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    Elezioni 2023 in Spagna: l’importante è non soffrire il mal d’auto

    … o in alternativa essere ferrati sui Balli di gruppo.

    Sulla base di una consapevolezza certa che, a parte le clientele particolari dei singoli partiti, nessuno, assolutamente nessuno, vota con il benché minimo piacere e quasi nessuna convinzione, i dati che emergono dalle elezioni in Canaria, un poco differenti da quelli peninsulari, sono una buona fotografia della realtà.

    L’andamento della volontà degli elettori, ponendo che le manomissioni non abbiano lasciato un’impronta troppo pesante, è la psicografia di un formicaio pestato o il dondolio di un’auto che risale una montagna molto ripida facendo di ogni curva a sinistra l’anticamera di una destra, poi a sinistra, poi a destra, finché papà si ferma un attimo perché i bambini devono vomitare.

    Il grafico vale più di mille commenti.

    Una Spagna a pois, come la zebra di Mina.

    Unico dato importante la sparizione di fatto di Podemos frammentato in gruppuscoli di partiti minori di difficile interpretazione in chiave ideologica.

    Per il resto, il PSOE vince ma non troppo, il PP risale ma senza Coalición Canaria nelle isole e VOX nella penisola, non va da nessuna parte.


    Tuttavia, il PSOE non può minimamente pensare di governare senza scendere a patti con le destre che daranno battaglia per rendere trasparente e inefficace ogni possibile azione di un avversario il cui ruolo di alleato sarebbe, con ragione, un incesto impossibile.

    Pur senza grande entusiasmo devo dare ragione a Pedro Sanchez che con tutta fretta anticipa le elezioni di fine anno a Luglio.

    La sola regola chiara che emerge dal risultato delle urne è un chiaro quadro di ingovernabilità.

    Dissento tuttavia dalla lettura che rimandare agli elettori la decisione di chi deve tenere le redini del paese sia una prova di rispetto della democrazia.

    La verità dietro il jingle pubblicitario della stampa del mainstream è che Sanchez è il prodotto di decisioni prese molto al di fuori e molto lontano dalle stanze della democrazia, è un Renzi Maggiore, meno grottesco nella sensazione inmediata, forte di un sostegno più solido, ma pur sempre un prodotto in serie della nuova idea di potere.

    Un giovane figlio degli oligarchi di Davos che non ha nessuna intenzione di giocarsi la carriera permanendo al governo in una situazione in cui potrebbe scontentare i suoi padroni.

    Quello che davvero sta facendo è un richiamo d’emergenza alle forze che lo hanno creato e debbono ora mandargli rinforzi se vogliono che possa ubbidire con esito senza forzare in modo evidente i meccanismi di  una democrazia di facciata che deve a tutti i costi sembrare in buona salute per continuare a demolirla piano piano, senza clamore estremo.

    Lungi da me attribuire alle sole sinistre la sindrome di svuotamento di qualsivoglia contenuto ideologico concreto, il dato di fatto è che la chiamata alle urne con il rispetto della democrazia non ha assolutamente nulla a che vedere.

    Siamo dentro equilibri di forze fra diversi rappresentanti di un unico nuovo modello di potere.

    Ora entreranno in gioco le compagnie internazionali specializzate nell’orientamento inconsapevole del voto, ai politici destinati a perdere scopriranno un’amante minorenne e quelli destinati a vincere salveranno sei bambini e una vecchietta sulle strisce pedonali perché è così che ci spingono a credere di scegliere.

    Con una certa malinconia osservo che la verità, bella come sempre, espressa dai grafici, è un paese costellato di puntini rossi e azzurri, gomito gomito, come pecorelle dello stesso gregge,

    Racconta di elettori che in fondo in fondo lo sanno, come stanno le cose, non sanno più dove andare o a che santo votarsi, ma per un cambio vero, un cambio strutturale e dal basso, ancora non sono pronti.

    Claudia Maria Sini

     

     

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