L’informazione pubblica non è lo strumento migliore per costruirsi un’opinione, perché cade inevitabilmente nei luoghi comuni, si arrende davanti all’ombra dei potenti che non può contraddire, si affatica ad analizzare.

Riporta e infiocchetta un po’.

Difficilmente aiuta a centrare il cuore di un problema, in nessun caso offre riflessioni pronte oneste.

E’ così che un ignorante insensibile che rifiuta di servire un gruppo di bimbi autistici può cadere nello stesso mazzo di chi scrive “fuori i neri” sui muri o di chi non affitta la casa agli stranieri.

Sono in realtà fenomeni diversi e, se hanno radici diverse, va da sé che le soluzioni sono diverse.

Il razzismo dei bianchi in Sudafrica o dei tedeschi del ’35, sopravvive in nicchie di fanatici o nelle pieghe della mente di “benpensanti” modello che non si rendono conto dei propri limiti.


Giurerebbero in perfetta buona fede “di non avere niente contro” questo o quello e la sola scelta sintattica sarebbe in sé una confessione.

Ma di fatto si tratta solo di menti piccine, di pregiudizi provinciali.

Il razzismo vero è altra cosa.

Il fenomeno dilagante in Italia oggi è piuttosto un misto di esasperazione e vulnerabilità.

La radice del fenomeno dobbiamo cercarla nell’abbandono in cui versano i cittadini italiani.

Orfani di una rete pubblica di protezione mai davvero esistita, vittime di un apparato statale ridotto a un caravanserraglio, abbandonati a se stessi da un sistema giudiziario che sembra concedere due game di vantaggio a chiunque non sia nato in Italia, non si sia ammazzato sui libri, non lavori e paghi le tasse cercando di navigare a vista dentro un guscio di noce con moglie e bambini.

Non siamo meno buoni o meno intelligenti della generazione di Fellini, Moravia e di De Sica.

Siamo solo più disperati.

Dati alla mano.

Il 30% delle persone che sbarcano “scompare”.

Bimbi e donne per lo più inghiottiti dal buco nero dello sfruttamento e della violenza.

Ai due terzi del restante 70% non diamo strumenti concreti per essere autosufficienti e integrarsi con dignità nella nostra società spenta e decadente arricchendola, fertilizzandola.

Li inseriamo nella macchina dell’accoglienza passiva.

Li arruoliamo nel paese dell’assistenzialismo e della morte dei sogni. 

I risultato è che piuttosto che essere loro a riaccendere il nostro vecchio paese, siamo noi a spegnere i sogni che li hanno spinti fin qui, trasformandoli in zavorre che non abbiamo la forza di trasportare.

Il 23,5%, secondo le statistiche, delinqueva in patria e non intende cambiar vita.

Quando uno straniero bussa alla porta l’incertezza e la paura sono i portinai perché il nostro paese ammassa esseri umani, non accoglie e non crea binari di reciproca conoscenza.

Non abbiamo gli strumenti per discernere fra le diverse gradazioni di bontà e cattiveria, onestà e disonestà, pericolosità e mansuetudine di popoli tanto diversi fra loro dei quali non sappiamo niente.

Sappiamo solo che la stragrande maggioranza di loro vive un presente precario e avrà un futuro persino più incerto del nostro, è che se dessimo fiducia alla persona sbagliata nessuno ci coprirebbe le spalle. 

Un italiano è un cittadino solo e spalle al muro. 

Così diventa più facile affittare a un impiegato di banca o a tuo cugino.

Per meschino che sia il gesto dei due padroni di casa che hanno sbarrato la porta agli stranieri non penso si sia trattato di razzismo.

Penso si sia trattato della disperazione di chi se perde l’affitto non mangia, unita all’impossibilità di verificare a fondo l’attendibilità della storia di un membro di una comunità della quale ignoriamo la composizione e le regole interne, sommata alla certezza che se incappassimo nella persona sbagliata la giustizia del nostro paese ci lascerebbe assolutamente soli.

In tempi di così grande incertezza ognuno alza il ponte levatoio al minimo segnale di pericolo, spesso in modo gretto, spesso senza una vera logica a sostegno del suo gesto, però penso che il razzismo, quello vero, è tutta un’altra cosa.

Claudia Maria Sini