Sensazioni tra i boschi sopra Icod de los Vinos
C’è un silenzio diverso, qui, tra i pini canari che hanno sfidato il fuoco.
Non è vuoto, non è assenza: è un silenzio gravido di memoria, pulsante di vita ostinata, che parla a chi sa ascoltare con qualcosa di più profondo delle orecchie.
I piedi affondano nel tappeto di aghi, e ogni passo è un sussurro reverenziale.
Il sentiero si snoda da est verso ovest, verso la Cueva del Viento – quella cattedrale sotterranea dove il respiro del vulcano ha scolpito labirinti di pietra.
Ma prima di scendere nelle profondità, c’è questo bosco da attraversare, questo tempio a cielo aperto che racconta storie di resurrezione.
L’aria fresca dell’inverno tinerfeno porta con sé un’umidità che avvolge la pelle come una carezza timida.
Non è il freddo pungente delle montagne continentali, ma una freschezza oceanica che sa di Atlantico e di alisei.
Si insinua nei polmoni insieme al profumo inconfondibile della resina – quel profumo balsamico, quasi medicinale, che i pini canari rilasciano come un incenso naturale, come se benedicessero chi attraversa il loro regno.
Guardate questi tronchi.
Guardate come si ergono, possenti, con quella corteccia spessa color mattone che porta ancora i segni neri dell’incendio.
Due anni, poco più.
Un battito di ciglia nella vita millenaria di un bosco, eppure già la foresta ha risposto con una determinazione che commuove.
Dalle ferite carbonizzate spuntano ciuffi di aghi verde brillante, giovani e tenaci come promesse mantenute.
I pini canari hanno un segreto che li rende quasi immortali: la capacità di rigenerarsi dal fuoco, di far germogliare nuova vita direttamente dal tronco bruciato.
Camminare tra loro è come camminare in un monumento alla resilienza.
Il sentiero sale e scende con dolcezza, seguendo le ondulazioni di una terra vulcanica che millenni fa era lava incandescente.
Sotto i piedi, il suolo è un materasso naturale, soffice, che attutisce ogni passo e restituisce una sensazione di galleggiamento.
È impossibile camminare qui in fretta.
Il bosco impone il suo ritmo, lento, meditativo, antico.
E i rumori – ah, i rumori del bosco.
Solo la sinfonia sottile della vita che persiste: il fruscio del vento tra le chiome, un sussurro continuo, quasi ipnotico.
A tratti, il canto improvviso di un fringuello azzurro, endemico di queste isole, squarcia la quiete per dissolversi di nuovo nel silenzio pregno.
Quando il sole è basso, i raggi filtrano obliqui tra i tronchi, creando colonne di luce dorata che sembrano architravi di una cattedrale naturale.
I pollini, le microscopiche particelle di resina diventano visibili in queste lame di luce, creando un’atmosfera quasi sacra.
La devastazione dell’incendio è ancora evidente – ci sono scheletri anneriti di alberi che non ce l’hanno fatta, testimoni muti di quella furia.
Ma anche loro hanno un ruolo: ospitano insetti, funghi, diventeranno nutrimento per il suolo, supporteranno la prossima generazione di pini che già germogliano ai loro piedi, minuscole lance verdi che puntano verso il cielo con una fiducia disarmante.
In un’epoca di crisi climatiche, di ecosistemi al collasso, questo bosco ferito ma non vinto offre una lezione di speranza pragmatica.
Non la speranza ingenua che tutto andrà bene senza sforzo, ma quella fondata sulla constatazione empirica che la vita trova il modo, sempre, se le si dà una possibilità.
E poi ci sono i silenzi improvvisi.
Momenti in cui anche il vento si placa, in cui l’unico suono è il battito del proprio cuore.
In questi istanti il bosco sembra trattenere il fiato, e voi con lui.
È in questi interstizi di quiete assoluta che si percepisce meglio la vastità del tempo geologico, la profondità delle radici, l’intreccio invisibile di funghi micorrizici che collegano ogni albero in una rete di comunicazione sotterranea.
Quando finalmente il sentiero emerge dalla penombra verso gli spazi aperti vicino all’ingresso della grotta, quando ci si volta indietro a guardare quel mare ondulato di chiome verdi punteggiate di cicatrici nere, si porta dentro qualcosa di più di una semplice camminata.
La testimonianza diretta che la bellezza può coesistere con la ferita, che la forza non sta nell’invulnerabilità ma nella capacità di rigenerarsi, che ogni fine contiene già i semi del nuovo inizio.
I pini canari lo sanno da milioni di anni.
Oggi, camminando tra loro, lo sappiamo anche noi.
di Luca Bertagnon
