Iniziamo l’anno parlando di soldi

Interessante argomento, vero?

Durante le feste ho ascoltato dagli acquirenti delle tradizionali leccornie natalizie solo lamentele che “todo está por las nubes”, cioè che tutto è carissimo, e del resto tutti noi abbiamo notato negli ultimi anni che i nostri soldi valgono sempre meno e che la quantità di alimenti e di beni di consumo che riusciamo a portare a casa spendendo i fatidici 100 euro diventa ogni anno più striminzita rispetto all’anno precedente.

Recentemente il governo spagnolo si è fatto grande vanto di avere aumentato lo SMI, o Salario Mínimo Interprofesional, e spesso sento lamentare dai sindacalisti italiani la scoperta dell’acqua calda che i salari nazionali sono più bassi della media europea, senza analizzarne i motivi e proponendo come unica spicciativa soluzione che “bisogna aumentarli”, ma senza spiegare – ovviamente! – come ciò dovrebbe essere reso possibile, magia a parte.

Il primo concetto che vorrei chiarire rispetto a questi discorsi dei politici e dei loro fiancheggiatori sindacali, che ormai di tutto si occupano tranne che di tutelare i lavoratori, è la cruciale differenza tra il valore nominale del denaro e il suo potere d’acquisto.

Dire che si percepiscono 1.000, o 100, o 2.000 o 500 o 10.000 euro al mese è irrilevante, così come mi pare ingenuo genuflettersi per qualche decina euro di aumento di stipendio: infatti non è la quantità nominale di euro del reddito mensile l’elemento determinante del benessere o della povertà del suo percettore, MA quello che si riesce a mettere nel carrello della spesa con quel reddito nominale, e questi sono due concetti molto ma molto diversi.

Il rincaro dei beni di consumo, il cui effetto speculare è la diminuzione del potere d’acquisto, cioè la sempre più scarsa quantità di quei beni che riusciamo a portare a casa spendendo una somma nominalmente invariata, è detto in breve “inflazione”.

Economisti molto più qualificati di me l’hanno analizzata in innumerevoli e lunghi trattati… io cercherò di spiegare divulgativamente il concetto con un esempio il più conciso possibile: immaginiamo una bilancia con due piatti in equilibrio tra loro, il primo dei quali contiene il totale dei beni di consumo in vendita in un dato Paese, o in un sistema economico, e il secondo la quantità totale di denaro in circolazione e spendibile per comprarli: in questa situazione ideale i prezzi sono stabili grazie all’equivalenza di valore tra i beni in vendita da una parte e il denaro circolante e disponibile per acquistarli dall’altra, cioè i due piatti della bilancia restano perfettamente allineati alla stessa altezza.

Supponiamo però che uno Stato o una Banca centrale decidano, per qualche motivo politico, o per una loro più o meno oscura strategia, di collocare sul secondo piatto – cioè di immettere nel sistema economico – un’ingente quantità aggiuntiva di denaro, che io definisco carta straccia perché non vi corrisponde un aumento della ricchezza reale, cioè una quantità aggiuntiva di nuovi prodotti in vendita che mantengano l’equilibrio tra l’offerta totale di beni (il primo piatto della bilancia) e il denaro complessivamente in circolazione (il secondo piatto); in questa situazione di azionamento delle rotative per procurarsi urgentemente liquidità da spendere, il piatto contenente il denaro diverrà repentinamente più pesante creando uno squilibrio causato dall’improvviso eccesso di moneta in circolazione; ma il meccanismo di riequilibrio tipico del sistema economico allora entrerà rapidamente in azione riducendo il valore del denaro, cioè il suo potere d’acquisto, per ridurre il peso del secondo piatto – quello contenente la moneta totale in circolazione – riallineandolo alla stessa altezza del primo contenente i beni di consumo acquistabili con quel denaro, la cui quantità totale invece è rimasta invariata.

Quest’inflazione, cioè la perdita di potere d’acquisto del denaro, ha due conseguenze secondarie entrambe molto spiacevoli: la prima è che con il tuo salario, o reddito da attività commerciale, comprerai una quantità sempre minore di beni di uso giornaliero, e la seconda ancora peggiore è che se nel corso degli anni avevi raggranellato coi tuoi sacrifici 20.000 euro per comprarti una modesta automobile nuova, o 150.000 euro per comprarti l’appartamento, ora non potrai più permettertelo perché l’aumento generalizzato dei prezzi, che ovviamente colpirà anche questi beni, avrà distrutto il potere d’acquisto non solo del tuo salario, ma anche dei tuoi sudatissimi risparmi.

Negli ultimi anni è successo proprio quello che ho appena descritto nell’esempio della bilancia: i governi e le Banche centrali – queste ultime teoricamente indipendenti, ma i cui governatori sono nominati dalla politica – hanno inondato i sistemi economici di quantità di denaro non proveniente dalla produzione ma solo dalle loro rotative, vuoi per tamponare il crollo dei redditi causato dall’inceppamento delle attività economiche durante il noto morbo del secolo, vuoi per finanziare nel modo più rapido e spicciativo le ingentissime spese necessarie per sostenere accanitamente una delle parti belligeranti in un conflitto tuttora in corso; il che inevitabilmente, per il meccanismo di riequilibrio tra l’aumento della massa monetaria in circolazione e i beni acquistabili con quei soldi in un dato sistema economico – la cui quantità invece è rimasta invariata o addirittura è diminuita – ha fatto rincarare i prezzi dei prodotti decurtando il potere d’acquisto del tuo denaro.

I governi e i politici che manovrano queste dinamiche, da quei vecchi volponi in perfetta malafede che sono, sguazzano nell’inflazione come maiali nel letame: infatti se l’inflazione danneggia i creditori, riducendo il valore reale delle somme nominali che incasseranno già inflazionate solo tra qualche tempo, per lo stesso motivo favorisce  i debitori, il cui massimo truffaldino esponente è proprio lo Stato, o meglio i politici che lo manovrano, perché il valore reale dei suoi debiti, pur restando nominalmente invariato, più passa il tempo e più è eroso dall’inflazione; la quale può essere odiata da te e me ma è amatissima dai furbi politicanti, ben consapevoli che la riduzione del valore reale del debito pubblico permette loro di spendere e spandere per favorire gli amici degli amici, a cui poi chiedere di ricambiare il favore in qualche modo… più personalizzato. Tutto ciò spesso si intreccia inestricabilmente con alcune altre cause di inflazione, che qui di seguito citerò brevemente:

* Aumento dei prezzi delle materie prime importate dall’estero, ad esempio il petrolio o il gas necessari per il riscaldamento invernale e per l’illuminazione delle abitazioni, per far lavorare le fabbriche e per trasportare i prodotti industriali o agricoli verso i mercati, perché inevitabilmente le aziende recuperano questi maggiori costi scaricandoli sui consumatori. Questa è l’inflazione importata, perché è causata da un rincaro nel mercato internazionale di prodotti indispensabili come il gas o il petrolio, che a volte per motivi politici si preferisce acquistare a prezzo maggiorato dal produttore X anziché dal produttore Y che ce lo venderebbe a minor costo.

* Conflitti sindacali causati dal tentativo di recuperare il potere d’acquisto perduto rivendicando aumenti (ma ripeto: alla fine della storia, sono aumenti solo nominali!) dei salari, però non compensati da corrispondenti incrementi della produttività; anche in questo caso le aziende scaricano sui consumatori il maggior costo rincarando i prodotti, ciò che genera ancora altra inflazione in una spirale che potrebbe anche sfuggire di mano e diventare quasi inarrestabile, come decenni fa succedeva in Italia con gli adeguamenti automatici della cosiddetta “scala mobile”, e più recentemente in Argentina.

* La pressione fiscale può essere un altro fattore d’inflazione, perché anche in questo caso l’aumento delle imposte viene scaricato sui consumatori. L’esempio classico è l’aumento dell’IVA, che come sappiamo è l’imposta pretesa dallo Stato quando compriamo un prodotto con soldi già abbondantemente tassati alla fonte.

* E tornando all’esempio della bilancia che facevo all’inizio, la Banca centrale di uno Stato o dell’Unione Europea, se per qualche motivo avessero bisogno impellente di procurarsi ingenti quantità di denaro come ricordavo più sopra, può essere tentata di barare, cioè di stampare e mettere in circolazione moneta/carta straccia, creando inflazione che distrugge i salari e i risparmi ma permette ai politici di spendere e spandere contraendo debiti che alla scadenza varranno sempre meno, e che comunque dovranno essere restituiti non dal loro governo ma da quello che vincerà le prossime elezioni.

Per concludere, invece di difendere il potere d’acquisto, che è il vero compito di un governo degno di questo nome, i politici prendono in giro i cittadini con stupidaggini acchiappavoti come l’aumento del salario minimo o degli stipendi dei dipendenti pubblici, o addirittura pagando redditi ad alcuni per il solo merito di esistere, i cui percettori grati e felici alle prossime elezioni voteranno quei partiti “benefattori”, senza rendersi conto che quegli “aumenti” saranno presto mangiati dall’inflazione distruggendo i risparmi di tutti, perché la carta straccia degli aumenti nominali, creata azionando le rotative di stampa, non produce nuova ricchezza col lavoro e con incrementi della produttività, cioè del valore economico prodotto in una giornata di lavoro, che tra l’altro è cosa diversa dal fare semplice atto di presenza come l’intendono alcuni.

I pagatissimi vertici sindacali che lamentano la modestia dei salari italiani rispetto alla media europea ignorano, o meglio fanno finta di non sapere, che nei Paesi dove i salari sono più alti è più alta anche la produttività grazie a una quantità di fattori deficitari in Italia e in Spagna, dalle competenze individuali all’organizzazione del sistema paese, cioè della cornice in cui quelle competenze devono essere messe a frutto.

Chiudo ribadendo ancora il concetto fondamentale della differenza fondamentale tra reddito nominale e reddito reale: se tu oggi guadagni 1.000 euro al mese, con cui compri una quantità “x” di prodotti, ma dopo qualche anno i 1.000 euro non ti bastano più per comprare quella stessa quantità, il tuo reddito nominale è rimasto invariato, ma il tuo reddito reale è diminuito; o se, peggio ancora, dopo qualche tempo il tuo stipendio aumenta a 1.200 euro, ma devi spenderli per comprare gli stessi prodotti che prima compravi con 1.000 euro, o addirittura una quantità minore, il tuo reddito nominale è aumentato, ma il tuo reddito reale è rimasto invariato o addirittura è diminuito, perché il tuo denaro ha perso potere d’acquisto... il resto è fuffa per i politici in malafede e per chi crede alle loro fandonie acchiappavoti.

Francesco D’Alessandro

 

 

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