L’isola che rischia di regolamentare sé stessa fino a perdere la propria anima.
Siamo a Tenerife, giugno 2026. L’isola più visitata delle Canarie sta trasformando la lotta contro l’overtourism in una vera e propria ossessione regolatoria.
Vietano di fumare in tante zone all’aperto, rendono a pagamento sentieri naturali che da sempre erano liberi, spingono (quando non obbligano) a lasciare l’auto privata per stiparsi sugli autobus pubblici spesso insufficienti.
Il messaggio è chiaro: “Troppi turisti, quindi vi rendiamo la vita impossibile”.
Peccato che questo approccio sia stupido, controproducente e profondamente ingiusto a mio avviso.
Invece di gestire il flusso, puniscono tutti: residenti che pagano tasse da anni, lavoratori del turismo che vivono di questo, e turisti che arrivano con soldi puliti spendendo in ristoranti, alberghi e noleggi.
L’effetto pratico? I turisti più rispettosi e spendaccioni iniziano a scegliere altre destinazioni (Madeira, Grecia, Malta, Marocco o direttamente Capo Verde), mentre restano quelli che cercano solo “cheap & party”.
Risultato: meno qualità, più degrado, e l’isola che si svuota di identità per diventare un parco divertimenti iper-regolamentato.
Il turismo che non spende: il vero veleno
C’è un aspetto che nessuno vuole ammettere ad alta voce: gran parte dell’overtourism a Tenerife è alimentato da un turismo low-spending, soprattutto quello all-inclusive.
La maggioranza degli stranieri arriva con pacchetti tutto compreso (spesso organizzati da grandi tour operator europei), resta barricata dentro i resort, mangia e beve solo all’interno della struttura, usa la piscina dell’hotel e al massimo fa un’escursione guidata di gruppo.
Portano corpi in spiaggia e code agli autobus, ma pochissimi euro nell’economia locale reale.
I soldi restano nelle casse dei grandi hotel (molti di proprietà straniera) e dei tour operator.
I ristoranti tipici, i negozi, i tassisti, le guide indipendenti e le piccole attività vedono briciole.
È un turismo che consuma risorse (acqua, strade, spiagge, rifiuti) senza distribuire ricchezza sul territorio.
Eppure sono proprio questi flussi massicci e a basso valore aggiunto che creano la percezione di “invasione”.
Invece di regolamentare intelligentemente questo segmento (limitando nuovi all-inclusive in zone già sature o incentivando pacchetti con quota di spesa locale obbligatoria), si preferisce vietare a tutti: al turista che noleggia l’auto e gira l’isola spendendo, al residente che vuole fumare una sigaretta all’aria aperta o camminare gratis sul sentiero che ha sempre percorso.
I divieti non risolvono il problema, lo spostano
Fumare all’aperto? In una zona ventosa come Tenerife, dove il fumo si disperde in due secondi, diventa improvvisamente un attentato all’ambiente.
Sentieri a pagamento? Trasformano la natura in un’attrazione a ticket, come un luna park, per non parlare delle prenotazioni a questi sentieri/zone.
Auto privata? Meglio stiparsi su un guagua che spesso non passa, è in ritardo o non arriva dove serve.
Tutto questo mentre pullman di crocieristi scaricano centinaia di persone alla volta nei punti critici senza nessun controllo reale.
È la solita logica del “vietiamo a tutti perché non sappiamo gestire”.
Classica soluzione da burocrate: invece di punire chi getta plastica in spiaggia, chi fa off-road, chi affitta abusivamente o chi organizza feste illegali, preferiscono rendere la vita amara al cittadino normale e al turista educato.
Le vere cause dell’overtourism a Tenerife
- Crescita incontrollata degli all-inclusive e delle grandi strutture alberghiere. Negli ultimi anni si è costruita a tappeto, spesso con varianti urbanistiche sospette, senza alcun riguardo per la capacità di carico dell’isola.
- Mancanza cronica di infrastrutture. Strade intasate, depuratori sotto stress, trasporti pubblici insufficienti e gestione dei rifiuti inadeguata, mentre si continua a pompare turisti a ritmi insostenibili.
- Zero distinzione tra turismo di qualità e turismo low-spending. Si accoglie allo stesso modo chi spende bene e rispetta l’isola e chi arriva con pacchetti all-inclusive da quattro soldi, resta chiuso nel resort e lascia solo impronta ecologica e poco altro.
- Marketing aggressivo low-cost senza filtri. Voli a 19 euro, pacchetti “tutto compreso” e campagne pubblicitarie che attirano masse senza alcun criterio di sostenibilità o valore aggiunto.
Invece di affrontare questi nodi, si preferisce la via più comoda: proibire.
Proposte concrete che se applicate forse renderebbero di più dei divieti.
- Rispetto ferreo delle regole esistenti. Multe pesanti per chi sporca, fa rumore o abbandona rifiuti. Sorveglianza reale nei punti critici. (E soprattutto fare pagare le multe dagli stranieri)
- Tassa di soggiorno progressiva e mirata. Più alta per pacchetti all-inclusive brevi e low-cost, più bassa per chi sta di più e spende fuori dal resort. I proventi solo per manutenzione, pulizia e trasporti.
- Limitare nuove costruzioni all-inclusive nelle zone sature. Moratoria seria.
- Trasporti: incentivi, non divieti. Migliorare gli autobus, agevolazioni per auto con più di un passeggero, parcheggi differenziati.
- Promozione selettiva. Marketing su turismo di qualità (escursionisti, famiglie, sportivi) e meno pacchetti all inclusive da quattro soldi.
- Coinvolgimento dei residenti. Referendum locali su certi provvedimenti.
Tenerife non ha bisogno di diventare una prigione green a pagamento.
Ha bisogno di buongoverno: regole chiare, applicate a tutti, con distinzione tra chi porta valore e chi consuma e basta.
L’overtourism si combatte con intelligenza e polso fermo, non con la sindrome del “vietiamo tutto così non sbagliamo”.
Altrimenti l’isola più bella dell’Atlantico diventerà solo un ricordo caro e rimpianto.
E la colpa non sarà dei turisti. Sarà di chi, invece di gestire, ha preferito proibire.
Bina Binella
