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    A Tenerife mancano i materiali, allarme nel settore edile

    Le Canarie stanno vivendo un autentico paradosso: in testa rispetto alle altre comunità autonome per l’aumento delle voci in bilancio destinate a eseguire opere pubbliche, le stesse nel contempo  restano paralizzate per la mancanza dei materiali necessari alla loro realizzazione, in particolare i cosiddetti aggregati o inerti.

    Gli aggregati sono materiali minerali granulari utilizzati ad esempio nella preparazione delle malte, come sabbia, ghiaietto o pietrisco spaccato.

    Le ragioni della mancanza dei materiali necessari alla realizzazione delle opere pubbliche già approvate, deriverebbero da una vergognosa indolenza delle autorità nel cercare una soluzione al problema, in special modo a Tenerife, come precisa il direttore generale della ANEFA, Asociación Nacional de Empresarios Fabricantes de Áridos, César Luaces.

    Luaces, che definisce questa situazione drammatica, ha incontrato gli imprenditori del settore dell’estrazione inerti per discutere sulla fattiva mancanza di pianificazione da parte del Gobierno e per stabilire le condizioni necessarie affinché le aziende abbiano una tutela giuridica quando presentano un regolare progetto di estrazione.

    Attualmente, precisa, non ne esiste uno di questi progetti a Tenerife, quando, a fronte della grave carenza di aggregati, dovrebbe essercene un’intera schiera; le ragioni sono dovute al fatto che per ottenere un’autorizzazione di estrazione, con le leggi attuali, occorrerebbero almeno 10 anni, un periodo che scoraggia qualsiasi imprenditore poiché non sostenibile economicamente.

    I materiali edili, gli aggregati, sono il secondo prodotto più consumato dopo l’acqua, ragion per cui, insiste Luaces, le amministrazioni tutte, dall’Ayuntamiento, al Cabildo fino al Gobierno, dovrebbero unirsi per creare un quadro giuridico stabile e un piano strategico efficiente, come quello realizzato per l’energia, e soprattutto in grado di fornire una proiezione del consumo degli aggregati per i prossimi 10 anni, in funzione delle opere previste.

    Inoltre le stesse amministrazioni dovrebbero accelerare le procedure per le imprese estrattrici, pur nel rispetto della sostenibilità e della conformità alle normative vigenti.

    Sono 20 anni che queste proposte vengono ribadite, afferma Luaces, e nel corso di tutto questo tempo ogni richiesta è stata ignorata, fino ad arrivare all’incredibile situazione di stallo.


    La soluzione non è così semplice, come illustra il direttore ANEFA, e quanto all’idea di importare materiali, ad esempio dall’Africa, non viene preso in considerazione l’elevato costo che questa operazione implicherebbe, così come la qualità e le certificazioni necessarie dell’aggregato importato.

    Senza considerare, aggiunge, che il porto di Santa Cruz de Tenerife dovrebbe subire radicali adattamenti per poter ricevere le navi cariche di materiali e che analogamente la rete stradale di collegamento dovrebbe essere opportunamente ampliata per favorire il transito quotidiano di camion di grandi dimensioni.

    Uno studio fatto per la Catalogna per lo stesso problema, aveva concluso che sarebbe stato necessario raddoppiare la capacità del porto e creare una viabilità ad hoc per gli oltre 530.000 camion giornalieri che avrebbero trasportato gli aggregati.

    La vera soluzione, secondo Luaces, esiste o meglio ve ne sarebbero ben tre, una a breve termine, una a medio e infine una a lungo termine.

    La soluzione a breve termine sarebbe quella di prorogare i progetti di estrazione già esistenti e che già posseggono i diritti minerari, in modo che l’attività continui; contemporaneamente occorre sviluppare un piano strategico con una proiezione a 10 anni che includa la previsione delle tonnellate di aggregati necessarie a seconda delle opere approvate e conseguentemente creare le condizioni per favorire la presentazione e l’approvazione dei nuovi progetti di estrazione.

    Per riuscire a fare tutto questo occorre però un accordo comune tra tutte le amministrazioni di Tenerife, cosa attualmente non possibile poiché nessuna di esse si vuole esporre e prendere decisioni magari non condivise.

    A nessun comune piace avere una cava estrattiva nel proprio territorio, ma da qualche parte gli aggregati devono essere recuperati e a Tenerife attualmente esiste solo una cava autorizzata nel municipio di Arico, che però ha una previsione di vita di meno di un anno, essendo pressoché esaurita.

    La cava di Arico, in buona sostanza, è già di per sé insufficiente a soddisfare la domanda attuale e tutti gli aggregati utilizzati sull’isola non hanno un’origine legale e mancano dell’obbligatorio marchio CE, in vigore dal giugno del 2004.

    Ovvia la considerazione che solo le cave legali eseguono un’attività estrattiva in modo sostenibile con l’ambiente, minimizzando gli impatti, ripristinando l’area sfruttata e creando un’opportunità per  la promozione della biodiversità e per l’economia che vi gravita attorno.

    Ma se le amministrazioni ignorano le richieste di poter lavorare in cave legali, è altrettanto evidente che in questo modo non solo si incentivano le estrazioni irregolari, con conseguente danno ambientale ed economico, ma si paralizzano tutti gli interventi di opere pubbliche, in molti casi necessari per la viabilità o il recupero dei beni storico e culturali.

    La mancanza di volontà politica di creare un quadro legale ordinato e sostenibile in materia di estrazione di materiali per l’edilizia, porta quindi a un utilizzo di prodotti scadenti e a un depauperamento di zone ambientali di fondamentale importanza per Tenerife, come è successo ad esempio a Güímar, dove il progetto di ristrutturazione di una cava presentato nel 2003 non è mai stato preso in considerazione.

    Luaces informa che Anefa ha già presentato 56 denunce per estrazioni illegali a Tenerife risalenti al 2010 e tutt’ora pendenti; le amministrazioni mancano inoltre di lungimiranza, sottolinea, visto che una strada che dura 10 anni, al momento del suo degrado non può certo attenderne altrettanti affinché si recuperi in un qualche modo i materiali necessari al suo ripristino.

    Il pane di oggi, è la fame di domani, dice Luaces che è altresì sospettoso circa il fatto che sembra che qualcuno, senza motivo apparente, cerchi di boicottare l’economia di Tenerife.

    Insomma, i dati parlano chiaro: se a Las Palmas esiste un 75% di sfruttamento delle cave, a Tenerife ve n’è solo il 25%.

    Del resto come si spiegherebbe il silenzio di tutte le amministrazioni al riguardo?

    di Ilaria Vitali

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