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    Il sonno dei vivi

    Cinque settimane in fermo immagine.

    Cinque settimane di isolamento controllati dai droni e dall’esercito, martellati dagli altoparlanti che ci ricordano che se anche uscissimo ci riporterebbero indietro, meritano un momento di riflessione.

    Galleggiamo stupiti e confusi, intorpiditi e ansiosi in un limbo che in nessun modo avremmo potuto immaginare.

    Disancorati dallo spazio e dal tempo abbiamo sperimentato l’alienazione, il sonno dei vivi.

    La rinuncia a immaginare formule per migliorare la nostra condizione.

    L’attesa senza un limite di tempo conosciuto.

    Abbiamo il divieto di passeggiare da soli in montagna benché il virus muoia in 20 minuti al sole senza un organismo che lo ospita.


    Non possiamo controllare se siamo positivi o negativi pertanto non possiamo avere contatti fra persone sane, parenti, vicini di casa.

    Non possiamo andare a passare del tempo nel nostro studio o negozio chiuso, tanto per vedere quattro pareti diverse, mettere alto lo stereo e ballare da soli.

    Non possiamo scegliere l’aiuola in cui far pisciare il cane.

    Cosa è successo, perché è successo, dove ci porta.

    La risposta certa è che un virus molto vivace non ha la forza di giustificare tutto questo.

    Una emergenza sanitaria si affronta montando migliaia di centri a macchia di leopardo, dentro roulotte e tende se serve, in ogni scuola chiusa, nei cinema, per garantire diagnosi tempestive e supporto a terapie domestiche, istruendo sul posto i cittadini a un comportamento consapevole, regolando la possibilità di assembramento, distribuendo mascherine  disinfettanti e guanti.

    Presidiando i luoghi pubblici e garantendo condotte responsabili.

    Si affronta facendo causa comune e ottimizzando la solidarietà e la collaborazione.

    Emerge con limpida evidenza che non esisteva nessun piano preventivo e che la salute del corpo sociale, della  sua natura relazionale e la sua rete di interazioni affettive ed economiche è stata valutata con uno zero tondo tondo.

    Tutti sotto lo stesso pugno di ferro pesante quanto l’imbecillità e la prepotenza con cui è stata firmata l’ennesima confessione di inadeguatezza di una classe politica improvvisamente investita di un potere assoluto e insindacabile  grazie all’avvento di un “nemico pubblico” piccolo ma extremamente duttile fra le mani dei professionisti della propaganda.

    Non è stata fatta distinzione alcuna fra chi affronta l’isolamento in una villa con piscina e chi divide 80 metri quadri freddi o bui con moglie e 4 figli.

    Non è stato creato nessun protocollo di mutua assistenza per non abbandonare i vecchi che vivono soli, i poveri che perdono lavori in nero dalla mattina alla sera, le coppie con figli piccoli, i piccolissimi imprenditori, tutti quelli che non hanno soldi in banca, le persone che soffrono d’ansia e depressione.

    Stadi, giardini, palestre, scuole deserte e nessun tipo di sostegno, nessuna valvola di sfogo per chi non ha spazio vitale di cui disporre, nessun programma sociale per gestire il disagio e il senso d’oppressione, per occuparsi dello spirito delle persone.

    Ci hanno imbottiti di slogan e bandierine patetiche per dare un sapore di patriottismo e responsabilità alla privazione insensata di spazi di libertà e autogestione che in alcun modo avrebbero aggravato la situazione ma avrebbero reso meno surreale questa primavera che ricorderemo a lungo.

    Un solo interlocutore per tutti: lo stato.

    Qualsiasi iniziativa autonoma, buona o cattiva, livellata con la disubbidienza dei bambini che sforano l’ora di ricreazione.

    E’ un virus molto rognoso ma i numeri sono imparziali e raccontano una storia semplice e chiara.

    Nel primo trimestre dello scorso anno sono morte 230.000 persone in Italia.

    Nel primo trimestre di quest’anno 191.000.

    Conti alla mano, parte della differenza dipende dalle città deserte e tutte le morti in meno per incidenti stradali, sul lavoro, quelle legate alla microcriminalità, se poi sottraiamo i malati terminali che sarebbero comunque morti in questo trimestre, le cifre sono le stesse dell’anno scorso.

    Il solo dato che emerge è che la proporzione fra chi si è ammalato e chi è morto non è il dato allarmante.

    Il dato allarmante è il numero di medici morti, la percentuale di morti dovuta al fatto che i respiratori non sono bastati.

    La assoluta assenza dello Stato in preda al panico che come una madre isterica e stanca ha saputo solo gridare “vai in camera tua e non uscire finché non hai il permesso” livellando tutti i cittadini verso il basso, alla dose di controllo necessaria per arginare un teppista o un imbecille.

    Si discute solo di chi, fra coloro che ingoiano le nostre tasse come buchi neri, dovrà prestarci e poi chiederci indietro, i quattrini che non ci è stato permesso di guadagnare, perché incapaci di scrivere in fretta regole di interazione misurata e sicura.

    Il nemico pubblico è la società organizzata, la gente che pensa, la gestione collettiva del rischio, l’assunzione di responsabilità.

    La grande chioccia dello stato ci vuole passivi, dipendenti, egoisti, vili, grassi, senza idee, disarmati.

    Questa primavera è ricca di spunti e di presagi.

    Stiamo facendo il provino per un ruolo da  sudditi cuciti su misura per una classe dirigente incapace di fare di meglio che mandare l’esercito per le strade quando non ha la più pallida idea di cosa fare per garantire la nostra salute e la nostra sicurezza e avrà il telefono staccato al momento di prendersi in carico le migliaia di persone che quando apriranno le gabbie non avranno la forza di rialzarsi da sole.

    Claudia Maria Sini

     

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