L’anno nuovo arriva sempre con un certo rumore: countdown, botti, auguri copiati e incollati all’ultimo minuto.
Eppure, sotto questa superficie luccicante, lo scorrere del tempo resta un movimento silenzioso, quasi indifferente alle nostre celebrazioni.
Ci sono persone che vivono il primo gennaio come un portale magico, e altre che non si accorgono nemmeno del suo passaggio, impegnate come sono a risolvere i loro problemi quotidiani.
La verità sta probabilmente nel mezzo: l’anno nuovo non è un incantesimo, ma nemmeno un dettaglio irrilevante.
È il momento in cui ci rendiamo conto di aver attraversato ancora una volta paure, gioie, noie e slanci che durante l’anno sembravano sparpagliati.
Improvvisamente acquistano un ordine, non perché lo abbiano, ma perché abbiamo bisogno di darglielo.
In un’epoca che ci invita a correre, fare, trasformare tutto, l’anno nuovo potrebbe essere la nostra occasione per recuperare un ritmo meno aggressivo. Non serve promettere niente; basta osservare.
Ogni anno porta domande più che soluzioni, e forse è per questo che alcuni provano disagio quando arriva: vorremmo che risolvesse, invece di interrogarci ancora.
E se davvero vogliamo concederci un gesto simbolico, potrebbe essere quello di scegliere una sola cosa che consideriamo importante — non da fare, ma da custodire.
Un’idea, un legame, un progetto, una semplice abitudine che ci ricorda chi siamo. Non perché sia “nuovo”, ma perché merita continuità.
Poi apriamo gli occhi il primo gennaio e — colpo di scena — siamo identici.
La verità è che l’anno nuovo è il più riuscito trucco di marketing della storia.
Non vende nulla, eppure tutti lo compriamo.
La retorica del “nuovo inizio” è una delle più riuscite forme di autoinganno collettivo.
Ogni anno recitiamo lo stesso copione: “quest’anno sarà diverso”, senza specificare rispetto a cosa.
Diverso da quello precedente? Da quello che ci eravamo immaginati? Da quello che abbiamo finto di vivere sui social? Boh. L’importante è dirlo, perché fa scena. E poi ci lamentiamo dei politici che promettono senza mantenere.
E allora forse l’approccio più sano — che poi è anche il più sarcasticamente onesto — è smettere di fingere che il primo gennaio sia speciale. È un giorno qualunque travestito da evento mondiale.
Se vogliamo proprio dargli un valore, che sia questo: un’occasione per ridere della nostra ostinazione a volerci reinventare senza mai spostare davvero nulla.
L’anno nuovo è ormai l’evento collettivo più democratico che abbiamo: tutti possono illudersi allo stesso identico modo.
Partiamo tutti dal solito punto: chi dal mutuo, chi dalla scadenza del contratto, chi dal famoso “ti rispondiamo noi”.
Gli auguri di Capodanno, poi, sono un capolavoro sociologico.
Gente che non ti parla dal 2017 ti invia un messaggio per augurarti “successo e prosperità”, come se stesse distribuendo bandi europei tramite WhatsApp.
E mentre ci raccontiamo che “l’anno nuovo porta novità”, i problemi fanno esattamente ciò che fanno sempre: ci seguono, diligenti, come cani addestrati. Lavoro? Identico. Affitti? Magari più alti. Politica? Stesso teatro, nuovi slogan.
Natale vuole famiglia, Pasqua vuole pazienza, Ferragosto vuole amici o almeno un’ottima scusa.
Capodanno, invece, accetta tutti: ottimisti, nullafacenti, precari, iper-produttivi, cinici, sognatori, gente che non sa ancora cosa significhi “detrazione fiscale”.
È l’unico evento inclusivo, perché non distingue: illude tutti allo stesso modo.
La satira, in fondo, serve proprio a questo: ricordarci che la società ci spinge a performare miglioramenti continui — essere più produttivi, più entusiasti, più flessibili…
La verità? L’anno nuovo non risolve nulla. E meno male.
Perché se davvero decidesse di farlo, ci ritroveremmo sommersi da una valanga di messaggi motivazionali governativi tipo “Da oggi si cambia!” — che è sempre il preludio a qualcosa di spaventoso.
Meglio così: un anno che inizia senza troppe pretese, noi che continuiamo a fare quello che possiamo, e la consapevolezza satirica che, in fondo, sappiamo benissimo come andrà.
Con momenti belli, momenti assurdi, momenti ingiusti, e un’infinità di cose non richieste.
Esattamente come l’anno scorso. E questo non è pessimismo: è un modo elegante di non farsi prendere in giro.
Quindi sì, felice anno nuovo.
O, per essere più sinceri: buona fortuna con tutto il resto.
Buon lavoro — e buon (qualunque) anno!
Bina Bianchini
