Questo mese l’Arca del Mistero si dirige lungo la costa occidentale di Gran Canaria, fino al tratto di mare che fronteggia La Aldea de San Nicolás, una zona che da decenni viene indicata come una delle più difficili e pericolose dell’isola per la navigazione e le attività in mare.
Non si tratta di leggende nate dal nulla, ma di una reputazione costruita nel tempo attraverso incidenti, naufragi minori, recuperi mancati e racconti che, ancora oggi, circolano tra pescatori, soccorritori e residenti.
Dal punto di vista geografico, la costa di La Aldea presenta una combinazione complessa di fattori: alte scogliere, fondali che scendono rapidamente, correnti irregolari e un’esposizione diretta all’Atlantico aperto. Qui le maree e il moto ondoso possono cambiare in modo brusco, creando risacche potenti e correnti laterali difficili da prevedere.
Le cronache locali riportano come, già in epoca premoderna, questa zona fosse evitata per gli sbarchi e considerata inadatta alla pesca costiera stabile.
Nel corso del Novecento, con l’aumento delle attività marittime e della pesca artigianale, gli incidenti sono diventati più documentabili. Piccole imbarcazioni rovesciate, sub trascinati al largo, nuotatori scomparsi senza lasciare traccia. In diversi casi, i corpi non sono mai stati recuperati.
È proprio questo elemento a nutrire l’espressione, ripetuta spesso nella memoria orale locale, di “mare che non restituisce”. Una definizione che non nasce da suggestioni esoteriche, ma dall’esperienza diretta di chi ha partecipato alle ricerche senza esito.
Le autorità marittime spiegano questi episodi attraverso dati concreti: correnti di riflusso, fondali irregolari, presenza di canali sottomarini che possono trascinare rapidamente verso il largo.
Tuttavia, chi vive la costa quotidianamente parla anche di zone precise, ben conosciute ma non segnalate sulle carte nautiche comuni, dove il mare cambia comportamento in pochi metri. Punti in cui il colore dell’acqua si scurisce improvvisamente e la superficie diventa ingannevolmente calma.
A questi elementi si aggiungono racconti più difficili da classificare: pescatori che riferiscono di attrezzi spariti senza segni di rottura, ecoscandagli che perdono il segnale per alcuni secondi, sensazioni di forte pressione o disorientamento improvviso in mare calmo.
Episodi che, presi singolarmente, trovano spiegazioni tecniche, ma che nel loro insieme contribuiscono a mantenere viva l’aura di inquietudine attorno a questo tratto di costa.
Anche la tradizione preispanica attribuiva al mare occidentale un valore simbolico particolare. Era il confine ultimo, il luogo del tramonto e della fine, associato al passaggio e alla scomparsa.
Non sorprende quindi che, secoli dopo, questo stesso tratto continui a essere percepito come diverso, più severo, meno tollerante dell’errore umano.
La costa di La Aldea non appare come un mistero irrisolvibile, ma come un esempio chiaro di come natura, memoria collettiva ed esperienza diretta possano intrecciarsi. I dati scientifici spiegano molto, ma non tutto.
Resta una sensazione condivisa, difficile da tradurre in numeri, che induce rispetto e cautela. Forse il vero mistero non è ciò che il mare nasconde, ma ciò che ricorda a chi lo affronta: che esistono ancora luoghi dove l’uomo non ha l’ultima parola.
Loris Scroffernecher
