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    Afghanistan: il cerchio si chiude? – 2a parte

    Alla fine dell’articolo dedicato all’Afghanistan nel numero di giugno ho ricordato la decisione dell’Unione Sovietica – allora nelle convulsioni di un progressivo sgretolamento dopo la nomina di Gorbachev a segretario del Comitato centrale comunista – di ritirare le truppe d’invasione.

    Il 14 aprile 1988 URSS, USA, Pakistan e Afghanistan firmarono a Ginevra l’accordo sul ritiro, che iniziò poche settimane dopo e si concluse il 15 febbraio 1989 quando il comandante dell’esercito di occupazione, il generale Boris Gromov, attraversò simbolicamente per ultimo il ponte sul fiume Amu Darya che segnava il confine tra Afghanistan e l’allora repubblica sovietica dell’Uzbekistan.

    I sovietici cercarono di salvare il salvabile puntando sul loro uomo della “riconciliazione nazionale”, individuato in Mohamed Najibullah, medico, militante comunista ed ex capo della polizia politica del regime, il cui governo sorprendentemente resistette all’offensiva talebana per altri tre anni, mentre proseguiva a fasi alterne la trattativa tra USA e URSS per l’interruzione dei rispettivi aiuti ai ribelli e al governo afghano.

    Quando a settembre 1991 finalmente l’accordo fu raggiunto con decorrenza dal 1° gennaio successivo, il conflitto si trasformò dalla resistenza contro i sovietici in una temporanea alleanza fra le varie fazioni ed etnie per raggiungere il comune obiettivo di abbattere lo “Stato ateo”.

    Il 16 aprile 1992, mentre iniziava l’ultima spallata dei mujaheddin contro il governo, Najibullah si dimise da presidente della repubblica rifugiandosi in una sede dell’ONU, dove rimase segregato fino a settembre 1996, quando i talebani, emersi vincitori dalle lotte tra le fazioni, entrarono a Kabul, assaltarono l’ufficio dell’ONU e catturarono e assassinarono l’ex presidente, finito appeso a un lampione assieme al fratello davanti al suo ex palazzo del governo. Iniziava così il regime fanatico e teocratico dei talebani, simbolizzato a febbraio 2001 dalla polverizzazione a cannonate di 2 monumentali statue di Budda vecchie di 1500 anni, alte 38 e 53 metri e scavate nella roccia nella valle di Bamiyan, nell’intento folle di cancellare qualsiasi traccia del passato preislamico dell’Afghanistan.

    Oggi ne rimangono solo le altissime nicchie vuote, simbolicamente ma ormai vanamente dichiarate patrimonio dell’umanità nel 2003.

    Gli eventi precipitarono l’11 settembre di quello stesso anno 2001, quando 19 terroristi dirottarono in territorio statunitense quattro aerei dirigendoli contro tre obiettivi civili e uno militare.


    Lo ricordo come se fosse ieri: ero al lavoro in casa davanti al pc e un collega, che anche lui lavorava da casa, mi mandò un laconico messaggio: “Accendi la TV”.

    Rimasi sbalordito e indicibilmente impressionato dalle immagini delle Twin Towers in fiamme… l’impressione fu enorme, negli Stati Uniti e nel mondo.

    In molti Paesi musulmani si svolsero imponenti manifestazioni di giubilo… ricordo un episodio di cui fui testimone personalmente e che mi è rimasto impresso: un paio di giorni dopo ero in viaggio in autostrada e mi fermai a fare rifornimento.

    Lo stesso stava facendo una vettura occupata da 3 o 4 nordafricani, che con facce giubilanti cantavano a squarciagola una loro canzone, mentre l’addetto alla pompa li guardava con aria smarrita e impaurita…

    Le vittime dell’attacco furono 2.977, esclusi i terroristi e compresi i 246 passeggeri dei 4 aerei dirottati e circa 200 sventurati, che incalzati dalle fiamme nei piani alti delle Towers, per non morire bruciati vivi preferirono suicidarsi gettandosi nel vuoto da centinaia di metri di altezza.

    Non entrerò qui nel dibattito su chi furono i mandanti dei 19 dirottatori: se ne è discusso ampiamente altrove, anche avanzando le teorie più fantasiose, e parlarne qui sarebbe superfluo e consumerebbe inutilmente spazio senza aggiungere a nulla a quanto già stradibattuto.

    Sta di fatto che l’opinione pubblica statunitense, sconvolta dall’inaudito attacco nel cuore del proprio territorio, chiedeva e anzi pretendeva una reazione militare immediata.

    Il presidente George Bush intimò al governo talebano di consegnare agli USA alcuni loro comandanti, tra cui Osama bin Laden, ritenuto ideatore e organizzatore dell’attentato aereo – come egli stesso in seguito ammise – e poi ucciso 10 anni dopo, il 2 maggio 2011, da un commando statunitense nel suo rifugio di Abottabad in Pakistan; non avendone ottenuto la consegna, com’era inevitabile, il 7 ottobre 2001 forze aeree e missilistiche statunitensi e britanniche iniziarono un violentissimo bombardamento contro i talebani, privi non solo di aviazione ma anche di difese contraeree e subito attaccati via terra dalle forze afghane antitalebane della cosiddetta Alleanza del Nord, che nella notte del 12 novembre entrarono a Kabul; entro pochi giorni tutte le principali città – Konduz, Mazar-i-Sharif, Qandahar – caddero nelle mani della coalizione guidata dagli USA.

    Si formò a Kabul un governo provvisorio, guidato fino al 2004 da Hamid Karzai, un comandante delle milizie antitalebane, poi eletto primo presidente del nuovo Stato afghano fino al 2014.

    Alla prima ondata dell’invasione parteciparono solo truppe statunitensi e britanniche, alle quali a occupazione conclusa si aggiunsero rapidamente anche militari e aerei australiani, canadesi, danesi, francesi, italiani, neozelandesi, norvegesi e tedeschi, che complessivamente nel 2006 ammontavano a 33.000 effettivi.

    Si ripeté così lo scenario della guerriglia talebana contro i sovietici: ai ribelli il controllo delle campagne e delle montagne e truppe di occupazione trincerate nelle aree urbane, da dove partivano rastrellamenti e offensive tuttavia incapaci di sgominare gli insorti, che si finanziavano con la produzione di oppio ed eroina nelle aree sotto il loro controllo.

    Gli Stati Uniti chiesero l’intervento della NATO – rimasta, dopo lo sgretolamento dell’Unione Sovietica e del suo Patto di Varsavia, la più potente alleanza militare mondiale – alla cui missione, iniziata nel 2006 con il nome di Enduring Freedom (Libertà duratura), parteciparono inizialmente poco più di 7.000 soldati australiani, britannici, canadesi, danesi, estoni ed olandesi, sostenuti da elicotteri da combattimento statunitensi, britannici, francesi, norvegesi e olandesi.

    Nel corso degli anni la NATO lanciò numerose offensive, designate con vari nomi: Operazione Achilles, Operation Volcano, Operation Kyptonite, Strike of the Sword (Colpo di spada) e numerose altre, nessuna delle quali però fu risolutiva.

    Con i 30.000 rinforzi inviati alla fine del 2009 da Barack Obama le truppe USA nel Paese salirono all’imponente cifra di 100.000 effettivi e quelle complessive di occupazione a 150.000, ma la situazione militare non migliorò, mentre proseguiva lo stillicidio di attentati suicidi anche nel cuore dei quartieri più blindati di Kabul.

    Ad agosto 2017 Donald Trump annunciò ufficialmente l’intenzione di ritirare le truppe e l’anno seguente iniziò a Doha, nel Qatar, la trattativa con i massimi rappresentanti talebani.

    La delegazione statunitense era guidata da Zalmay Khalilzad, un diplomatico di origine afghana nato a Kabul, naturalizzato statunitense ed ex ambasciatore degli USA in Afghanistan e Iraq, a cui si opponeva dal lato talebano il mullah Abdul Ghani Baradar, che aveva posto come umiliante condizione l’esclusione dal negoziato del governo di Kabul, considerato sprezzantemente solo un fantoccio degli infedeli.

    L’accordo, firmato a Doha alla fine di febbraio 2019, prevedeva come punti principali il ritiro delle truppe straniere e l’impegno dei talebani a non permettere l’uso del territorio nazionale come base di attività terroristiche, pur ribadendo apertamente la loro intenzione di instaurare un “regime islamico”.

    Mentre in Afghanistan proseguivano gli attentati Trump rimandò più volte il ritiro delle truppe, ma come ricordavo nella puntata precedente Biden l’ha ufficialmente confermato per settembre, anzi l’evacuazione è già iniziata.

    Alcune organizzazioni per i diritti umani hanno fatto appello ai vari Paesi della coalizione affinché non abbandonino i collaboratori afghani e le loro famiglie, sui quali per la loro “collusione con gli infedeli” pende una condanna a morte che i talebani non esiteranno a eseguire appena le truppe straniere presso cui si sono rifugiati avranno abbandonato il Paese.

    Prima di passare alle conclusioni è opportuno un accenno alla partecipazione italiana, chiusa l’8 giugno scorso dall’ammainabandiera nella base di Herat in presenza del ministro della Difesa Guerini.

    Nei 20 anni di presenza militare italiana si sono alternati in Afghanistan 50.000 soldati, 53 dei quali sono morti, in stragrande maggioranza uccisi non in combattimento ma in attentati.

    Secondo alcuni calcoli non ufficiali, la missione è costata ai contribuenti italiani 8 miliardi e mezzo di euro.

    Ed ora passiamo alle mie conclusioni.

    • La prima osservazione è che l’invasione, iniziata come operazione militare antiterrorismo, si trasformò nel tempo in un esperimento, già tentato altrove con esiti deludenti, di “esportazione della democrazia”, cioè di instaurazione di un duraturo sistema parlamentare e di governo elettivo, ma non maturato nel tempo tramite uno spontaneo processo evolutivo nazionale bensì per trasposizione “a freddo” dall’esterno. Obama si illuse di riuscire nell’intento di “esportare la democrazia” intensificando lo sforzo militare e portando all’enorme numero di 100.000 soldati la forza di occupazione, ma entrambi gli obiettivi – interconnessi tra loro, perché nel lungo periodo nessuno dei due può avere successo se non riesce anche l’altro – sono chiaramente falliti, come esporrò nelle due riflessioni successive.

    * Politicamente non ho il minimo dubbio che il governo del presidente afghano in carica, Ashraf Ghani, resisterà qualche tempo, ma privo del sostegno militare occidentale finirà per essere travolto dai talebani, esattamente come accadde 25 anni fa al suo predecessore Najibullah dopo il ritiro dei sovietici. Né ho nessun dubbio che per i talebani qualsiasi impegno assunto nelle trattative per concordare il ritiro varrà meno dei pochi centesimi del costo del foglio di carta firmato dai loro rappresentanti: il rispetto degli accordi internazionali è un concetto occidentale totalmente estraneo alla loro “cultura” e di cui loro, nati cresciuti e pasciuti in un contesto di lotte tribali in cui il tradimento e l’inganno sono la normalità, intimamente si fanno beffe. Del resto, quando si lotta nell’assoluta convinzione di essere lo strumento della vittoria terrena di una divinità che ci assiste e guida, cosa può contare una promessa fatta a un infedele…? Anzi violarla è un atto meritorio! Né infine l’Iran, con cui l’Afghanistan condivide a ovest un confine di oltre 800 km, si lascerà sfuggire l’opportunità prima di aiutare i talebani a rovesciare al più presto il governo “fantoccio dei crociati”, e poi di farsene un alleato, strategicamente collocato al centro di un’area delicatissima, nella lotta contro l’occidente: i due regimi teocratici allora si sosterranno e rafforzeranno reciprocamente, con conseguenze di imprevedibile gravità.

    * Militarmente appare stupefacente che così come l’URSS, che 30 anni fa era la seconda potenza planetaria, nemmeno la NATO – tuttora la maggiore alleanza militare mondiale e capeggiata dagli Stati Uniti, che ancora vantano l’esercito più agguerrito – sia riuscita, nemmeno quando la forza di occupazione raggiunse i 150.000 effettivi, ad avere ragione – per di più assieme all’esercito regolare afghano – di poche decine di migliaia di guerriglieri, sui quali inoltre possedeva una schiacciante superiorità tecnologica e aerea. Dunque evidentemente ci dev’essere in gioco qualche altro fattore non militare, che ha permesso ai talebani di sconfiggere, in oltre 40 anni di guerra praticamente ininterrotta, gli occupanti prima sovietici e poi occidentali. Se mi chiedo qual è questo fattore, le prima risposte che mi vengono in mente sono l’indomabile fanatismo religioso, l’odio antioccidentale e il sostegno della popolazione – volontario o estorto o un misto dei due, ma ai fini pratici fa poca differenza – in cui i talebani si muovono come un pesce nell’acqua. Ma la loro vittoria più importante è psicologica, essendo stato doppiamente dimostrato dai fatti che invadere l’Afghanistan è inutile… e che quindi ora sì, per la gioia e con il sostegno del confinante Iran – che così avrà un’arma in più nella trattativa sulle sue centrali atomiche – i talebani potranno fare nuovamente del Paese la base operativa delle operazioni antioccidentali, di cui inevitabilmente il terrorismo all’estero sarà una componente imprescindibile. E qualsiasi cosa abbiano detto o firmato nei negoziati, i talebani questo faranno… e quando ciò inevitabilmente avverrà, in occidente politici e giornalisti si piangeranno addosso, sproloquieranno e deploreranno la violazione degli accordi… ma per prevedere quanto ho appena scritto basta una normale intelligenza dotata di una normale logica.

    * Intanto dopo il Vietnam gli Stati Uniti incassano un’altra sconfitta planetaria. Ripeterò un concetto già espresso in questa pagina tempo fa: le guerre è meglio non farle, ma quando malauguratamente si devono fare, si deve cercare di vincerle il più rapidamente possibile, perché protrarle significa solo prolungare le sofferenze e aumentare le perdite di tutte le parti coinvolte. Gli Stati Uniti hanno perso in Vietnam e perdono oggi in Afghanistan perché la loro popolazione non ha avuto allora e non ha oggi ben chiaro in testa questo concetto: essere il più potente Paese del mondo ha dei vantaggi, che però non scendono dal cielo in un panierino… bisogna sudarseli, sacrificarsi e ricordarsi che ci sono altri popoli più affamati, e non fiaccati da troppi decenni di troppo benessere, che ambiscono a quel ruolo e faranno di tutto per guadagnarselo. Il declino degli Stati Uniti, che abbacinati dal loro illusorio sogno del politicamente corretto stanno perdendo di vista la realtà – in questo purtroppo prontamente imitati dall’Europa – malauguratamente per loro e per noi ormai è segnato.

    * Ci sarà un contraccolpo anche sulle migrazioni: gli afghani istruiti e abbienti più compromessi con gli occidentali e più previdenti stanno già lasciando il Paese e il flusso dei fuggiaschi, molti dei quali non abbienti e non istruiti, si intensificherà di pari passo con i giri di vite integralisti dei talebani. E povere le donne afghane..! Sulle quali i “progressisti” occidentali naturalmente si cuciranno occhi, cervello e bocca.

    * Dunque così si chiude il cerchio aperto con l’invasione sovietica nel 1979 e se ne apre certamente un altro, i cui contorni sono ancora sfumati ma si chiariranno abbastanza presto dopo il ritiro occidentale. Forse dopo URSS e USA lo scorpione afghano rivolgerà contro la Cina il suo pungiglione velenoso…? Oggi la Cina è in fase fortemente ascendente, ma proprio per questo ha molti nemici e al suo interno non mancano i tizzoni ardenti che covano sotto la cenere, ma che soffiandoci sopra potrebbero anche divampare… oltre a Taiwan e Hong Kong, uno di questi è l’insorgenza dei musulmani Uiguri nello Xinjiang. Guardando la mappa dell’Afghanistan notiamo una stretta lingua di terra, che incuneandosi a oriente fra Tajikistan e Pakistan termina in un confine di poco meno di 80 km proprio con lo Xinjang. I talebani, a cui come abbiamo visto fanatismo religioso e ostinazione non mancano e che hanno già ampiamente dimostrato di essere un osso durissimo da rodere anche per avversari teoricamente enormemente più possenti, lasceranno opprimere i loro fratelli? La buona notizia è che sicuramente nei prossimi anni l’Afghanistan non ci lascerà annoiare, quella cattiva è che probabilmente dovremo rimpiangere di non annoiarci.

    Francesco D’Alessandro

     

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