Nei tempi difficili che corrono mi viene spesso spontaneo scrivere di soldi; nell’articolo a pagina 20 del numero di gennaio ho parlato del potere d’acquisto e dello sporco trucchetto usato dai governi di tutto il mondo per ridurre con l’inflazione – intenzionalmente alimentata dalla stampa incessante di moneta, la cui capacità d’acquisto per questo diminuisce costantemente – il valore reale della voragine del debito pubblico scavata dalla loro irrefrenabile voglia di spendere per accaparrarsi dagli sciocchi i voti che gli garantiranno potere e lauti stipendi e pensioni; malefica strategia in cui, come ben ricordo, funestamente eccelsero i governanti italiani nell’ultimo scorcio del secolo scorso, giungendo a stampare per l’inflazione rampante la banconota da 500.000 lire (pari ad appena 258 euro, cioè allo 0,051% aritmetico di quel mostruoso mezzo milione di lirette), in circolazione dal 15 settembre 1997 al 28 febbraio 2002, quando la lira fu definitivamente sostituita dall’euro.
Oggi vorrei condividere con voi lettori una domanda sconcertante nella sua semplicità (alla quale beninteso, come vedremo, da tempo mi sono anche dato una risposta): che cos’è il denaro?
Invito chi avesse già sulle labbra un sorrisetto ironico, come per dire: ma che domanda fai! a proseguire la lettura, e constaterà che la questione è più complessa e sfaccettata di quanto possa apparire.
Cominciamo il discorso esaminando i nostri euro (ma ai fini del nostro discorso sarebbe lo stesso se guardassimo dollari, sterline o franchi): sono dei rettangolini di carta colorata in tonalità ocra o verde o azzurrina, con sopra stampato un valore arbitrario: 50, 100, 20… e sebbene siano totalmente privi di qualsiasi valore intrinseco, non essendo appunto nient’altro che rettangolini di carta colorata, qualsiasi venditore accetta da noi in pagamento questi foglietti come se fosse la cosa più naturale del mondo (ma non lo è, come dimostrerò tra poco!), consegnandoci in cambio oggetti o alimenti che invece un valore intrinseco ce l’hanno; e per confondere ancora di più le idee, su ciascuno di questi foglietti colorati compare, oltre al numeretto indicante il presunto valore, anche la specifica della valuta di denominazione (euro o dollari o sterline o franchi, e così via), la cui quantità – ad esempio, 20 euro – non corrisponde, a prima vista senza nessuna giustificazione logica, a un’uguale quantità di dollari, bensì a una quantità diversa, spesso comprendente anche dei decimali: ad esempio, al cambio del giorno in cui scrivo 20 euro corrispondono a 23,56 dollari e 20 dollari a 16,98 euro.
Vista da quest’angolazione, la domanda “che cos’è il denaro” comincia già ad assumere i contorni di un’allucinazione collettiva, o di un inganno sinistro di cui tutti siamo contemporaneamente vittime e inconsapevoli complici.
Ora facciamo un salto indietro nei secoli: in un momento imprecisato del passato, ma distante da noi da due a tre millenni, in un mercato si incontrarono un tessitore di tuniche e un coltivatore di fichi.
Il tessitore voleva dare al contadino una tunica per averne in cambio uno o più cesti di fichi; non per mangiarli, ma perché avrebbe voluto scambiare quei frutti con le anfore prodotte da un vasaio suo vicino di casa che ne era ghiotto… ma quanti cestini di fichi poteva chiedere in cambio della tunica…?
Il mercanteggiamento si prolungava e la discussione si ingarbugliava, fino a quando sopraggiunse un amico del tessitore che chiese al coltivatore il prezzo dei fichi, e appresolo estrasse dal mantello alcuni pezzetti di metallo rozzamente incisi e li consegnò al contadino in cambio della sua frutta.
Così l’affare si concluse rapidamente con il passaggio di mano dei fichi in cambio non della tunica ma dei frammenti di metallo… come se questi avessero avuto un valore intrinseco pari a quello dell’abito o dei fichi, che in realtà non avevano… e più tardi, imparata la lezione, il tessitore consegnò al vasaio in pagamento delle anfore non i saporiti fichi, che consumò lui stesso in famiglia, ma altri rudimentali cerchietti metallici … ma cosa aveva convinto tutti ad attribuire a quei frammenti rozzamente circolari un valore puramente IMMAGINARIO…?
La risposta è sconcertante: esattamente come accade oggi con i nostri rettangolini di carta variopinta, anche allora il fattore chiave era la fiducia ASSOLUTA del ricevente che altri li avrebbero a loro volta accettati da lui dandogli in cambio un bene fisico o una prestazione lavorativa; fiducia assoluta che a rifletterci, e neanche tanto, è solo un prodotto della nostra immaginazione, a cui per qualche motivo prestiamo fede con la stessa dogmatica convinzione con cui i fedeli delle varie religioni credono nelle rispettive divinità.
Esseri meno “intelligenti” di noi, incapaci di queste elucubrazioni, non sanno concepire astrazioni metafisiche tanto complesse; che tuttavia evidentemente funzionano solo fino a quando tutti indistintamente e ciecamente le accettiamo come dogmi indiscutibili, o per convinzione inculcata o forse in alcuni casi per costrizione psicologica.
Un gorilla non cederebbe mai la sua banana in cambio di una moneta d’oro, oggetto per lui incomprensibile e inutile: ma proprio da questa astrazione concettuale, universalmente accettata dai tempi dei tempi, millenni fa nacque la semplificatrice finzione del denaro, rappresentato principalmente da metalli preziosi come l’oro e l’argento.
A ben guardare, anche la “preziosità” di questi metalli, considerati tali in tutte le culture planetarie praticamente da quando esiste il mondo, a me sembra un’altra astrazione o finzione metafisica della mente umana: per ripetere l’esempio precedente, nessun gorilla rinuncerebbe alla propria banana per un inservibile pezzetto di metallo giallo, che invece per qualche elucubrazione mentale è ambitissimo dagli umani… ma su questo rifletteremo magari un’altra volta.
Nell’antica Atene di due millenni e mezzo fa, culla della nostra civiltà europea prima ancora di Roma, la massima unità finanziaria, seppure non coniata in monete, era il talento (τάλαντον), consistente fisicamente in circa 26 kg di argento puro e suddiviso contabilmente in 60 mine (μναί), 6.000 dracme (δραχμαί) e 36.000 oboli (ὀβολοί).
La dracma, moneta coniata usata negli scambi quotidiani e corrispondente all’incirca alla paga giornaliera di un vogatore in una trireme, pesava circa 4,30 grammi.
Per millenni l’economia andò avanti servendosi di questo ingombrante ed a volte pesante denaro metallico variamente denominato (nella Roma antica si chiamava denarius, suddiviso in quinarii e sestertii), finché tre secoli e mezzo fa qualcuno in Svezia ebbe la geniale idea di attribuire a un pezzo di carta un valore equivalente a una certa quantità d’oro o d’argento: in Europa era nata la banconota, in uso in Cina già da qualche secolo.
All’inizio ci furono resistenze: eeeehhhh, come….?!? invece che con monete d’oro, mi vorresti pagare con pezzi di carta…!?!, ma l’idea attecchì quando tutti si fecero gradualmente convincere che quei rettangolini di carta (a quel tempo in realtà erano enormi rettangoloni!) avevano realmente un valore perché avallati dal governo con la promessa di convertirli in oro a richiesta: in pratica le banconote rappresentavano una certa quantità d’oro esigibile a vista, ma senza il fastidio di doversene portare dietro il peso.
Partendo da questo concetto, l’accordo stipulato da 44 Paesi nella cittadina di Bretton Woods (USA) a luglio 1944, mentre ancora infuriava la guerra mondiale, definì il nuovo ordine finanziario mondiale del dopoguerra, fondato su tassi di cambio invariabili tra il dollaro e tutte le altre valute e stabilendo il principio della convertibilità in oro della moneta statunitense nel rapporto di 35 dollari per un’oncia del metallo prezioso… fino al 1971, quando il presidente Richard Nixon annunciò la sospensione temporanea – poi “ovviamente” diventata definiva – di questa convertibilità.
Il motivo era semplice e inesorabile: il governo statunitense aveva inarrestabilmente avviato le rotative per stampare quantità crescenti di cartamoneta con cui finanziare la sempre più ingente spesa pubblica, alimentata in particolare dal costosissimo intervento militare in Vietnam, poi comunque finito in cocente sconfitta, e dal programma di assistenza sociale denominato Great Society (Grande Società), cosicché per gli Stati Uniti era diventato semplicemente impossibile esaudire tutte le richieste di convertire in oro, a quel tasso di conversione, una massa di dollari cartacei in costante lievitazione… gli spietati fatti avevano sgretolato la bella invenzione… e così, appena 55 anni fa, si instaurò la realtà sconvolgente che tuttora viviamo: l’era della moneta cosiddetta “fiat”, dall’espressione latina che significa “e così sia”, cioè non garantita da nulla ma semplicemente imposta per decreto del governo; la chiamo sconvolgente perché, come dicevamo all’inizio, quei rettangolini di carta colorata in realtà non valgono NIENTE e non sono avallati da nulla di tangibile: in pratica sono carta igienica un po’ più spessa e resa graficamente elegante.
Perché allora li accettiamo in pagamento da altri, che a loro volta li accettano da noi…?
Per un motivo altrettanto sconvolgente, ossia l’IMMOTIVATA FIDUCIA, di chi li dà e di chi li riceve, che quei foglietti saranno accettati in pagamento anche nelle transazioni successive; e se questa fiducia per qualche motivo venisse meno, e nessuno accettasse più in pagamento quei pezzetti di carta considerandoli per quello che oggettivamente sono, cioè carta straccia, e pretendesse di essere pagato in oro, o in polli, o in taniche di benzina, o con qualsiasi altro bene tangibile a cui si attribuisca un valore economico concreto, in una società altamente automatizzata e complessa come quella attuale il caos sarebbe immediato.
Alcuni hanno addirittura abbandonato spontaneamente il denaro di carta o di metallo, che non si portano più dietro, e pagano anche somme minime con l’ultima diavoleria metafisica: il denaro digitale rappresentato da una sottile tesserina plastificata di pochi grammi, che telematicamente sottrae istantaneamente una certa quantità di unità contabili dematerializzate da un conto virtuale, in cui chissà dove è contenuto il denaro che abbiamo faticosamente guadagnato e da cui dipende la nostra sopravvivenza: in sintesi, il denaro ha perso anche l’ultimo tenuissimo legame col mondo fisico, rappresentato dai foglietti di carta colorata, e si è trasformato in una pura astrazione intangibile, effigiata da numeretti digitali che danzano sugli schermi di computer o telefonini.
I governi, le banche private e pubbliche, le multinazionali e così via impiegano tutto il loro potere di convincimento per inculcare nelle nostre menti questa nuovo dogma tra il religioso e il finanziario, pubblicando bilanci aziendali e statali denominati in monete in realtà inesistenti perché non avallate da assolutamente nulla tranne la vaga “promessa delle autorità”, che da tempo abbiamo imparato quanto vale.
La storia degli ultimi decenni, in tutte le aree del mondo compreso il santuario bancario svizzero, è strapiena delle repliche di una tragicommedia dal copione immutabile: il prologo è una banca traballante e i protagonisti sono i depositanti caduti nel panico, che evaporata la “fiducia” su cui si regge il castello di carte si precipitano a tentare di prelevare i loro depositi; ma la liquidità è insufficiente per accontentare tutti e gli sventurati trovano gli sportelli inesorabilmente chiusi, né riescono più a estrarre quattrini dalle defunte tesserine plastificate.
Tuttavia ora lasciatemi fare anche l’avvocato difensore del diavolo.
Se come notavo poco fa nessun gorilla cambierebbe la sua banana con un foglietto di carta colorata è perché la sua capacità di astrazione è enormemente più limitata della nostra: il gorilla, proprio perché non sa cos’è il denaro, vive ancora nell’età della pietra, mentre l’umanità inventando quella finzione ha costruito nei secoli non solo una civiltà, ma anche comodità, agi e benessere inimmaginabili da qualsiasi altro essere.
Per il nostro bene però dobbiamo non dare ciecamente per scontato il dogma indottrinatoci ed essere consapevoli della fragilità del sistema, cioè che quei foglietti di carta multicolore – e le loro metamorfosi elettroniche – oggi più che mai sono carta straccia a cui convenzionalmente e arbitrariamente è stato deciso di attribuire un valore e un potere d’acquisto fittizi, che chi ha imposto potrebbe revocare in qualsiasi momento.
L’instabile architrave sui cui si regge questo castello di carte è la narrazione della “fiducia” assiduamente inculcataci e da noi recepita come articolo di fede indiscutibile, ma che in una crisi generale dell’astronomico debito pubblico mondiale, che realisticamente NESSUNO riuscirà MAI a ripagare, potrebbe repentinamente svanire con conseguenze inimmaginabili.
Francesco D’Alessandro
