A mio modesto avviso, solo tanto rumore per nulla e un’occasione unica sprecata.
Eppure, non manchiamo di confrontarci con i giovani di oggi guardandoli dall’alto in basso, come vecchi legionari decorati.
I nostri padri e nonni ci hanno comprato col sangue un mondo libero, il nostro obeso conformismo ha consegnato ai ragazzi di oggi un rigurgito di totalitarismo del quale abbiamo visto, per ora, non più che la punta del naso.
Dalle statistiche del 2026 sulla percezione che gli italiani hanno del futuro risulta un dato significativo:
I giovanissimi non si sentono all’altezza di entrare nel dibattito sulla costruzione di un mondo nuovo a partire dai pezzi del mondo vecchio in frantumi.
I giovani che hanno più di 25 e meno di 35 anni, hanno spesso molto da dire ma scarso spazio d’ascolto, in realtà, si ascoltano fra di loro.
Gli adulti si rifugiano in eremi che sono la versione edulcorata dei bunker, in cui salvano dosi minime di una felicità modesta.
Gli adulti hanno rinunciato a battersi per garantire ai giovani un futuro.
La comunicazione destinata alle masse struttura e rinforza la lettura apocalittica del presente senza futuro, in cui l’impotenza è il sintomo e la resilienza il palliativo, perché un’apocalisse non si cura, si subisce.
Grazie a Dio, il coro delle belle teste pensanti, che comprende un interessante numero di giovanissimi brillanti pensatori, è unanimemente in disaccordo con il messaggio unico della propaganda ufficiale.
Non è la fine di tutto ma un momento eccezionalmente interessante.
Se schiviamo il rischio atomico è logico e naturale recuperare il ruolo storico di pars costruens della storia, se non lo schiviamo, sarà più complesso e lo faranno meno persone, ma sarà pur sempre ciò che resta da fare.
Un giovane italiano che non vuol scendere nel bunker dei suoi arresi genitori, che posizione può prendere rispetto al futuro?
Faccio un passo indietro e lascio la parola a intellettuali che hanno la caratura per salire in cattedra, senza prenderne il posto.
La riflessione che io scelgo è una fra le tante eccellenti dell’ultimo numero di LIMES che vi suggerisco di leggere integralmente e con grandissima attenzione.
Abbiamo, come italiani, un’occasione unica di uscire, perché obbligati, da un punto di vista sub-americano.
L’America né vuole né può più tenerci a balia, ed è un’occasione storica che sarebbe folle perdere.
Nel panorama mondiale ma anche europeo, siamo una nazione peculiare che non ha un punto di vista egoisticamente interno, ci caratterizza una linea decisionale controproducente rispetto agli interessi nazionali.
Ai nostri giorni il fenomeno inizia nelle università in cui il dogma intoccabile è avere un punto di vista oggettivo e universale sulle materie di studio prima, di insegnamento poi.
Formiamo gli italiani a non giocare in squadra con il proprio paese, ad essere arbitri fra gli interessi altrui.
Cosa manca ai nostri giovani spaesati per entrare nella discussione sul loro futuro?
Manca una formazione da centravanti di sfondamento.
La formazione che tutti gli altri paesi danno alla loro classe dirigente.
La formazione che noi non diamo perché nella sala regia dietro la sala di regia che si vede, non siedono italiani da moltissimo tempo, sebbene la nostra posizione geografica ci consegni a un ruolo naturalmente forte.
La storia ci offre una situazione in cui, spalle al muro, la scelta fra guardare e entrare in campo, è di nuovo sul tavolo, non gratis, ma c’è.
Forze interessate a mantenerci pessimisti o arresi dipingono il caos attuale come un punto di arrivo in un coro di menzogne combinate al quale non bisogna dare ascolto.
Attraversiamo la condizione normale del passaggio da un sistema geopolitico a un altro.
E’ sempre successo, non è diverso dagli altri cambi d’epoca.
E’ semmai un momento d’oro per riposizionare i pilastri del rapporto fra l’Italia e il mondo, fra il potere e il popolo, fra la cultura e il potere, fra la realtà e la narrazione, fra la scuola e la vita.
Non è un dato irrilevante che molti degli intellettuali che accendono il discorso sul futuro, abbiano intorno ai 30 anni e non abbiano finito gli studi nel nostro paese.
L’intelligenza italiana, coltivata in differenti contesti, guarda l’Italia e vede spiragli che il percorso formativo del nostro paese, si preoccupa di occultare.
Una rivoluzione copernicana che mi piacerebbe vedere riguardo al discorso sui giovani sarebbe proprio questa: giacché non stiamo costruendo un mondo a spese nostre per le generazioni future, come fecero i nostri nonni e i nostri padri, potremmo almeno metterci in ascolto, leggere autori giovani.
La nostra generazione si è arresa e li ha abbandonati.
Dire loro “ io speriamo che ve la caviate” al calduccio dei nostri bunker, è veramente molto poco.
Scaricate l’ultimo LIMES e buttate, già che ci siete, un occhio all’età dei giornalisti, anche oggi, come sempre, i giovani hanno preso il testimone della storia, chi lo sa, forse hanno qualcosa da dirci.
di Claudia Maria Sini
