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    La Fibrillazione Atriale

    Ho recentemente trattato lo scompenso cardiaco ed ho sottolineato come quest’ultimo sia la possibile conseguenza di uno stato ipertensivo diagnosticato tardivamente o non trattato in modo adeguato.

    Parliamo ora della Fibrillazione Atriale (FA), una problematica molto più frequente di quanto non si possa immaginare che, almeno in parte, è anch’essa correlabile allo stato ipertensivo.

    Si tratta di un’aritmia, talvolta misconosciuta, nella quale viene meno il ritmo regolare del cuore che normalmente è legato all’attività di un pacemaker naturale, il Nodo del seno, situato nella parte alta dell’atrio destro.

    Mancando l’attività di questo centro, quasi per una sorta di compenso, tutte le altre cellule degli atrii iniziano a generare impulsi elettrici che, numerosissimi, inducono una contrazione tetanica della parete atriale.

    La miriade di stimoli che vanno a sostituirsi al regolare ritmo generato dal nodo del seno, arrivano poi in un’altra specifica area definita Nodo atrio ventricolare che li riduce numericamente attraverso un’opera di filtraggio e li invia verso i ventricoli.

    Tali stimoli creeranno allora un ritmo ventricolare caotico, quindi irregolare, e la sua frequenza sarà funzione dell’efficienza di detto nodo a selezionare gli impulsi.

    Su tale capacità di filtraggio noi possiamo agire utilizzando alcuni farmaci che, adeguatamente dosati, assicurano una Frequenza Cardiaca Ventricolare Media (FVM) ad un valore idoneo al corretto funzionamento della pompa cardiaca (controllo emodinamico).

    Quando in un paziente viene per la prima volta diagnosticata una Fibrillazione Atriale, è necessario innanzitutto definire se si tratta di una forma cronica (FAC) o di una forma parossistica (FAP).


    La differenza tra queste due varianti è solo relativa alla persistenza o meno dell’aritmia: nella prima è stabilmente presente, nella seconda compare occasionalmente per cause legate ad una problematica cardiaca o, talvolta, extra cardiaca.

    Quando l’origine della fibrillazione atriale sia legata ad una problematica cardiaca, nella maggioranza dei casi, è riscontrabile la presenza di una significativa dilatazione dell’atrio sinistro all’ecocardiogramma. In tale circostanza l’aritmia sarà persistente o, almeno all’inizio, recidivante.L’aumento volumetrico dell’atrio sinistro compare di solito in relazione ad un’insufficienza della valvola mitralica che, disposta tra l’atrio ed il ventricolo sinistri, permetterà in fase di contrazione ventricolare (sistole) un anomalo reflusso di sangue verso l’atrio con un suo conseguente sovraccarico di volume.

    Causa dell’insufficienza valvolare può essere un danno nella struttura dei suoi lembi come avviene in alcune patologie infettive (malattia reumatica) o in relazione ad una malformazione congenita come nel prolasso; nel caso di uno scompenso cardiaco può essere determinata dalla dilatazione della sua base di impianto a seguito del cedimento strutturale del ventricolo sinistro; in alcune occasioni può essere la conseguenza di un infarto miocardico.

    In ogni caso, l’inadeguata chiusura di detta valvola nella fase di contrazione ventricolare può generare un reflusso di sangue di grado variabile con la progressiva dilatazione dell’atrio e la successiva comparsa di fibrillazione.

    In relazione allo stato ipertensivo, se volessimo semplificare il concetto potremmo descrivere la sequenza: ipertensione arteriosa, scompenso cardiaco, insufficienza mitralica, dilatazione dell’atrio sinistro, fibrillazione atriale.

    Naturalmente affinché tutto ciò si realizzi sarà necessario un tempo ipotizzabile in alcuni decenni, ma questo potrà variare in relazione alla gravità dell’ipertensione ed all’adeguatezza del trattamento praticato.

    Un aspetto della fibrillazione atriale da analizzare è il rischio trombo embolico.

    L’atrio sinistro nel corso di questa aritmia non si contrae adeguatamente perché, come sopra detto, è sottoposto ad una miriade di stimoli elettrici che ne determinano una sorta di spasmo tetanico paragonabile ad una sua completa immobilità.

    Il sangue che passa nel suo interno tenderà allora a creare vortici e questo favorirà la comparsa di formazioni trombotiche da cui potrebbero staccarsi piccoli frammenti (emboli) che, passando attraverso il ventricolo sinistro e l’aorta, potrebbero arrivare nei vasi cerebrali occludendoli e quindi determinando l’ictus che tutti noi conosciamo.

    È proprio per ridurre tale rischio che il paziente affetto da questa patologia viene sottoposto a terapia scoagulante.

    Tali complicanze tromboemboliche possono verificarsi più frequentemente nella FA cronica ma anche in quella parossistica se persistesse per un tempo sufficiente a determinare la formazione dei trombi; è più probabile la loro comparsa se l’aritmia durasse per un tempo superiore alle 2448 ore.

    Un altro dato clinico che è necessario valutare nella gestione della fibrillazione atriale è la frequenza cardiaca media (FCM), vale a dire il numero di battiti presenti in un minuto.

    Essendo questa un’aritmia, non è possibile valutare tale parametro in modo assoluto ma ne va verificato l’andamento medio.

    Se la FCM fosse elevata, si potrebbe generare un peggioramento della funzionalità cardiovascolare che potrebbe concretizzarsi in uno scompenso cardiaco acuto.

    In tal caso il paziente potrebbe presentare dispnea (affanno) talvolta da sforzo e nei casi più gravi anche a riposo e potrebbe essere presente riduzione della saturazione in ossigeno del sangue.

    Anche la frequenza cardiaca sarà un altro parametro da gestire farmacologicamente.

    In ultima analisi, anche la Fibrillazione Atriale così come lo scompenso cardiaco potrebbe essere una complicanza tardiva dello stato ipertensivo che, adeguatamente e precocemente trattato, potrebbe far ridurre drasticamente queste gravi complicanze.

    Ancora una volta c’è un valido motivo per tenere sotto controllo la pressione arteriosa misurandola occasionalmente quando non ci sia familiarità e quando i valori risultino nella norma; sarà necessario farlo più assiduamente quando dovessimo rilevare valori ai limiti alti o peggio quando fossero costantemente al di sopra dei valori consigliati.

    In quest’ultimo caso ricorrere al medico e seguire i suoi consigli dietetici e farmacologici sarà fondamentale per rimanere a lungo in una condizione di buona salute.

    dott. Mauro Marchetti

     

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