Nella intensa storia delle Isole Canarie, vi fu un momento in cui molti dei loro abitanti vennero fatti schiavi e inviati in Marocco, al Palazzo Reale, per servire la dinastia alawita; tra il 1630 e il 1635 il traffico di schiavi tra Arcipelago e Marocco fu particolarmente intenso e testimoniato dalle numerose lettere inviate alle famiglie rimaste sulle isole, recentemente ritrovate.

Le Canarie in realtà hanno vissuto fin dai primi contatti con la civiltà extra isolana dei veri e propri attacchi, a partire da quelli dei pirati, durante i quali venivano fatti prigionieri e rapiti gli uomini più prestanti.

Con il trascorrere del tempo emersero figure come quella di Mordahay Zamor, che si dedicò a trafficare schiavi canari, preferibilmente cristiani, senza chiedere alcun riscatto, ma solo ed esclusivamente per metterli al servizio di imperi come quello del Marocco.

Il capitano generale delle Canarie Íñigo de Brizuela si prodigò molto per difendere i propri compatrioti contro l’avidità di Zamor, ebreo e molto influente su tutta la costa del Marocco.

Egli collaborò con i suoi traffici di schiavi con Abul Amlak Sidi Muhammad, incoronato re del Marocco nel 1631 con il nome di Mohammed I e considerato il fondatore della dinastia alawita nel Paese.

Mohammed I promise, prima di abdicare al primogenito dei suoi 15 figli, Muhammad Ibn Sharif, di completare la costruzione di un palazzo reale, per le cui opere necessitava ovviamente di manodopera, ampiamente fornita da Zamor.


Quanto al capitano Brizuela, egli, dopo aver trascorso un lungo periodo nelle Fiandre al servizio di Alberto d’Austria che lo considerò nella sua ristretta cerchia di uomini di fiducia, prima di arrivare alle Canarie fu governatore a Fuenterrabía e tenente generale di Guipúzcoa, poi il re Felipe IV lo inviò sulle isole per la sua esperienza marittima e nelle fortificazioni.

Brizuela rimase scioccato nello scoprire quanti canari schiavi si trovassero in Marocco e iniziò a collaborare con Juan Fernández de Talavera, un giudice competente in materia, affinché facesse intervenire una volta per tutte la Legge.

Zamor venne quindi denunciato per il reato di tratta di schiavi e di commercio con i mori, considerando che la sua presenza in Spagna venne interdetta già tempo addietro.

Alle Canarie Zamor si muoveva talmente bene, che una volta scoperti i suoi traffici, non solo la Spagna non si offrì per pagare i riscatti, ma da Madrid non si riuscì a fare nulla.

Zamor, oltre agli schiavi, si occupava di prodotti come tabacco, grano, cocciniglia, capperi, pepe, incenso, sardine e riso, che portava da Gran Canaria e da Lanzarote, in Marocco; tra i suoi soci figura Honorado Estacio, anni prima a capo della Santa Inquisizione di San Mateo.

Quando intravvide l’opportunità di servire il re del Marocco, assunse Bartorlomé Antibo, esperto in spedizioni e uomo di mare.

Antibo, che ad un certo punto scappò dai loschi traffici di Zamor, fu colui che informò le autorità dell’esistenza di numerosi schiavi canari al porto di Salé, costruito per altro dal governatore di Oualidia nonché pirata olandese Jan Janszoon van Haarlem.

Egli fuggì a bordo di una piccola imbarcazione insieme a uno schiavo canario, che morì durante la difficoltosa navigazione.

Zamor venne invece arrestato a Tenerife, dove venne giudicato nel 1635 dal tribunale di Las Palmas.

Quanto ai numerosi canari prigionieri in Marocco, poco o nulla si conosce di essi, se non attraverso alcune lettere che si sono conservate fino ai giorni nostri; Brizuela, nonostante gli sforzi, non riuscì ad arrivare in fondo alla questione, imbattendosi in un sistema legale nel quale si affermava, tra le altre cose, che la schiavitù Canaria non era di competenza militare, bensì di uomini del commercio.

Egli morì nel 1636 alla giovane età di 50 anni, con il rammarico di non essere riuscito a salvare tanti dei suoi concittadini che, una volta arrivati in Marocco, non tornarono mai più a casa.

Franco Leonardi