Cari amici, questo mese parleremo del Venezuela, il Paese possessore delle riserve petrolifere più vaste del mondo, pari secondo alcune stime a 1.300 miliardi di barili (attenzione alla cifra: il 1.300 è seguito da ben nove zeri!).

Ho scelto di parlare di quest’argomento – in attesa degli immancabili sviluppi dello psicodramma della Brexit e del conflitto economico-politico tra Cina e USA, di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi – anche per la numerosissima presenza nelle Canarie di esuli venezuelani, che spesso sono i nipoti o bisnipoti di canari emigrati nel secolo scorso in cerca di fortuna proprio in Venezuela (corsi e ricorsi storici!), come racconta il film “Guarapo”, trasmesso qualche settimana fa dalla TV spagnola ma visibile anche in Youtube.

Non sempre però questi esuli venezuelani sono bene accolti: mi è capitato di leggere in alcuni blog dei commenti velenosi che incitavano a negargli lavoro e casa, chiamandoli con il nomignolo sprezzante di “venecos”… ma questa è un’altra storia, quindi non divaghiamo.

Tutti conosciamo l’importanza del petrolio per l’economia mondiale (chi volesse approfondire può leggere l’articolo monografico sul petrolio a pag. 16 del numero di marzo di questo giornale).

In teoria quindi il Venezuela dovrebbe essere uno dei Paesi più ricchi del mondo, eppure da anni è afflitto da una gravissima crisi economica e sociale che ha costretto alla fuga milioni di cittadini.

Lo sfruttamento del petrolio venezuelano presenta due problemi, uno tecnico e uno che potremmo chiamare politico-finanziario.


Quello tecnico è la sua impurità, per la mescolanza con sabbie che ne rendono più difficile l’estrazione e impossibile il trasporto in oleodotti, dove scorrerebbe a una velocità 10.000 volte inferiore a quella dell’acqua.

Per commercializzarlo quindi occorre diluirlo con greggi meno impuri o con nafta, o lavorarlo con costose tecniche speciali.

Oggi il progresso tecnico rende superabile questa difficoltà, ma il problema finora insormontabile è stata la disastrosa gestione economica della materia prima, da cui proviene il 97% delle entrate statali: infatti la produzione di greggio, che nel 2005 aveva toccato il massimo storico di 3.600.000 barili al giorno, oggi non raggiunge il milione.

Ma come siamo arrivati a quest’involuzione di un’economia che 40 o 50 anni fa era considerata tra le più ricche del mondo e attirava dall’Europa molti immigrati, tra cui tanti italiani?

Per capirlo dobbiamo tornare al 1998, quando Hugo Chávez, un ex militare capo del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela, movimento comunemente noto come “chavismo”), sull’onda dello scontento popolare per la corruzione dilagante nel governo del presidente Carlos Andrés Pérez vinse le elezioni con un manifesto teoricamente marcatamente di sinistra, che intendeva finanziare con i proventi del petrolio un assistenzialismo diffuso.

Sarebbe stato invece necessario “seminare il petrolio”, ossia investire almeno una parte consistente dei proventi in infrastrutture e nella diversificazione dell’economia, come hanno fatto i produttori arabi, che oggi con quei soldi si comprano pezzi importanti d’Europa… ma questa strategia non è mai stata attuata, preferendo spendere in assistenzialismo una parte dei guadagni, per procurarsi un facile consenso a breve termine, e spartire il resto (e forse il più) tra i capi politici e militari che tuttora controllano l’azienda petrolifera statale Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA).

Chávez, ucciso da un cancro, nel 2013 è stato sostituito formalmente alla presidenza dal suo delfino Nicolás Maduro, che però dal 2014 ha dovuto fare i conti con il crollo del prezzo del petrolio, e quindi delle entrate statali, che ha reso economicamente insostenibile l’assistenzialismo del governo.

Non solo l’indispensabile diversificazione industriale e finanziaria non era mai stata attuata, ma nemmeno i proventi erano mai stati reinvestiti in tecnologie moderne, e la gestione inefficiente e clientelare della PDVSA ha completato il disastro.

L’urgenza della situazione ha costretto Maduro, non potendo più contare sui proventi delle esportazioni di greggio per finanziare l’assistenzialismo, a optare per la monetizzazione della spesa, ossia in parole semplici a finanziarla semplicemente stampando banconote, la cui immissione in circolazione ha fatto esplodere l’inflazione (per chi volesse approfondire, dei meccanismi dell’inflazione ho parlato a pag. 16 del numero di luglio 2018).

Ad agosto 2018 la valuta nazionale, il bolivar, fu sostituita dal “bolivar soberano”, che tolse ai prezzi cinque zeri dando l’illusoria sensazione di avere fermato l’inflazione… che invece presto polverizzò il potere d’acquisto anche della nuova moneta, la cui svalutazione rese sempre più difficili le importazioni non solo di beni intermedi (ad esempio l’interruzione della produzione, decisa a maggio 2016 dalla Coca Cola per mancanza di zucchero, comportò la perdita di 7.300 posti di lavoro), ma anche di medicinali (mi scuso per il terzo rinvio a un altro articolo, ma non essendo questa la sede per approfondire l’argomento dei tassi di cambio tra valute rimando all’articolo a pag. 16 del numero di agosto 2018).

Il Venezuela si è così avvitato in una drammatica crisi economica e sociale, che si autoalimenta in una spirale di criminalità comune, violente manifestazioni di piazza, repressioni ed arresti che hanno fatto impennare l’emigrazione.

Il disagio economico e sociale inevitabilmente si è trasformato in un’opposizione politica, guidata inizialmente da Leopoldo López, imprigionato per molti anni in un carcere militare, poi messo agli arresti domiciliari e infine liberato il 30 aprile da militari sostenitori del presidente “ad interim” Juan Guaidó, nominato il 5 gennaio dall’Asamblea Nacional (il parlamento venezuelano, fucina dell’opposizione a Maduro e che quest’ultimo ha cercato di esautorare sostituendolo con l’Asamblea Nacional Constituyente, che come dice il nome è incaricata di redigere una nuova costituzione più favorevole al regime).

Pochi giorni dopo, il 23 gennaio, Guaidó ha giurato come presidente ad interim.

Con l’entrata in scena di Guaidó la crisi venezuelana si è internazionalizzata: Guaidó è apertamente sostenuto dagli Stati Uniti, così come Maduro gode del dichiarato appoggio della Cina e particolarmente della Russia.

A far gola alle tre superpotenze non è solo il petrolio del Venezuela, ma anche i suoi giacimenti d’oro e di coltan, “l’oro azzurro” indispensabile per fabbricare dispositivi elettronici sempre più potenti e avanzati.

Ma il desiderio di accaparrarsi queste materie prime non è il solo motivo del sostegno di cinesi e russi: il Venezuela è pesantemente indebitato con entrambi, che temono di non vedere più i loro soldi dopo un cambio di regime.

Per ora Cina e Russia sostengono Maduro, ma è facile prevedere che lo mollerebbero, per ingraziarsi il suo successore, appena si rendessero conto della definitiva insostenibilità della sua posizione.

Nelle settimane successive al giuramento Guaidó ha cercato di spingere Maduro a dimettersi ed a cercare asilo all’estero, ma il presidente in carica, sostenuto dai russi, ha tenuto duro nonostante l’imposizione di pesanti sanzioni finanziarie e commerciali statunitensi (anche contro la compagnia petrolifera statale PDVSA) finalizzate appunto a destabilizzarlo e costringerlo ad abbandonare.

Gli USA starebbero anche premendo sull’alleato indiano affinché interrompa le importazioni di petrolio dal Venezuela, di cui dopo l’inizio dell’embargo statunitense l’India è diventata il principale acquirente.

Dopo l’elezione di Trump fa le condizioni sembravano favorevolissime all’alternanza: il movimento d’opposizione Mesa de la Unidad Democrática aveva ottenuto nelle elezioni una schiacciante maggioranza dei due terzi dei seggi nell’Asamblea Nacional, l’indice di popolarità di Maduro era crollato al 30%, l’80% dei venezuelani viveva sotto la soglia di povertà e l’inflazione galoppava inarrestabile.

Eppure oggi in questa partita a scacchi siamo ancora in completo stallo: Maduro arroccato al potere, ma che non osa arrestare Guaidó perché teme di provocare un intervento militare statunitense, e Guaidó privo della forza necessaria per la spallata finale.

Secondo alcuni osservatori uno dei motivi di quest’impotenza dell’opposizione, che si calcola oggi rappresenti l’85% della popolazione venezuelana, sono le sue divisioni interne, che avrebbero indotto il capo della diplomazia statunitense, Mike Pompeo, a definire una “sfida infernale” il tentativo di coagulare in un movimento coeso la miriade di pretendenti alla presidenza venezuelana dopo l’eventuale cacciata di Maduro.

Guaidó, scelto dagli USA come figura di transizione per guidare l’uscita del Venezuela dal chavismo, forse gode di maggiore sostegno all’estero che in patria; ma il personaggio su cui realmente punta la Casa Bianca, e che per ora si tiene di riserva per non bruciarla prima che i tempi siano maturi, è María Corina Machado, leader del partito Vente Venezuela, ideologicamente affine all’attuale presidenza statunitense.

La mia considerazione finale è che purtroppo, anche se Maduro fosse sostituito, i problemi del Venezuela non finirebbero: il Paese è stato distrutto economicamente da insensate politiche assistenzialiste e clientelari e avvelenato da anni di contrasti feroci e violenze, con un governo in grave difficoltà ma con un’opposizione frammentata e incapace di coagularsi in qualcosa di più delle manifestazioni di piazza.

Nemmeno l’eventuale sconfitta di Maduro risolverebbe la crisi, perché ne seguirebbe una fase convulsa di competizione tra i numerosi vincitori per accaparrarsi il potere, durante la quale anche il partito chavista però rimarrebbe forte e attivo.

Oggi il Venezuela è un Paese in cui tutti sono in lotta contro tutti, profondamente diviso in fazioni che di volta in volta formano effimere alleanze per abbattere il governo in carica, ma che raggiunto l’obiettivo sono incapaci di creare un’alternativa stabile che lo sostituisca.

In questo senso, il susseguirsi di promesse di rigenerazione mai mantenute, il costante declino economico e sociale causato da ricette troppo semplicistiche e il progressivo caos politico purtroppo mi ricordano molto l’Italia… con la differenza che nel “dopo” il Venezuela potrà contare sulla ricchezza del petrolio e l’Italia no.

Francesco D’Alessandro