Storia del vino canario

Le isole Canarie si convertirono per oltre tre secoli nelle “isole del vino”, modificando il loro territorio per il coltivo della vite e la produzione di vini di straordinaria qualità, che vennero apprezzati in tutto il mondo. Ma com’è nata la loro fama e come sono cadute nel dimenticatoio?

Con la riscoperta delle isole Canarie nel basso medioevo, il vino si convertì in uno strumento fondamentale sia come alimento base della dieta sia a scopo liturgico che di evangelizzazione nella conquista.

Nella metà del XIV secolo, il primo impianto di vite fu nella località di Telde nell’isola di Gran Canaria, sede nel 1351 del primo vescovato dell’arcipelago.

Presumibilmente il ceppo usato fu il “Fogoneu”, importato dai frati di Maiorca.

Nomi come Giovanni Boccaccio e Domenico Silvestri, pur non essendo mai stati nell’arcipelago, lo inclusero nelle loro opere servendosi dei racconti degli esploratori, nelle rispettive “De Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam noviter repertis “ e “ De insulis et earum propietatibus “, si accenna come i popoli delle isole non fossero a conoscenza di pietanze che formavano la dieta dei popoli del vecchio continente, come lo stesso vino.

“…quando entrarono nella nave, iniziarono a mangiare fichi e pane, che apprezzarono e non avevano mai provato, al contrario rifiutarono il vino, bevendo solo acqua” (De Canariensis et insulis …1341)

La conquista delle isole di Realengo: Gran Canaria (1483), La Palma (1493) e Tenerife (1496), diede inizio ad una trasformazione radicale del loro territorio, orientandolo al principale coltivo di esportazione: lo zucchero.

Questa coltivazione si sviluppò nelle coste, lasciando l’entroterra alla coltivazione della vigna e dei cereali. Grazie al punto strategico in cui si trovavano le isole e la loro predisposizione verso la viticoltura, si iniziarono ad aumentare le superfici vitate fino a giungere al XVI secolo in cui inizia l’epoca d’oro della Malvasia.

In questo periodo i vini più famosi dell’arcipelago erano il Vidueño, utilizzato principalmente per consumo intra-insulare e il Malvasia prodotto per l’esportazione.

Quest’ultimo era presente nelle corti di tutta Europa e nei principali porti dell’Atlantico.

Diversi scrittori e personaggi famosi, come William Shakespeare, Edgar Rice Burroughs, Casanova, etc… citarono nelle loro opere elogiandone le qualità.

Nonostante la corona avesse permesso l’esportazione del vino verso le colonie americane, il traffico commerciale sottostava alle regolazioni della casa di contrattazione di Siviglia.

Questa, vedendo come i vini canari stavano oscurando l’esportazione dei vini peninsulari, decise di porre limitazioni, portando i commercianti delle isole nella strada del contrabbando.

Queste regolamentazioni procurarono sussulti che si placarono con la pubblicazione del “Regolamento del commercio libero”.

Verso la metà del 1600 il Canary wine inizia il suo periodo di decadenza a causa di cambiamenti geopolitici che si ripercuotono sulle rotte commerciali e chiusure dei porti delle colonie americane.

Alcuni dei fatti più importanti furono:

  • Nel 1665 con la fondazione de la Canary Company, con l’obiettivo di acquistare a prezzi bassi i vini delle Canarie e ottenere il monopolio del commercio nell’arcipelago. L’iniziativa suscitò però la forte opposizione dei comuni e della Real Audiencia de Canarias, che rifiutarono la presenza inglese, espulsero gli agenti della compagnia e proibirono la vendita di vino ai britannici. I viticoltori, impossibilitati a commerciare, insorsero nella notte tra il 2 e il 3 luglio 1666, distruggendo le cantine: il vino invase le strade di Garachico nel celebre episodio del “derrame del vino”. La crisi si risolse poi per via diplomatica, portando all’abolizione della compagnia.
  • Nel 1675, con il Trattato di Methuen, Portogallo e Inghilterra stabilirono un accordo che favoriva l’esportazione dei vini portoghesi verso le colonie britanniche in cambio dell’importazione, da parte del Portogallo, di prodotti tessili inglesi.

Nonostante i recenti atti inglesi impedissero il commercio con i loro porti, la domanda del mercato non riusciva a essere soddisfatta, vennero così importati i vini canari con il formato di “falso madeira”, questi vini erano Vidueños che venivano fortificati con grappa per renderli simili ai madeira.

L’emigrazione verso l’America, insieme a diverse calamità — tra cui la distruzione del porto di Garachico a seguito dell’eruzione del vulcano Trevejos nel 1706 e altri episodi vulcanici a La Palma e Lanzarote — inflisse un duro colpo all’economia canaria.

La vite iniziò a scomparire come principale coltura d’esportazione: la diffusione dell’oidio e l’affermarsi di nuovi prodotti destinati al commercio, come la cocciniglia, il tabacco e la banana, finirono per sostituire i vigneti.

Nel XX secolo il vino divenne così un prodotto quasi esclusivamente per autoconsumo, fino a essere percepito come uno “straniero nella propria terra”.

È solo nel 1992, con il riconoscimento da parte dello Stato spagnolo della prima Denominazione di Origine (Tacoronte-Acentejo), che iniziano le ricerche volte a valorizzare e distinguere le varietà di vite locali, accompagnate da un importante rinnovamento tecnologico sia in ambito viticolo sia enologico.

Da questo momento prende avvio il processo di recupero e riscoperta dei preziosi vini canari.

Lucia Montalbano

 

 

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