviamente ha un costo… e chi credete che lo paghi, Pantalone…? Noooo, risposta sbagliata… lo pagano gli utenti, cioè NOI.


    Tutto da ora in poi seguirà questa dinamica: nell’ultimo anno le spese folli degli Stati per correre dietro alla “pandemia”, dai mitici “ristori a fondo perduto” ai miliardi spesi in vaccini, gel, mascherine, banchi a rotelle e quant’altro, hanno scavato nei bilanci pubblici (e ancora di più in quelli già disastrati  di alcuni Paesi, tra cui l’Italia) voragini spaventose, che in qualche modo prima o poi dovranno essere ripianate, e qui insisto: non da un inesistente Pantalone, ma inevitabilmente dai cittadini.

    Prima di proseguire vorrei che fosse ben chiaro che di “gratuito” e “a fondo perduto” non c’è proprio nulla, nonostante i politici per loro ipocrita convenienza si affannino a far credere che ci stanno facendo dei generosi regali, e che tutti i debiti che gli Stati si stanno accollando con questi “regali” dovranno in qualche modo essere ripagati da chi in ultima analisi ne sostiene l’onere, cioè dai contribuenti.

    A chi poi confida nei mitici “fondi dell’Unione europea”, ricordo che nemmeno l’UE crea magicamente denaro dal nulla e che anche in questo caso gli strombazzati fondi altro non sono che i contributi dei singoli Stati, i quali a loro volta provengono dalle tasse dei rispettivi cittadini, compresi quelli spagnoli e italiani.

    Ma torniamo al ripianamento del debito, che potrà avvenire in quattro modi:

    1) Aumentando la pressione fiscale, peraltro già molto alta e che difficilmente sopporterebbe altri aumenti senza strozzare l’economia. Eppure il giro di vite fiscale ci sarà… tempo al tempo… perché a inventare nuove tasse è bravo qualsiasi cretino, e di questi tra i personaggi che eleggiamo a “rappresentarci” c’è un’inesauribile abbondanza.

    2) Riducendo i servizi, tra cui (ma non solo) quelli sanitari. Del resto già si è visto: adducendo come motivo la “pandemia”, da oltre un anno e mezzo centinaia di migliaia di operazioni chirurgiche – alcune urgenti per gravissime patologie, compreso il cancro – sono state rimandate sine die, abbandonando i malati al loro destino… “nessuno sarà lasciato indietro” dicono radio e TV, ma se poi non hai i soldi per curarti privatamente puoi anche schiattare… così tra l’altro vai anche a gonfiare la statistica dei decessi!

    3) Più probabilmente abbinando e dosando in varia misura, a seconda dell’epoca e dell’opportunità, i due torchi precedenti.

    4) E infine alimentando di proposito l’inflazione, ma ovviamente senza dirlo e anzi fingendo ipocritamente di stupirsene.

    Per approfondire il concetto tecnico di inflazione rimando chi fosse interessato all’articolo già citato dell’edizione di “Leggo Tenerife” di luglio 2018, ma quello che qui vorrei sottolineare è l’aspetto della perdita di valore del denaro che essa comporta, cioè la diminuzione del nostro potere d’acquisto.

    Supponiamo infatti di guadagnare 1.000 euro al mese, con i quali possiamo comprare nel supermercato una quantità “x” di prodotti; se però per effetto dell’inflazione i prezzi di questi prodotti aumentassero in un anno del 5%, cioè se dopo un anno per comprare gli stessi prodotti servissero non più 1.000 ma 1.050 euro, e se nel frattempo il nostro stipendio o incasso fosse rimasto invariato, significherebbe che i nostri 1.000 euro hanno perso potere d’acquisto, perché non possiamo più comprarci la stessa quantità di prodotti di un anno prima.

    Ma l’inflazione penalizza non solo i redditi, ma anche chi risparmia prevedendo di acquistare dopo un certo periodo di tempo un bene costoso, come un’automobile o un appartamento.

    Supponiamo dunque di avere adocchiato un appartamento che costa 100.000 euro e di averne già risparmiati 70.000, quindi il 70% della somma necessaria.

    Se dopo un anno in cui l’inflazione è stata del 5% il proprietario, per mantenere invariato il valore reale (= potere d’acquisto) del ricavato della vendita, aumentasse il prezzo a 105.000 euro (+5%), per acquistarlo non dovremmo risparmiare ancora solo 30.000 euro, ma 35.000; in altre parole, se prima i 70.000 € risparmiati valevano il 70% della somma necessaria, ora ne valgono solo poco più del 66%, ossia quei risparmi hanno perso valore reale e noi abbiamo perso potere d’acquisto.

    E così di anno in anno, perché con un’inflazione del 5% annuo la perdita del potere d’acquisto non si calcola sul primo anno da cui decorre il conteggio, ma sempre sull’anno precedente: quindi -5% il primo anno, e poi (semplifico) -5% del 95% rimasto il secondo anno, e poi ancora -5% del 90% residuo il terzo anno, e così via… a questo ritmo, dopo qualche anno il valore reale del capitale risparmiato si sarà spaventosamente ridotto e l’acquisto di quel bene desiderato e importante si allontanerà sempre di più nel tempo, o addirittura diventerà irraggiungibile.

    Ma cambiando punto di vista, supponiamo invece di avere già acquistato un appartamento contraendo un mutuo e che ci restino da rimborsare alla banca 50.000 euro, che se guadagniamo 1.000 € al mese equivalgono a 50 stipendi.

    Se l’inflazione aumenta del 5%, e se noi, o aumentando i prezzi dei nostri prodotti se siamo commercianti, o con vertenze salariali se siamo lavoratori dipendenti, riuscissimo a recuperare questo 5% di potere d’acquisto aumentando il nostro reddito mensile a 1.050 euro, i nostri 50.000 euro di debito non equivarranno più a 50 mesi di stipendio, ma solo a poco più di 47, per cui, restando invariato l’importo nominale del nostro debito (che specularmente è il credito della banca verso di noi), il suo valore reale è diminuito; in altre parole, e per riassumere, l’inflazione danneggia i risparmiatori, perché erode o addirittura distrugge il valore reale (il potere d’acquisto) dei loro capitali faticosamente accumulati, ma favorisce i debitori, perché riduce il valore reale del loro debito.

    Dove voglio arrivare con questo ragionamento…?

    Semplice: al debitore più sprecone e indebitato di tutti – lo Stato – l’inflazione conviene, perché gradualmente i redditi (e quindi le tasse che lo Stato incassa su quei redditi) aumentano per tenere il passo dell’inflazione, mentre rimane invariato il valore nominale del suo debito pregresso, che però diminuisce in valore reale.

    E quando si dispone di poteri pressoché assoluti, cioè quando come lo Stato si è contemporaneamente giocatore e arbitro, è forte la tentazione di passare dalla convenienza teorica all’attuazione pratica: infatti ai partiti politici che si alternano al governo fa molto comodo poter spendere e spandere – e non sempre nell’interesse pubblico, come sappiamo… – e poi pagare questo debito stampando a manetta cartamoneta che alimenta l’inflazione, scaricandone l’onere sui risparmi dei cittadini e delle imprese.

    Nel decennio dai primi anni ’70 ai primi anni ’80 del secolo scorso l’inflazione annua italiana era di circa il 20%, con spaventose punte del 25% ALL’ANNO: cioè ogni anno i prezzi aumentavano dal 20 al 25% RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE, polverizzando letteralmente il valore dei risparmi degli italiani e scatenando accese conflittualità salariali e scioperi per tenere il passo della perdita di potere d’acquisto dei salari.

    Ho il forte sospetto che i governi, sommersi dalla valanga del debito accumulata nell’ultimo biennio e che ancora si accumulerà per gli stessi motivi, non esiteranno a ricorrere a questa truffa legalizzata ai danni dei cittadini… naturalmente facendo finta di stupirsene e anzi proclamando di combatterla.

    Secondo la teoria economica classica l’inflazione ritenuta normale e fisiologica è di poco inferiore al 2%, ossia è un lento e graduale aumento dei prezzi che denota la vitalità e la buona salute dell’economia; ma da molti anni in Europa l’inflazione misurata dagli indici dei prezzi al consumo è crollata per lo stato di estrema depressione economica del continente e da altrettanto tempo la BCE, da novembre 2019 diretta da Christine Lagarde ma anche prima sotto Draghi, si affanna a ripetere il mantra della necessità di farla risalire, come se questo di per sé fosse il toccasana rivificatore dell’economia in coma.

    Ma a me questa sembra una distorsione della realtà per distrarre l’attenzione dall’inettitudine dei governi, e per spiegare perché faccio un paragone: in un essere umano la temperatura normale è di poco superiore ai 36°, ma nello stato di coma precedente il decesso (qualunque ne sia la causa: malattia, incidente o vecchiaia) scende intorno ai 30°.

    Dire che per rianimare l’economia basta far aumentare l’inflazione è come sostenere che facendo salire artificialmente la temperatura corporea del moribondo sarebbero cancellati la malattia, o l’incidente o la vecchiaia; in altre parole, come il calo della temperatura corporea è il sintomo e non la causa dello stato comatoso del moribondo, analogamente la caduta dell’inflazione sotto il livello ritenuto fisiologico è il sintomo e non la causa del coma economico, e spingere al rialzo l’inflazione senza rimuovere queste cause non solo è inutile, ma per i motivi che spiegavo più sopra, e su cui ritornerò in seguito, può essere anche dannoso perché tra l’altro può indurre la stagflazione, cioè la micidiale tenaglia composta da inflazione e stagnazione economica; aggiungendo che rimuovere queste cause non è compito delle Banche centrali – tra l’altro essendo insufficiente a questo fine la sola politica monetaria, cioè principalmente gli aumenti o le diminuzioni del tasso d’interesse ufficiale decisi dalle Banche centrali – bensì dei governi, che si stanno dimostrando totalmente inetti e per restare abbarbicati alla poltrona pensano solo a elargire sussidi ai loro elettori, di cui d’altronde i governi sono lo specchio e dai cui voti dipendono i lauti stipendi dei politici.

    Dunque gli stessi governi, consci della loro inettitudine, premono sulle rispettive Banche centrali – nel caso specifico principalmente la BCE europea e la Federal Reserve statunitense – affinché non aumentino il tasso d’interesse (= il costo del denaro), perché ciò farebbe deragliare la stentata ripresa economica iniziata dopo l’allentamento dei confinamenti, ma che sta già perdendo colpi per gli spaventosi rincari dell’energia, la scarsità di molte materie prime e componenti industriali e il nuovo rallentamento economico della Cina, che per la penuria di energia recentemente ha subito numerose interruzioni elettriche e per questo è tornata a bruciare carbone.

    Presi tra il martello dell’impennata dell’inflazione e l’incudine dell’inceppamento dell’economia i governi non sanno che pesci prendere senza perdere i preziosi (per il loro benessere) voti degli elettori; in particolare per l’Italia – il cui debito pubblico, già altissimo prima della “pandemia”, durante quest’ultima è diventato una voragine – l’aumento del tasso d’interesse sarebbe una sciagura, perché lo Stato dovrebbe sottrarre ancora altre risorse ai servizi e agli investimenti per bruciarle nel pagamento di interessi più alti a chi si sente di correre il rischio di acquistare le obbligazioni di uno Stato tecnicamente già fallito, ma che ha assoluto bisogno dell’ossigeno dei prestiti per continuare in qualche modo a funzionare.

    Vedo che mi sono dilungato già molto ma di avere solo accennato alla crisi delle materie prime, al prezzo del petrolio (vi siete già accorti che anche la benzina, il diesel e perfino il metano sono aumentati, vero…?) e al tranquillizzante propagandato dalle Banche centrali su istigazione dei governi, secondo cui l’inflazione sarebbe “temporanea” e si sgonfierà all’inizio del nuovo anno… mentre invece è evidente che presto le aziende dovranno ripercuotere sui consumatori i rincari dell’elettricità necessaria per produrre e dei carburanti usati per trasportare le merci; inoltre la maggior parte degli affitti, compreso il mio, è indicizzata all’inflazione, quindi al prossimo anniversario del canone di locazione ce ne accorgeremo anche su questo fronte.

    Proseguiremo il discorso nel numero di dicembre, in cui nell’ambito dell’impennata dei prezzi dell’energia rievocherò la “scala mobile” di indicizzazione automatica degli stipendi all’inflazione, in vigore in Italia fino al 1992, e parlerò tra l’altro dell’auto elettrica e dell’opzione nucleare, ma intanto… in bocca al lupo con le spese!

    Francesco D’Alessandro

     

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