Cari amici, da questo inizio di settembre alla fine dell’anno verranno al pettine i molti e gravi nodi misericordiosamente – ma solo provvisoriamente – accantonati durante l’estate: l’epilogo negoziato, o più probabilmente astioso, della lunga saga della Brexit… l’elezione presidenziale negli Stati Uniti, da cui dipenderà anche l’aggravamento o l’attenuazione dello scontro USA-Cina per la supremazia planetaria, e quindi molto del futuro del mondo… la seconda ondata autunnale del virus del Covid-19, già profetizzata dall’OMS… e soprattutto la crisi economica, i crolli dei prodotti interni lordi e delle entrate fiscali degli Stati, con conseguente voragine dei deficit pubblici per l’impennata delle elargizioni di “sostegni”, che però prima o poi qualcuno dovrà pagare… a cui si sommeranno la disoccupazione causata dalle segregazioni di inizio anno e il conseguente disagio sociale.

Di tutte queste piacevolezze parleremo nei prossimi mesi… ma oggi, prendendo lo spunto da alcuni recenti eventi, vorrei tralasciare la stretta attualità e condividere con voi alcune riflessioni su argomenti ai quali in passato ho accennato di sfuggita in analisi dedicate ad altro… con l’ovvia premessa che si tratta solo di mie considerazioni personali, che per una volta esprimo in pubblico.

Lo scorso 15 luglio Tenerife ha subito un altro blocco elettrico totale, il secondo in 10 mesi dopo quello del 29 settembre 2019.

L’anno scorso l’oscuramento avvenne una domenica in cui ero poco impegnato, ma l’interruzione di mercoledì 15 luglio, quando improvvisamente mi si spensero il computer e il telefono fisso collegato a internet, e poco dopo mi sparì anche il segnale del cellulare, mi ha causato abbastanza fastidi: lavoro bloccato e impossibilità di comunicare… media sociali inagibili, TV e radio mute… unica occupazione possibile, peraltro avendo a disposizione solo qualche ora di funzionamento della batteria, il lettore elettronico di libri, ma per il nervosismo non riuscii a concentrarmi nella lettura.

In conclusione: isolamento totale dal resto del mondo e impossibilità completa di svolgere qualsiasi attività.

Non ci siamo più abituati, vero?


Eppure, a rifletterci neanche tanto, tutte le comodità che senza badarci usiamo ogni giorno, ritenendole istintivamente quasi un fenomeno naturale come il sorgere e il tramontare del sole… l’elettricità che tiene accesi gli elettrodomestici da cui dipende la nostra confortevole esistenza, dal frigorifero in cui conserviamo il cibo alla radio e alla televisione che ci ammanniscono notizie e intrattenimento e alla lavatrice che ci evita di camminare con un cesto di panni sporchi fino ai lavatoi pubblici come facevano i nostri nonni… il cellulare che ci tiene in contatto vocale e visivo istantaneo con parenti e amici distanti migliaia di chilometri… i media sociali che oltre a svolgere questa stessa funzione ci commentano dai punti di vista più disparati (e non sempre ragionevoli) gli eventi di minuti prima… sì, sono grandissime e stupefacenti comodità… ma non sono affatto scontate, come dimostrano le interruzioni di corrente del 29 settembre 2019 e dello scorso 15 luglio, ed un semplice incidente tecnico può interromperle e mettere in ginocchio l’organizzazione sociale bloccandone repentinamente tutte le attività.

Internet, e tutta l’enorme quantità di comunicazioni di ogni tipo che percorrendola in ogni singolo secondo attraversano il pianeta, dipendono dai segnali lanciati e istantaneamente ritrasmessi da una rete di satelliti, che però possono essere disattivati in qualsiasi momento da chi li ha messi in orbita e li controlla, e che verosimilmente li spegnerebbe se una grave crisi internazionale minacciasse di risolversi in una guerra.

Chi ogni tanto inciampa nei miei commenti nei media sociali, forse ricorda la mia riluttanza a vedere dietro ogni evento spiacevole un complotto architettato da chissà chi… ma alcuni avvenimenti mi hanno insinuato almeno il dubbio che sì, certi fatti potrebbero essere riconducibili non dico a un complotto, ma… vogliamo chiamarli esperimenti sociali?

Che situazione si creerebbe, come reagirebbe la popolazione se un grave evento politico o bellico imponesse l’oscuramento, o la chiusura di internet?

A qualcuno potrebbe interessare saperlo…

Io ho avuto la fortuna (la ritengo tale) di vivere anche in un’epoca in cui internet poteva letteralmente essere considerata fantascienza, e quindi ho il termine di paragone di un mondo molto diverso da quello di oggi, ugualmente funzionante seppure in modo differente, ma mi rendo conto di quanto riesca difficile, a chi da piccolissimo ha vissuto solo nel mondo com’è oggi, immaginarlo senza questa connettività tanto pervasiva, e come queste persone potrebbero sentirsi disorientate se tutto ciò gli venisse improvvisamente sottratto, specialmente per un lungo periodo.

Futilità dei media sociali a parte, faccio un solo esempio per tutti: è diffusissimo l’uso di internet per operazioni bancarie e pagamenti… ma cosa accadrebbe se improvvisamente i collegamenti non funzionassero più e non potessimo più accedere al nostro denaro depositato in banca….?

Ci sarebbe l’assalto ai bancomat, che però troveremmo non funzionanti, così come troveremmo sbarrati i cancelli degli uffici perché le banche non potrebbero reggere all’ondata di panico degli utenti… un incubo, ma non inverosimile, perché basterebbe che per un motivo qualsiasi i satelliti e i ripetitori che ricevono e distribuiscono richieste e risposte mettessero di funzionare.

In sintesi: la complessità strutturale della società odierna ci permette di usufruire di comodità inimmaginabili appena pochi decenni fa, ma il rovescio della medaglia di questa complessità è un’estrema vulnerabilità, per cui l’inceppamento di una sola rotellina di questo articolato meccanismo innesca una successione di blocchi progressivi fino all’arresto completo.

Un altro aspetto su cui qualche volta ho riflettuto sono l’automazione delle nostre attività personali e le sue conseguenze: ad esempio un mese e mezzo fa Elon Musk, il noto amministratore delegato di Tesla, ha dichiarato che la sua azienda “è molto vicina” alla realizzazione di un’automobile a guida autonoma di “livello 5”, cioè capace di compiere percorsi senza alcun intervento umano dall’interno.

Potrebbe sembrare un’ottima cosa (ed infatti lo è per chi per qualche motivo “non può” guidare un’automobile), ma ci sono anche controindicazioni, che non sono solo la sparizione di tassisti e scuole guida.

Infatti se l’auto a guida autonoma diverrà realtà – e ormai questo “progresso” entro pochi anni mi pare inevitabile – non sarà più necessario imparare a guidare… ma tornando allo scenario già citato dell’interruzione di internet per un incidente qualsiasi, immaginiamo che nel traffico caotico di una grande città o di un’autostrada centinaia o migliaia di automobili “a guida autonoma” si blocchino improvvisamente e che i passeggeri – non dico più i conducenti! – siano incapaci di districarsi… migliaia di persone resterebbero imprigionate per un tempo indefinito in un agglomerato di scatole di metallo immobili, tanto aggrovigliato da renderlo impenetrabile anche ai mezzi di soccorso… a un certo punto i più resistenti fisicamente intraprenderebbero la fuga a piedi, abbandonando lì i più deboli e i veicoli ormai inservibili… non male come film apocalittico, vero?

In sintesi, la capacità di decisione autonoma dell’individuo ne risulterà ancora più ridotta: in una tendenza ormai generalizzata, non ci sarà più bisogno di imparare niente, basterà premere un pulsante e una macchina farà tutto per noi, perfino i gesti più semplici come alzare o abbassare una tapparella… sì, ho ascoltato giorni fa in una stazione radio italiana questa pubblicità… ma ce n’è veramente bisogno, è veramente necessario rinunciare a tirare su con la mano la serranda della tapparella, installando invece per questo “difficilissimo” compito un impianto radiocomandato più costoso e che consuma energia…?

Il cervello umano per restare in forma e mantenere la sua capacità ragionativa, di apprendimento e decisionale necessita di esercizio costante, esattamente come i muscoli: se non lo si adopera si infiacchisce e si intorpidisce. Guidare un’automobile richiede vigilanza e attenzione non solo nel traffico ma anche per preparare e proseguire l’itinerario durante il viaggio, ed è quindi un buon addestramento per il nostro cervello: rinunciandovi e affidandoci a una macchina perderemo questa capacità, che se esercitata ci sarà utile anche in altre situazioni.

Insomma, la tendenza a renderci la vita apparentemente più facile, ma al prezzo di una progressiva riduzione della nostra capacità decisionale e volontaristica e della crescente dipendenza da macchine comandate da sistemi fuori del nostro controllo, non mi pare una scelta né intelligente né lungimirante.

Ho lasciato per ultimo il capitolo più controverso, e per cui purtroppo si guastano anche delle amicizie: la cosiddetta “pandemia” di Covid-19.

La chiamo “cosiddetta” perché nelle tante discussioni che ho avuto sull’argomento in vari blog ho citato spesso le cifre ufficiali dei “contagiati” (che NON sono malati, ma in stragrandissima maggioranza asintomatici o con sintomi lievi) e dei deceduti, per dimostrare con un semplice calcolo matematico che percentuali dei “contagiati” inferiori all’1% e dei deceduti inferiori allo 0,01% della popolazione non giustificano la definizione di “pandemia”; del resto esistono da tempo infermità con percentuali di malati molto maggiori di questa, ma non colpite da questo stigma. Mi limito qui all’inconfutabile constatazione matematica, senza entrare nel dibattito sui motivi dell’importanza – che a me pare eccessiva – attribuita a questo virus, osservando solo che se quest’importanza davvero fosse esagerata, allora nemmeno sarebbe giustificata la miriade di divieti e di obblighi imposti adducendo una “pandemia” martellata incessantemente dai media.

A malincuore devo ammettere che quest’insistenza immotivata mi appare sempre più un tentativo intenzionale di stravolgere le nostre abitudini e di imporci comportamenti radicalmente diversi rispetto al passato: restare segregati in casa per lunghi periodi…. indossare costantemente una specie di museruola… non toccarsi, anzi restare distanti molto più di dove arriverebbe un braccio teso orizzontalmente… addirittura a Torino qualche burocrate, con niente di meglio da fare e in delirio d’onnipotenza, ha inventato e ordinato negli autobus cittadini il “distanziamento verticale”, ossia l’obbligo di distogliere il viso dagli altri passeggeri rivolgendolo verso il finestrino.

Tutto ciò viene riassunto nelle espressioni “nuove regole” e “nuova normalità”, che se mi fermo a pensare a quello che sottintendono mi mettono letteralmente i brividi: il vostro mondo non esiste più e volenti o nolenti, con la carota dei martellamenti mediatici e il bastone di multe salate, vi costringeremo un passo alla volta ad adattarvi a un nuovo contesto di segregazioni e isolamento, che da fisici inevitabilmente diventano psicologici.

Apparentemente questa serie di coercizioni non è correlata alle situazioni di dipendenza dalle macchine descritte più sopra… ma se ci riflettiamo, almeno un denominatore comune c’è: la limitazione progressiva e inesorabile della capacità dell’individuo di PENSARE e di DECIDERE autonomamente: non devi più preoccuparti di scegliere… il tuo percorso è già stato tracciato per te… DEVI solo seguirlo.

Francesco D’Alessandro