Avevo 22 anni, giravo il sud della Francia in bus e in bicicletta, costruivo uno di quei ricordi della giovinezza che poi ci fanno compagnia quando il presente “huele a trapo sucio” (puzza come uno straccio sporco) e ci fa comodo rifugiarci in un campo di lavanda, un panificio piccolo e colorato o all’ombra di una chiesa del ‘600 ad ascoltare il silenzio.

Durante quella vacanza mi fermai a lungo ad annusare il profumo di ginepro e incenso di un enorme organo che da 400 anni sonnecchiava al riparo di pareti di pietra mentre noi cambiavamo governi, sdoganavamo il voto alle donne, poi la minigonna, poi le trasmissioni della De Filippi evolvendo l’idea di umanità e libertà verso modelli sempre più grossolani e modesti.

Ho un ricordo vivissimo della piccola chiesa di Nantes andata a fuoco.

Col Duomo di Orvieto la più bella piccola chiesa che ho visto.

E’ stata oggetto dell’atto di violenza anti-cristiana numero 1.052 del solo 2019, anno in cui gli atti di violenza antisemita sono stati 687 e quelli anti-islamici 154.

I greci dicevano che il vero giudizio delle colpe di cui un uomo si macchia in vita non avviene tanto nell’aldilà quanto nell’aldiqua, il conto dei padri arriva lento e lo pagano i figli e i nipoti.


Che la civiltà cristiana abbia tradito se stessa e abbia lungamente preferito benedire corone e cannoni che aprire le chiese la notte e dare asilo ai poveri è un fatto.

Che ci sia penuria di vittime volontarie disposte a prenderle di santa ragione in questa vita per volare coperti di purpurina nella prossima, un altro.

La notizia che una religione nata per dare dignità e speranza ai deboli abbia perso credibilità e seguaci per custodire crocefissi d’oro in palazzi principeschi, custoditi da alti prelati con le scarpe di Prada, titolari di conti cifrati in paradisi fiscali, non ha in sé nulla di sensazionale.

Ciò che riveste un interesse altissimo per un sociologo o uno studioso del costume, è il modo singolare in cui i topi abbandonano la barca, la resa dei soldati del forte che avviene in modo preventivo, ben prima che cada il ponte levatoio.

154 episodi anti-islamici hanno occupato i media senza posa, 687 episodi antisemiti non sono filtrati al di fuori dell’interesse specifico della comunità israelita.

Al contrario, 1.052 episodi anti-cristiani che includono 21 chiese incendiate fra cui i due gioielli di Parigi, Notre Dame e St Suplice, accompagnate dai gioielli del medioevo francese di Rennes, Tolosa, Nancy, Pontoise, accendono solo la caccia al corto circuito.

La stampa francese e occidentale in genere, si accanisce sull’alibi dell’incidente, e quando proprio bisogna ammettere che questi incendi, che iniziano quasi sempre alle 8 del mattino di un sabato, orario di messa, sono dolosi, chiede aiuto al paravento per eccellenza, la burocrazia.

Colline di pratiche contemporaneamente aperte, stancano, annoiano, allontanano il “grande pubblico” dalla notizia e, piano piano, non se ne parla più.

Il fatto che il premier Macron partecipi alla cerimonia della fine del Ramadán ospite dei leader della comunità islamica ma ometta gli auguri di Natale del Capo dello Stato ci dice che commettiamo l’errore dei servi, l’errore delle persone che non creano, che non guardano lontano.

L’occidente affronta le indiscutibili e imperdonabili colpe del colonialismo consegnandosi a chiatte colme di trafficanti di persone e persone senza speranza e senza niente da perdere di cui non è in grado di farsi carico.

Affronta la deviazione della casa degli ultimi, trasformata nel C.D.A. dell’Opus Dei, spalancando le porte all’area oltranzista di una fede che semplicemente non ci racconta e non ci assomiglia, non ha radici nella nostra sensibilità e nutre un astio antico -probabilmente motivato- verso i discendenti dei crociati che, ben prima degli eserciti coloniali, trovarono degni motivi per saccheggiare, violentare, usurpare, snaturare, un universo la cui ferita non si è mai rimarginata davvero.

La chiesa di Santa Sofia si appresta a diventare una moschea, non sarà più visitabile in quanto luogo di culto.

Chi l’ha vista l’ha vista e i cocci sono nostri.

E’ la metafora di una porta chiusa in faccia.

Costantinopoli manda Costantino in esilio e richiama i sultani ad affermare una identità cancellata che è rimasta viva sotto la cenere.

E’ un’era che muore o un’era che nasce?

Entrambe le cose, sono processi che avvengono uno dentro l’altro, solo siamo dalla parte sbagliata del coltello e non ci siamo abituati.

La mia sensazione è che le enormi forbici che abbiamo aperto alla fondazione di Costantinopoli, seconda capitale cristiana, culla di un cristianesimo da esportazione, (come la democrazia!) si stiano richiudendo proprio ora su una civiltà stanca, già vuota dei vecchi valori e ancora non pronta a fondarne di nuovi e originali.

Colpisce il fatto che i “colpevoli” delle profanazioni e degli atti di teppismo non siano solo membri della comunità islamica ma anche militanti di estrema destra, estrema sinistra, movimenti femministi radicali, e adepti a sette dedite al satanismo.

Il solo denominatore comune dell’arcipelago è il rigore con cui tutti si aggrappano ai valori, o disvalori, che hanno scelto per andare verso qualcosa e non perdersi.

Era questo il tipo di forza di cui disponevano i primi cristiani che ardevano cosparsi di petrolio e si lasciavano divorare dai leoni del Colosseo per dei principi la cui forza nacque dal fatto che avevano la capacità di dare speranza alla gente.

Nutrivano il cuore, univano le persone, creavano fratellanza e comunità solidali in grado di resistere all’eterna volontà dei potenti di dividerci gli uni dagli altri, toglierci un motivo per lottare, spegnere la speranza che si possano cambiare le cose.

La ricetta di questo tramonto dei monumenti che raccontano una grandezza che non c’è più è in fondo semplice.

Il cristianesimo ha concluso il suo ciclo per un difetto interno.

Le chiese sono chiuse mentre fuori la gente muore di freddo e di fame, il principio della dignità e unicità di ogni uomo e della sua intrinseca preziosità non trova nessun posto nella politica interna di uno stato nello stato, arrogante e autocelebrativo, conservatore e accumulatore.

Le dottrine più disparate, purché oltranziste e fanatiche, offrono uno stemma, un’icona, uno scopo, una confraternita, una illusione di forza che la chiesa cattolica non offre più.

La tesi più attendibile per spiegare questa sorta di autolesionismo, con cui andiamo oltre l’omissione di legittima difesa e apriamo la porta sul retro alle forze che la storia ha messo in moto per chiudere un’era e aprirne un’altra, è che non siamo pronti per sostituire la superstizione con la cultura, la fede con uno spirito civico laico consapevole.

Abbiamo ancora bisogno di ubbidire a papà, di dipendere da qualcuno che scelga per noi, che per noi si prende la responsabilità di tracciare una rotta.

Siamo ancora cortigiani che cercano di capire quale aspirante al trono potrebbe vincere per non correre il rischio di schierarci con lo stemma sbagliato.

Stiamo commettendo l’errore che commettono le donne che, stanche di un marito scorbutico che non manda fiori, si lanciano nelle braccia di un cretino qualsiasi.

Le domande che dobbiamo farci a mio avviso, sono diverse da quelle che rimbalzano negli articoli e nei saggi dei sociologi che banchettano sulle sfumature per addetti ai lavori.

Le domande che dobbiamo farci sono pratiche e quotidiane.

Come arrivare al cuore e alla testa delle persone senza speranza e senza linfa.

Come arricchirne lo spirito e nutrirne il cuore.

Come trasformare i mozzi in marinai, i marinai in ammiragli, come accendere in una generazione cinica, fragile, progressivamente più amorale per stanchezza e per noia, la luce di una convinzione per la quale rompere l’inerzia e battersi possa valere la pena.

E’ questo ciò che hanno gli occupanti delle chiatte, gli incendiatori di chiese, i fondatori di moschee in occidente, i neo nazisti e i neo stalinisti, perfino i membri delle sette sataniche in qualche modo lo hanno.

Ed è questo ciò che abbiamo perduto.

Le chiese, i cimiteri, i diritti, la democrazia, sono solo effetti secondari.

Claudia Maria Sini