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    L’abusato “te la faccio pagare” costituisce reato?

    Può succedere, nel corso di alterchi piuttosto appassionati, che a qualcuno scappi la fatidica frase “te la faccio pagare”, che di per sé vuol dire tutto o niente.

    L’affermazione, che vuole in modo spiccio far valere la propria superiorità e far chiudere la discussione con un’ipotetica conseguenza, è a tutti gli effetti una intimidazione, vale a dire una minaccia che lascia intendere a eventuali azioni dannose nei confronti di chi la subisce, ma con dei distinguo.

    Innanzitutto occorre contestualizzare tale frase e le modalità con cui viene pronunziata, così come ha recentemente affermato la Cassazione che definisce il confine penale di tale affermazione piuttosto labile.

    Esiste poi una recente sentenza che ribadisce che il “te la faccio pagare” può in effetti costituire reato di minaccia quando è pienamente lecita, ovvero quando le azioni sottintese presentano una certa possibilità di accadimento.

    Ovviamente la successiva domanda riguarda il modo di stabilire se chi pronuncia questa frase ha davvero intenzioni malevole e a tal proposito si rende necessaria un’indagine circa queste ultime.

    Se il “te la faccio pagare” rimanda infatti al ricorrere all’esercizio di azioni giudiziarie, ovvero di risolvere la cosa davanti a un giudice, non sussiste alcun reato poiché l’affermazione implica l’esercizio di un diritto.

    Un banale esempio: il dipendente di lavoro che vede negate le proprie ferie e che, dopo una discussione con il datore di lavoro, chiude la conversazione con “te la faccio pagare, parlerai con i miei avvocati”, non compie alcun reato bensì si avvale di una facoltà riconosciuta dall’ordinamento.


    Diversa è la situazione in cui, durante una lite accesa, il soggetto pronuncia l’affermazione intimando atti di violenza fisica, come il folcloristico cenno che mima il taglio della gola.

    In questo caso, pur non verificandosi concretamente la minaccia, l’azione di per sé costituisce una reale intimidazione, bastando quindi la modalità e il contesto con cui si è pronunciata la frase.

    Un altro caso piuttosto comune e oggetto di una recente sentenza di Cassazione, riguarda un pubblico ufficiale che, nel comminare una sanzione ritenuta ingiusta dal ricevente, si vede minacciare dal cittadino con la frase “se mi fai la multa, giuro che te la faccio pagare”.

    La Cassazione ha affermato in merito di questo singolo caso, che la frase non integra il delitto di minaccia a pubblico ufficiale ma costituisce semplicemente una espressione di risentimento da parte del cittadino che non risulterebbe sufficientemente concreta a intimidire l’agente nell’espletare il proprio dovere.

    La Suprema Corte ha infine chiarito che affinché scatti il reato di minaccia, non è necessario che il “te la faccio pagare” sia particolarmente ridondante e neppure che il soggetto da cui proviene sia notoriamente pericoloso; un soggetto incensurato in situazioni particolari e con modalità particolari può benissimo essere oggetto di provvedimento penale quando pronuncia la fatidica frase.

    Quindi attenzione a come ci si esprime durante eventuali litigi, poiché pur avendo la ragione dalla propria parte, si potrebbe essere denunciati per intimidazione.

     

     

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