In attesa che si chiarisca il percorso della Brexit, che mentre scrivo è ancora in alto mare dopo l’ennesima bocciatura inflitta dal parlamento britannico all’accordo fra l’UE e il primo ministro del Regno Unito (in quest’occasione Boris Johnson, ma Theresa May ne subì un’infinità, come ricordavo nell’articolo di maggio dedicato a quest’argomento), riparliamo del maledetto petrolio, alla cui importanza nella nostra vita quotidiana (che imprudentemente sottovalutiamo, dandone erratamente per scontata la disponibilità eterna) già dedicai un articolo nel numero di marzo, a cui chi vuole può tornare a dare un’occhiata per rendersi conto dei termini generali della questione.

Il 14 settembre scorso gli impianti petroliferi sauditi di Kharais (a meno di 150 km dalla capitale Riad) e Abqaiq (il più grande del mondo, a 200 km dal primo) sono stati attaccati e incendiati da droni. L’attacco è stato subito rivendicato dai ribelli yemeniti Houthi – di loro parlerò tra poco – ma i sauditi e i loro alleati statunitensi hanno subito accusato l’Iran di esserne il mandante. La produzione saudita di greggio (circa 10 milioni di barili al giorno, il 5% dell’intera produzione mondiale) è stata di colpo dimezzata e il prezzo dell’oro nero si è subito impennato del 20%, con conseguenze immediate sulle nostre tasche quando ci siamo fermati alla pompa di benzina, ritracciando parzialmente solo dopo l’annuncio dell’intenzione del presidente Trump di supplire al deficit attingendo alla riserva strategica statunitense.

Ma chi sono questi Houthi yemeniti che hanno inferto un colpo così duro all’approvvigionamento mondiale di petrolio e – ripeto – alle nostre tasche? E perché sono i nemici giurati dell’Arabia Saudita, e di conseguenza gli alleati naturali dell’Iran? La considerazione necessaria da cui occorre partire è proprio la lotta per la supremazia regionale tra sauditi e iraniani, inimicizia non solo politica ed economica ma anche religiosa – spesso macchiata da sanguinosi attentati contro i rispettivi seguaci – perché i sauditi (nel cui territorio si trova la Mecca, il luogo sacro dell’Islam) sono maggioritariamente musulmani sunniti e gli iraniani maggioritariamente sciiti.

Fino al 1967 la regione meridionale dello Yemen era  colonia britannica e ottenuta l’indipendenza divenne la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen del Sud, mentre nella regione settentrionale la Repubblica Araba dello Yemen era già indipendente dal 1918, quando fu smembrato l’Impero Ottomano. Nel 1990 le due repubbliche yemenite si fusero sotto la guida di Ali Abdullah Saleh, presidente del Nord dal 1978. Una protesta iniziata ad agosto 2014 contro l’aumento del prezzo dei carburanti si trasformò in vera e propria rivolta e culminò alla fine di gennaio 2015 con l’assalto al palazzo presidenziale nella capitale Sanaa e con le conseguenti dimissioni del presidente Abdrabbuh Mansur Hadi. Nel marzo successivo l’Arabia Saudita, ostile a quel movimento avverso ai suoi interessi e appoggiato dall’Iran, decise l’intervento militare per riportare al potere il presidente Hadi, dando così inizio a una guerra sanguinosa che ha precipitato lo Yemen, già uno dei paesi più poveri del mondo, nella “più grave crisi umanitaria mondiale”, come l’ONU l’ha definita, che finora è costata tra 60.000 e 90.000 morti, oltre 3 milioni di sfollati e una grave crisi alimentare che affama la popolazione. Il movimento degli Houthi, nato nell’ultimo decennio del secolo scorso e così chiamato dal suo primo capo Hussein Badreddin al-Houthi (poi assassinato nel 2004 e sostituito dal fratello Abdul-Malik al-Houthi), si radicalizzò a partire dal 2003 in reazione alla guerra in Irak, adottando lo slogan “Allah è grande, morte agli Stati Uniti, morte a Israele, maledetti gli ebrei e vittoria all’Islam”. Attualmente gli Houthi controllano la capitale Sanaa e l’est del paese, mentre l’ovest è in mano dei governativi appoggiati dai sauditi; in pratica è stata ripristinata di fatto la vecchia divisione in due repubbliche nemiche. Ma torniamo al presente.

Quello stesso sabato 14 settembre l’agenzia stampa Al-Masirah degli Houthi ha rivendicato l’attacco ai pozzi sauditi, ma gran parte degli esperti non li ritiene in possesso delle capacità tecniche necessarie senza un qualche tipo di supporto esterno. Col trascorrere delle ore i sospetti si sono rapidamente appuntati sull’Iran, rivale diretto dei sauditi per la supremazia politica e militare regionale ma anche acerrimo nemico dei loro alleati statunitensi, che da tempo lo sottopongono a dure sanzioni economiche. Probabilmente, sentendosi sotto la minaccia di attacco diretto in un complicato scacchiere mediorientale che vede tra suoi i nemici giurati nella regione anche Israele, stretto alleato degli Stati Uniti e pertanto indirettamente anche dei sauditi, l’Iran ha voluto ricordare a tutti suoi antagonisti – non è chiaro se per interposta persona o direttamente, ma in fondo fa poca differenza – di avere comunque la capacità di infliggere  gravi danni a qualunque attaccante.


Proprio questa importante novità, cioè la maggiore capacità militare degli Houthi (ce n’erano già state dimostrazioni in passato, ma mai di questa portata) di colpire addirittura a 800 km di distanza, e il verosimile massiccio supporto tecnico dell’Iran ai guerriglieri, sicuramente hanno fatto capire ai sauditi e ai loro alleati più o meno dichiarati che il livello dello scontro si è alzato e che debellare gli Houthi non  sarà facile come si pensava. Sicuramente a Stati Uniti e Israele piacerebbe molto appoggiare dall’esterno l’Arabia Saudita in un conflitto regionale contro l’Iran per togliere di mezzo gli scomodi ayatollah, ma è una strada irta di rischi pesanti. Se potete, cercate una cartina geografica della regione digitando in Google le due parole “Iran e “mappa” e scegliendone una qualsiasi tra quelle proposte. Osservandola con attenzione vedremo che su quel quasi-lago formato dal Golfo Persico si affaccia una straordinaria concentrazione di molti tra i massimi produttori mondiali di petrolio, da cui in ultima analisi dipende se, quando la nostra automobile finirà il carburante, potremo o no fare il pieno alla pompa e proseguire il viaggio: Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Kuwait, Irak e Iran. Tutti questi paesi per esportare il loro petrolio nel mondo devono sboccare dal quasi-lago del Golfo Persico, su cui si affacciano i loro porti, nel mare aperto dell’Oceano Indiano, ma per fare questo devono obbligatoriamente attraversare lo Stretto di Hormuz, un angusto corridoio marino largo appena 30 km e lungo 60, incuneato tra gli Emirati Arabi Uniti sulla sponda ovest e l’Iran sulla sponda est. Se il passaggio delle petroliere fosse bloccato da un conflitto, il prezzo dell’oro nero schizzerebbe alle stelle, le conseguenze per l’economia mondiale sarebbero incalcolabili e le borse mondiali crollerebbero innescando una crisi di proporzioni spaventose. L’Iran lo sa bene e più volte ha minacciato più o meno velatamente di essere pronto a questa misura estrema se fosse attaccato, e altrettanto bene lo sanno gli USA e i loro alleati in un gioco di calcolate provocazioni reciproche, esibizioni di muscoli e ritorsioni che si fermano un centimetro prima del punto in cui l’avversario sarebbe costretto a reagire con un gesto da cui non si tornerebbe più indietro… e infatti ci sono stati un paio di attacchi dimostrativi a petroliere di entrambe le parti, che ancora non si sa – o si fa finta di non sapere – da chi siano stati commessi… e si andrà avanti così fino a quando prima o poi qualcuno potrebbe sbagliare il calcolo della reazione avversaria e la situazione sfuggirebbe di mano a tutti.

Inoltre c’è il fronte più strettamente finanziario: infatti i sauditi vorrebbero ricavare un bel pacco di miliardi dalla quotazione in borsa della compagnia petrolifera di stato Aramco (il maggiore collocamento pubblico di azioni di tutti in tempi), contro la quale – non certo per caso – sono stati diretti gli attacchi del 14 settembre: il collocamento era già in rampa di lancio, ma gli attacchi con i droni hanno costretto i sauditi a desistere fino a quando potranno rassicurare totalmente gli investitori che gli attacchi contro i pozzi non si ripeteranno mai più… rassicurazione che evidentemente adesso è difficilissimo dare.

A tutto ciò si aggiunge il groviglio inestricabile di vecchie inimicizie religiose, politiche e nazionalistiche… dalla presenza nell’area di Al Qaeda, l’organizzazione estremista islamica fondata da Osama Bin Laden, tuttora viva e vegeta … allo stato islamico dell’Isis, recentemente sconfitto (ma chissà se definitivamente) dall’inedita alleanza tra Stati Uniti e curdi, ora abbandonati dall’ormai ex alleato e assaliti dal “sultano” Erdogan… al riuscito tentativo della Russia di inserirsi da protagonista nella politica mediorientale… al ritorno in sella del presidente siriano Assad, pochi anni fa dato praticamente per spacciato… e infine al vecchissimo scontro fra Israele e i suoi vicini arabi. Con tanti contorti intrecci in cui A è alleato di B perché entrambi hanno come comune nemico C, che però potrebbe essere alleato del loro amico D contro F o G, a loro volta nemici tra loro, c’è quasi da stupirsi che qualcuno non sia ancora inciampato in qualche imprevisto e nel suo scivolone non si sia trascinato dietro rovinosamente tutti gli altri, e noi con loro. Ma non c’è dubbio che siamo seduti su una polveriera intorno alla quale vari passanti accendono continuamente e con noncuranza pericolosi fiammiferi, magari imbaldanziti dalla convinzione che tanto a loro non succederà niente perché la loro divinità li protegge… perciò non date per scontato il prossimo pieno di benzina come se fosse un fenomeno garantito della natura, come il sole o il vento o la pioggia: purtroppo non è così. E i frequenti aumenti del carburante sono lì a ricordarvelo.

Francesco D’Alessandro