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    Il mito di Cuba – 2ª parte

    Ho chiuso la puntata precedente ricordando la legge di riforma agraria firmata da Fidel Castro il 17 maggio 1959, la nazionalizzazione delle industrie estere e l’esodo negli Stati Uniti delle classi abbienti e di parte della classe media.

    Dopo questi eventi i rapporti con gli Stati Uniti si incancrenirono rapidamente e il presidente Dwight Eisenhower ordinò di elaborare un piano per eliminare il regime castrista, che due anni dopo fu disastrosamente attuato dal suo successore John Kennedy. Nel contesto dell’accanita competizione mondiale allora in corso con l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti consideravano il nuovo regime un serio pericolo non solo per la vicinanza alle loro coste di un Paese di orientamento socialista e simpatizzante dell’URSS, ma anche per l’incitamento che ne traevano altri movimenti rivoluzionari in America latina.

    In un progressivo inasprimento di azioni e reazioni reciproche gli Stati Uniti bloccarono gli acquisti di zucchero cubano, ma furono prontamente sostituiti dall’URSS nel ruolo di compratore, che ne prese il posto anche nelle forniture di petrolio all’isola, sospese dagli USA e dai loro alleati nell’intento di paralizzare l’industria e l’economia cubane.

    Quando il governo dell’isola iniziò le nazionalizzazioni di aziende statunitensi il presidente Kennedy decise di affidare a esuli cubani l’operazione militare contro i castristi già predisposta da Eisenhower, che prevedeva il lancio dell’invasione terrestre dopo una serie di bombardamenti aerei per annientare a terra l’aviazione cubana e assicurare ai controrivoluzionari il dominio del cielo; ma all’ultimo momento Kennedy e il suo ministro degli esteri Rusk, timorosi di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e di apparire agli occhi del mondo come i mandanti dell’operazione, decisero maldestramente di ridimensionare le operazioni aeree, cosicché quando il 17 aprile 1961 i circa 1.500 esuli anticastristi, ormai salpati dal Nicaragua, sbarcarono a Cuba nella Bahía de los Cochinos (la Baia dei porci), si trovarono privi di copertura e in 3 giorni furono annientati dall’esercito di Castro.

    Lo sbarco fu un’ennesima operazione goffamente condotta dagli Stati Uniti, che anche in quest’occasione non tennero conto di una massima elementare: se vuoi fare qualcosa falla con l’intenzione ferma di riuscire e attua tutto quanto è necessario, altrimenti è meglio non iniziarla.


    La fallita invasione fu un enorme successo politico e propagandistico del regime castrista all’estero e tra la stessa popolazione cubana e spinse definitivamente l’isola nell’orbita dell’Unione Sovietica, che vide l’opportunità di dare scacco matto agli Stati Uniti nel loro cortile di casa, mentre per Cuba installare dei missili nucleari sovietici nel proprio territorio significava procurarsi una solidissima polizza d’assicurazione contro futuri tentativi statunitensi di ripetere l’invasione, o direttamente o incaricandone altri.

    La costruzione delle rampe missilistiche fu avviata poco dopo un incontro a Mosca fra Castro e il segretario del PCUS Nikita Kruscev a luglio 1962, allora tenuto segreto. Già dal mese successivo gli Stati Uniti cominciarono a sospettare lo schieramento di missili sovietici a Cuba, quando il loro spionaggio fu informato della presenza nell’isola di aerei da caccia MiG-21 e di bombardieri Ilyushin Il-28.

    Gli aerei spia Lockheed U-2 vi individuarono otto basi equipaggiate con missili terra-aria S-75 Dvina, rendendo ancora più concreti i sospetti perché, come riferì a Kennedy il direttore della CIA, il compito di queste installazioni poteva solo essere la difesa di rampe di missili balistici puntati contro gli Stati Uniti. Il primo lotto di missili R-12, con una gittata di 2.000 km e una testata atomica da un megatone, sbarcò a Cuba nella notte dell’8 settembre 1962, seguito il 16 settembre da un secondo lotto.

    Lo spionaggio statunitense segnalò che i sovietici stavano costruendo nove rampe, di cui sei per i missili R-12 con una portata di 2.000 chilometri e tre per il modello R-14, capace di una gittata di circa 3.500 chilometri. Quando il 19 ottobre 1962 gli ormai incessanti voli spia degli U-2 statunitensi mostrarono inequivocabilmente che quattro rampe erano già operative, a Washington il governo si rese conto che se avesse lasciato correre gli eventi, era ormai vicinissimo il punto di non ritorno in cui la presenza di tante testate nucleari sovietiche a 400 km dalla costa della Florida ed a 2.300 km da New York avrebbe conferito all’URSS un vantaggio strategico determinante.

    Il 22 ottobre 1962, in un drammatico discorso televisivo, Kennedy svelò al Paese l’esistenza delle rampe, minacciò l’URSS di rappresaglie dirette se gli Stati Uniti fossero stati attaccati da missili nucleari partiti da Cuba e ordinò la quarantena navale dell’isola per impedire gli sbarchi di altri ordigni militari sovietici. Intanto si esaminavano le altre opzioni: il ricorso all’ONU, affinché imponesse il blocco delle installazioni, fu escluso perché troppo farraginoso e lento, mentre l’invasione immediata, reclamata dai vertici militari, fu scartata perché il probabile scontro con i 40.000 militari sovietici presenti a Cuba, dotati di armi nucleari tattiche, ne rendeva incerto l’esito e avrebbe innescato un confronto diretto con l’URSS. Mentre alcune navi sovietiche proseguivano la navigazione verso Cuba e si avvicinava inesorabilmente il momento in cui sarebbero state intercettate dalla marina statunitense, il mondo capì di trovarsi sull’orlo dell’apocalisse nucleare. Anche i sovietici compresero che dopo l’intercettazione delle loro navi sarebbero stati obbligati a reagire con conseguenze imprevedibili e il 26 ottobre posero due condizioni per ritirare i missili da Cuba: la garanzia che gli Stati Uniti non avrebbero invaso l’isola né appoggiato un’invasione condotta da altri, e il ritiro dei missili balistici statunitensi Jupiter puntati contro l’URSS dall’Italia e dalla Turchia. Kennedy accettò pubblicamente la prima condizione sovietica e incaricò il fratello Robert di recarsi all’ambasciata dell’URSS a Washington per comunicare riservatamente l’accettazione della seconda. Le navi sovietiche in viaggio verso Cuba invertirono la rotta prima del contatto con la marina statunitense, il 28 ottobre 1962 Kruscev annunciò il ritiro dei missili sovietici da Cuba e il mondo tirò un sospiro di sollievo.

    Una breve divagazione: l’assassinio di Kennedy a Dallas a novembre del 1963 è ancora un enigma irrisolto. Una delle tante teorie elaborate alla ricerca di una verità ormai introvabile è che il misterioso attentato contro Kennedy fu in realtà un colpo di Stato dissimulato, originato dal dissidio con i vertici militari che un anno prima avevano premuto vanamente sul presidente perché ordinasse l’invasione di Cuba e che più recentemente erano insoddisfatti della gestione della guerra in Vietnam da poco iniziata. Di questo non esiste nessuna prova, come non ne esiste di nessun’altra ipotesi; comunque sia, dopo quasi 60 anni resta avvolto nel mistero chi abbia ordinato a Lee Oswald di premere il grilletto, o addirittura se sia stato veramente lui a sparare contro Kennedy… e ormai lo resterà per sempre.

    Ma torniamo al nostro racconto. Militarmente Cuba è stata sempre molto attiva nel mondo: durante la guerra fredda tra USA e URSS l’esercito cubano (di un Paese di circa 11 milioni di abitanti) era il secondo più numeroso di entrambe le Americhe dopo quello statunitense ed al nono posto nel mondo, e più volte fu inviato in Africa, in appoggio a movimenti insurrezionali o di sinistra locali, in operazioni definite ufficialmente dal governo “missioni internazionaliste” o “internazionalismo militare”. Si stima che a metà degli anni ’80 abbiano combattuto in Angola 23.000 soldati cubani e altri 12.000 in Etiopia. Questi interventi militari cubani all’estero si diradarono di pari passo con la dissoluzione del cosiddetto “blocco socialista” alla fine di quel decennio e si interruppero definitivamente con il tracollo dell’Unione Sovietica.

    Un’altra attività abbastanza frequente, e vantata come un fiore all’occhiello dalla propaganda del governo cubano, è stata – e ancora è – l’invio all’estero di personale sanitario, iniziato nel 1963 in Algeria; da allora ad oggi oltre 400.000 operatori sanitari cubani hanno sono intervenuti in 164 paesi dell’America Latina, Africa, Medio Oriente, Asia e perfino Europa. A marzo ed aprile 2020, nella fase iniziale della “pandemia” che tanti disastri economici e sociali ha provocato e tuttora causa, due “brigate mediche” cubane di alcune decine di operatori sanitari furono inviate con grande risonanza mediatica a lavorare in ospedali italiani a Crema e Torino.

    Secondo Cuban Prisoners Defenders (CDP), una ONG con sede in Spagna impegnata nella difesa dei diritti umani a Cuba e legata al movimento di opposizione Unión Patriótica de Cuba (UNPACU), le condizioni di lavoro di questi sanitari inviati in altri Paesi in “missione di solidarietà” sono durissime: i componenti delle “Brigate mediche” sono sfruttati dallo Stato, che incamera la maggior parte dei corrispettivi pagati dai governi ospitanti e li usa per procurarsi preziosa valuta straniera, spiati e ricattati da burocrati di partito aggregati alle missioni e sorvegliati negli spostamenti per evitare diserzioni mentre sono all’estero. Inoltre secondo i dissidenti anche la vantata sanità cubana ha due facce, com’era nei Paesi del “socialismo reale”: una miserabile per la popolazione e un’altra efficiente e lussuosa per la nomenklatura di partito e l’alta burocrazia.

    Un altro aspetto spinosissimo sono i rapporti con gli Stati Uniti, nonostante la “normalizzazione” delle relazioni diplomatiche voluta nel 2015 dall’allora presidente statunitense Barack Obama. Ad agosto di quell’anno furono riaperte le ambasciate degli USA a La Habana e di Cuba a Washington, ma in questi 6 anni le relazioni non sono state tutte rose e fiori, dalle accuse di misteriosi episodi di spionaggio reciproco nelle sedi diplomatiche alle nuove sanzioni comminate all’isola da Donald Trump e alle recentissime accuse, rivolte dal governo cubano alla nuova amministrazione Biden, di avere fomentato i disordini di piazza che nello scorso luglio hanno scosso Cuba e da cui ho iniziato questo racconto nella puntata precedente, dopo i quali Biden ha definito “intollerabile” la situazione nell’isola ed ha minacciato ulteriori inasprimenti delle sanzioni.

    Prima di passare all’arduo tentativo di trarre le conclusioni è indispensabile ricordare la svolta del 19 aprile 2011, quando dopo quasi mezzo secolo al potere Fidel Castro – poi morto novantenne nel 2016 – si dimise da tutti gli incarichi nel Partito comunista cubano, lasciando il potere a suo fratello Raúl, altro esponente dell’impresa del 1956, quando 81 rivoluzionari, salpati da Tuxpan sul battello Granma per abbattere l’autocrate Batista, “lottarono contro l’impossibile e vinsero”, come ricorda un celebre manifesto di propaganda. 

    Dopo 10 anni al potere anche Raúl Castro si è dimesso passando il testimone al sessantenne Miguel Díaz Canel, nato nel 1960 e quindi appartenente alla generazione nata dopo la rivoluzione. Nonostante i comprensibili sforzi del regime di ribadire la continuità tra il passato e il presente, è ormai definitivamente tramontata l’era dei protagonisti della guerriglia eroica degli anni ’50 sulla Sierra Maestra, della “costruzione del socialismo”, dell’appoggio “internazionalista” ai movimenti rivoluzionari mondiali e della “lotta all’imperialismo yanqui”. Alle tre generazioni di cubani nati dopo l’epopea poco importa della leggenda rivoluzionaria sempre più sbiadita dal tempo, e importano invece molto di più l’abbondanza e le libertà che ammiccano dai Paesi vicini… vere o presunte, e in quale misura lo siano, poco interessa a chi, essendone completamente privo, ne percepisce a poche centinaia di chilometri di distanza l’abbacinante miraggio; e resta un regime comunista trasformatosi da rivoluzionaria ansia di libertà in un potere oppressivo abbarbicato a se stesso, che per sopravvivere deve ineluttabilmente ricorrere agli stessi odiosi strumenti repressivi rimproverati al suo predecessore ed a chi lo sosteneva. Non credo che i disordini dello scorso luglio si siano acquietati spontaneamente, giacché nulla è cambiato a Cuba da allora e il governo non ha trovato di meglio per calmare il malessere che le stantie accuse a presunti fomentatori esteri… arresti, violenze e repressioni sono stati lo strumento per silenziare la piazza, ma non potrà durare così per sempre.

    Quanto resisterà ancora il mito di Cuba tra gli adepti cercatori del Paradiso in Terra? Il mio parere è che prima o poi, incapace di mantenere promesse impossibili e schiacciato sotto l’insostenibile peso della realtà, il regime semplicemente si affloscerà su stesso, come accadde all’URSS all’inizio degli anni ’90. A meno che… riflettendo su un’ipotesi non realizzabile oggi, ma non improbabile tra qualche anno… l’onnipresente Cina, che sempre più sta assumendo il ruolo svolto fino a 35 anni fa dall’URSS, ossia di primo antagonista degli Stati Uniti nella lotta imperialista per la supremazia mondiale, come i sovietici nel 1962 ad un certo punto scorga in Cuba la favorevole opportunità di insidiare l’avversario dal suo stesso cortile di casa; e che, come allora, il partito comunista cubano veda nei cinesi il salvagente militare ed economico a cui aggrapparsi per perpetuarsi al potere.

    Come scrissi qualche mese fa parlando di un altro argomento, la buona notizia è che gli eventi non ci lasceranno annoiare, quella cattiva è che probabilmente dovremo rimpiangere di non annoiarci.

    Francesco D’Alessandro

     

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