In una celeberrima frase del suo manuale bellico “Vom Krieg” (“Della guerra”), pubblicato nel 1832, il generale prussiano Carl von Clausewitz definisce così la guerra “… La guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, una prosecuzione del processo politico con altri mezzi”.

Una riflessione che mi viene spontanea (già sento qualcuno accusare di spaventoso cinismo il generale prussiano) è che abolire le guerre sarebbe meraviglioso, ma che al di là del condivisibilissimo auspicio questo miracolo potrebbe avvenire solo se tutti i Paesi (e/o le fazioni avversarie che si combattono in alcuni di essi) decidessero unanimemente, spontaneamente e contemporaneamente di rinunciare a ricorrere alle armi… perché altrimenti chiunque subisse un’aggressione dovrebbe inevitabilmente scegliere tra sottomettersi per amore della pace o reagire rinunciando al principio pacifista; in conclusione, per fare la pace bisogna essere almeno in due, mentre per fare la guerra basta che la voglia uno solo.

Fino a quando nel mondo non avverrà questa decisione unanime e contemporanea (sulla cui possibilità non mi dilungo, lasciando il giudizio alla logica del lettore), il teorema di von Clausewitz purtroppo resta valido.

In un mondo altamente conflittuale come quello odierno disporre di uno strumento di difesa è essenziale per qualsiasi Paese che voglia mantenere non solo la propria integrità territoriale e struttura sociale, ma anche la propria libertà intellettuale ed economica… o come diceva von Clausewitz, per servirsene come strumento di politica estera, fermo restando che in questo caso evidentemente è necessario avere prima ben chiari gli obiettivi politici che si desidera conseguire con le armi.

Ad esempio rientrano in questo concetto della politica, che solo come ultimissima risorsa ricorre alla guerra, le sanzioni economiche e i dazi imposti da Trump prima contro la Cina, e poi contro l’UE quando alcuni Paesi europei hanno annunciato di voler tassare i profitti dei colossi statunitensi di internet, tra cui Google e Facebook.

Ma se – tornando alla celeberrima frase del generale prussiano – la guerra è la continuazione della politica, cioè l’ultima risorsa quando la politica ha fallito, affinché la politica e il negoziato abbiano successo resta indispensabile poter esibire al potenziale avversario una forza militare credibile a cui ricorrere se la trattativa fallisse: ed infatti è questo il significato della parate militari in cui le grandi potenze esibiscono le loro testate nucleari, o dei missili lanciati periodicamente nel Mar del Giappone dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un.


Una questione scottante è quella delle esportazioni di armi tecnologicamente sofisticate dall’Europa ad altri Paesi impegnati in conflitti.

La diversità delle regole sulle esportazioni militari (molto rigorose in Germania, più elastiche in Francia) si sta rivelando un ostacolo durissimo per la collaborazione franco-tedesca nella realizzazione dell’aereo da caccia di sesta generazione e pregiudica l’integrazione delle forze armate europee (o almeno di alcuni loro reparti) in un esercito comune, che sarebbe la soluzione logica in un mondo in cui la forza militare è un elemento cruciale per pesare nel mondo e potersi opporre al predominio schiacciante esercitato dalla fine della seconda mondiale a oggi da due superpotenze nemiche, che fanno il bello e più spesso il cattivo tempo: decenni fa i due contendenti erano USA e URSS, dopo il crollo di quest’ultima la superpotenza emergente che si oppone agli USA è sempre più la Cina, con un eventuale ruolo di terzo incomodo di qualche teocrazia musulmana, pericolosa per il suo fanatismo religioso se in un futuro più o meno prossimo disponesse dell’arma atomica.

È una constatazione evidente che nessun singolo Paese europeo possiede la forza militare per opporsi da solo a queste minacce, ma purtroppo i dirigenti europei (e i popoli che li eleggono) sembrano ciechi e sordi davanti a quest’evidenza lampante e preferiscono beccarsi tra loro come galletti spennati in un sempre più miserevole pollaio.

Secondo l’istituto svedese di analisi politiche SIPRI, nel 2018 nel mondo furono spesi per attività militari circa 1.650 miliardi di euro, pari al 2,10% del prodotto interno lordo globale, con un aumento del 2,60% rispetto all’anno precedente e del 5,40% dal 2009.

Nel 2018 Arabia Saudita, Cina, Francia e India e Stati Uniti (in ordine alfabetico) valevano da soli circa il 60% della spesa militare mondiale.

Il primo posto in questa classifica spetta agli USA, che nel 2018 hanno speso per la difesa 649 miliardi di dollari, quindi il 35% del totale mondiale; e nel quinquennio 2014-2018 gli USA hanno anche guidato la classifica dei fornitori di armamenti ad altri Paesi, anche in questo caso con circa il 35% del totale, seguiti tra i maggiori venditori dalla Russia con il 21% e a maggior distanza da Francia, Germania e Cina.

Naturalmente i maggiori compratori sono i Paesi in guerra dichiarata o strisciante, primi fra tutti quelli mediorientali, i cui acquisti dal 2009 al 2018 sono aumentati dell’87%.

Tra le due maggiori potenze mondiali odierne, ossia Stati Uniti e Cina, la competizione militare è anzitutto tecnologica.

Senza spingere lo sguardo agli inevitabili risvolti militari della gara per la conquista dello spazio, di cui parlavo nel numero di gennaio, per il momento la competizione tra le due superpotenze riguarda ovviamente la missilistica. I recentissimi missili ipersonici capaci di volare a velocità superiori a Mach 5, cioè cinque volte superiori a quella del suono, modificano radicalmente le strategie belliche: infatti i tradizionali missili da crociera – piccoli, manovrabili e precisi – puntano all’obiettivo in traiettorie orizzontali, mentre gli enormi missili balistici percorrono parabole lunghissime, uscendo dall’atmosfera e rientrandovi a velocità altissime che ne rendono quasi impossibile l’intercettazione; i missili balistici però sono poco manovrabili e la loro traiettoria molto prevedibile permette all’avversario di evacuare il bersaglio minimizzando danni e vittime.

Invece i missili ipersonici, capaci di viaggiare a velocità superiori a 6.000 km/ora, possono raggiungere in pochi minuti obiettivi lontanissimi, mutando in volo la traiettoria e sfuggendo così ai sistemi antimissile attuali, che non riuscirebbero a prevedere il bersaglio finale nel brevissimo tempo disponibile.

Recentemente la Russia ha annunciato l’operatività del suo missile ipersonico Avangard, che potrebbe raggiungere l’obiettivo volando all’incredibile velocità di Mach 22, e anche la Cina ha comunicato la disponibilità del missile ipersonico DF-17, capace di viaggiare a velocità tra Mach 5 e Mach 10.

Gli USA non possiedono ancora un prototipo, ma hanno già stanziato un miliardo di dollari per realizzarlo e anche Francia e India sarebbero a buon punto.

In pratica, i missili ipersonici stanno ripristinando quell’«equilibrio del terrore», cioè della distruzione totale reciproca, che caratterizzò la lunga guerra fredda tra USA e URSS.

Ma la capacità dei missili ipersonici di mutare traiettoria ad altissima velocità alza l’asticella del rischio di un errore tecnico o umano: infatti la difficoltà di distinguere rapidamente un attacco missilistico convenzionale, o perfino un semplice lancio di un razzo spaziale civile, da un attacco che entro pochissimi minuti farà esplodere sulla nostra testa un ordigno nucleare, nella concitazione potrebbe indurre anche un operatore esperto a premere per errore il fatidico pulsante rosso della rappresaglia.

Risale a poco tempo fa il tragico errore dei pasdaran iraniani, che durante il loro attacco contro due basi USA in Iraq abbatterono un aereo passeggeri ucraino scambiandolo per un missile americano… ma cosa sarebbe successo se quel pulsante invece di un razzo antiaereo avesse comandato un missile nucleare…?

Un errore tecnico o umano è sempre possibile, anche in sistemi che apparentemente hanno previsto tutto: ricordo un bellissimo film dei tempi della “guerra fredda” tra USA e URSS, quando il mondo viveva costantemente nel terrore di passare improvvisamente dal conflitto politico alla catastrofe nucleare.

In YouTube sono visibili le versioni in inglese (“Fail Safe”) e in italiano (“A prova di errore”) di questo splendido film di Sidney Lumet con Henry Fonda e Walter Matthau, in cui si narra con ritmo incalzante la vicenda di un bombardiere statunitense, che sfuggito alla catena di comando sgancia per errore un bomba atomica su Mosca: per evitare la rappresaglia nucleare sovietica, dimostrando ai russi che si è trattato di un errore e non di un attacco premeditato, il presidente statunitense ordina alla propria aviazione di sganciare un’altra atomica su New York.

E tutti ricordiamo l’episodio di cronaca di qualche anno fa, quando Andreas Lubitz, un pilota della compagnia aerea Germanwings, avendo deciso di suicidarsi schiantò contro una montagna il velivolo che pilotava, portando con sé alla morte centinaia di passeggeri terrorizzati.

Il sistema di sicurezza, progettato per impedire a eventuali terroristi di introdursi nella cabina di pilotaggio, si trasformò in una trappola mortale quando Lubitz, rimasto per qualche minuto solo nell’abitacolo, ne approfittò per barricarsi dentro impedendo al capitano pilota di rientrare.

L’aumento dei Paesi dotati di armi atomiche è sempre preoccupante, perché più ce ne sono e più aumenta la probabilità statistica che uno di essi per errore – o magari perché guidato da una teocrazia con una visione distorta delle motivazioni e delle conseguenze – scateni una guerra nucleare mondiale; ma veramente si può escludere che un folle come Lubitz, con accesso a qualche pulsante atomico e avendo deciso di suicidarsi trascinandosi dietro in un olocausto nucleare non qualche centinaio di passeggeri ma centinaia di milioni di persone, prema deliberatamente quel pulsante per scatenare una rappresaglia da cui non si torna più indietro…?

Ipotesi estremamente improbabile, sicuramente… certamente sono state predisposte le opportune salvaguardie… ma chi garantisce che siano effettivamente FAIL-SAFE… A PROVA DI ERRORE…?

Francesco D’Alessandro