Gorbaciov e la dissoluzione dell’Unione Sovietica – Prima Parte

Novembre 1989, Gorbaciov in visita in Italia, ricevuto da Andreotti Fonte: https://www.flickr.com/photos/palazzochigi/9350399677 https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/deed.it

Due mesi fa è morto a Mosca, a 91 anni, Mikhail Sergeevic Gorbaciov (è questa una delle traslitterazioni più frequenti e più semplici del suo nome originale nell’alfabeto cirillico). A chi ha meno di 30 anni il suo nome può suonare poco familiare, ma per quelli della mia generazione, che durante gran parte del secolo scorso vissero in prima persona la burrascosa guerra fredda – che più volte fu sul punto di diventare conflitto atomico – tra USA e URSS, Gorbaciov, primo e ultimo presidente eletto dell’Unione Sovietica, marcò la fine di un’epoca e l’inizio di una fase in cui, imploso il loro antagonista planetario, gli Stati Uniti rimasero per qualche tempo incontrastati padroni del pianeta. Per questo un politologo statunitense dell’epoca, di cognome Fukuyama, coniò l’espressione “Fine della Storia”; direi irriflessivamente perché, come stiamo dolorosamente constatando proprio in questi mesi, ovviamente la Storia prosegue il suo inesorabile corso. Ma andiamo per ordine, precisando innanzitutto per i più giovani cos’era l’URSS: era questa la sigla dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, cioè lo Stato comunista multinazionale emerso il 30 dicembre 1922 dalle ceneri dell’impero russo zarista e dalla guerra civile tra leninisti e controrivoluzionari.

Mikhail Gorbaciov nacque il 2 marzo 1931 da una famiglia di agricoltori nella campagna intorno alla città di Stavropol, nella Russia meridionale. Brillante negli studi e ammesso diciannovenne all’Università Statale di Mosca, nel 1955 si laureò in legge e nel 1967 in economia agraria. Durante la frequenza universitaria Mikhail ovviamente si iscrisse al Partito Comunista e conobbe l’amatissima compagna, Raisa Titarenko, morta molto prima di lui nel 1999. Nel 1970, nemmeno quarantenne, Gorbaciov entrò nel Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e nel 1978 ne divenne uno dei Segretari trasferendosi a Mosca, dove nel 1980 fu cooptato nella massima autorità del Partito e dello Stato: l’Ufficio Politico (detto in breve il Politburo) del Comitato Centrale del PCUS. A marzo del 1985 avvenne lo snodo cruciale: ad appena 54 anni la folgorante carriera di Mikhail Gorbaciov giunse al culmine con la nomina a Segretario Generale del Comitato Centrale, il massimo incarico politico nella gerarchia del Partito Comunista e del Paese. Quale URSS trovò Gorbaciov quando assunse il potere? E perché i colleghi del Politburo designarono proprio lui a guidare l’Unione Sovietica? Prima di rispondere a queste domande cerchiamo di inquadrare gli eventi nel loro contesto storico; ritornerò più avanti su questo concetto importantissimo e sulla frequente ingenuità (o furbizia opportunista, perché c’è anche quella…) di giudicare il passato trasponendovi i personaggi e gli eventi del presente, ad esempio sovrapponendo assurdamente Putin a Gorbaciov, Biden a Reagan e magari addirittura Zelensky a Dubček (per chi non lo rammenti ricorderò tra poco chi era), comprimendo in un superficiale e frettoloso appiattimento di prospettiva contesti diversissimi e quasi un quarantennio di storia densissimo di mutamenti. Ma approfondirò questo concetto quando tirerò le conclusioni nella seconda parte che sarà pubblicata il mese prossimo; ora riprendiamo la narrazione.

Dunque, quale URSS trovò Gorbaciov nel 1985? Il suo predecessore Leonid Brezhnev (ucraino fino al midollo e che sempre mantenne la parlata dell’Ucraina, così come di origine ucraina era Nikita Kruscev, alla guida dell’URSS dal 1953 al 1964) governò lo Stato sovietico per 18 anni, dal 1964 al 1982; a Brezhnev succedettero nel triennio successivo i due brevi interregni prima di Andropov e poi di Černenko, entrambi deceduti poco dopo avere assunto l’incarico. Sotto il “dinosauro” Brezhnev, nato nel 1906 quando ancora regnava l’ultimo Zar Nicola II, la “guerra fredda” con gli USA raggiunse l’apice con l’enunciazione, il 12 novembre 1968, della cosiddetta “dottrina Brezhnev”, ossia la teorizzazione del diritto dell’URSS di intervenire politicamente e militarmente negli affari interni dei Paesi del Patto di Varsavia, come era denominata l’alleanza politico-militare dei Paesi comunisti che si opponeva alla NATO. Pochi mesi prima in quello stesso 1968 la “dottrina Brezhnev” era già stata sperimentata con l’invasione della Cecoslovacchia e la repressione, prima militare e poi politica, della liberalizzazione tentata dal Segretario del Partito comunista ceco Alexander Dubček. In questo quadro di rinnovato espansionismo dell’URSS si inseriscono anche l’invasione dell’Afghanistan (ne ho parlato in dettaglio in due puntate nei numeri di giugno e luglio 2021 di questo giornale) e il rafforzamento dell’influenza sovietica in Medio OrienteAsia e Africa. Ritenendo gli Stati Uniti in declino dopo la cocente sconfitta in Vietnam e l’uscita di scena del presidente Nixon, costretto alle dimissioni dalla vicenda del Watergate, nel 1976 Brezhnev decise di premere sull’acceleratore anche in Europa, puntando contro i Paesi europei della NATO i missili nucleari SS20 installati nelle basi sovietiche nei Paesi satelliti del Patto di Varsavia. Ronald Reagan, eletto nel 1981 presidente degli Stati Uniti, mise fine alla politica della distensione cara ai suoi predecessori Richard NixonGerald Ford e Jimmy Carter, ritenendola vantaggiosa solo per i sovietici, e rispose ai missili SS20 puntando contro l’URSS da alcuni Paesi europei della NATO, tra cui l’Italia, i cosiddetti “euromissili” Cruise e Pershing II. Questo era il quadro internazionale che nel 1985 Gorbaciov si trovò di fronte quando, alla morte di Konstantin Černenko, fu designato dal Politburo a guidare l’Unione Sovietica.

Ora torniamo alla seconda domanda che mi ponevo poco fa: perché in quel momento storico i membri del Politburo designarono proprio Gorbaciov a guidare l’Unione Sovietica? Si possono fare solo delle ragionevoli supposizioni, ma prima di dare la mia interpretazione vorrei raccontare un’esperienza personale, che può aiutare a comprendere il contesto in cui respirava e si muoveva allora la gente della strada in URSS. Nella seconda metà degli anni ’80, quando Gorbaciov era già Segretario del PCUS e si stavano attivando gli inesorabili meccanismi che portarono alla dissoluzione dell’URSS, in due estati consecutive mi recai in Unione Sovietica, la prima volta via terra attraversando altri Paesi satelliti dell’URSS tra cui Ungheria e Polonia (passai anche da Kiev, ma non la cito fra gli “altri Paesi” essendo allora l’Ucraina parte integrante dell’Unione Sovietica) e poi in aereo da Mosca nella Repubblica sovietica asiatica dell’Uzbekistan; nella seconda invece volai direttamente a Mosca e poi a Leningrado (la “Città di Lenin”), da qualche anno tornata all’antico nome di San Pietroburgo sul Golfo di Finlandia, a mio parere la città architettonicamente più bella del mondo (ma ci sono stato d’estate, probabilmente d’inverno l’atmosfera è meno gradevole). Erano viaggi organizzati, essendo allora vietati i viaggi individuali, e si poteva andare in giro solo in gregge accompagnati dal cane da guardia, cioè dalla guida ufficiale sovietica, nel nostro caso una signora di etnia russa che parlava un ottimo italiano pur senza essere mai (ovviamente) stata in Italia. Ogni tanto però, quando non erano in programma le visite guidate, riuscii ad evadere dall’albergo per gironzolare per i fatti miei, cosa che non sfuggì alla guida / cane da guardia (insospettita anche dalla mia capacità di leggere l’alfabeto russo e di pronunciare qualche frase in quella lingua, che ingenuamente le avevo mostrato), che sicuramente mi segnalò a chi di dovere, perché mi accorsi di essere costantemente pedinato da un tale, che suppongo doveva accertare se mi incontrassi con qualche oppositore del regime. Nel secondo viaggio, alla partenza dall’aeroporto di Mosca per l’Italia, ebbi anche l’onore di una perquisizione personalizzata alla ricerca di chissà cosa… l’unica ipotesi che mi viene in mente è che secondo loro portassi qualche messaggio di qualche dissidente (ricordiamo che a quel tempo delle odierne app di messaggeria istantanea planetaria non esisteva nemmeno il concetto). Tutti, dai direttori dei negozi per stranieri ai cambiavalute clandestini nei sottopassaggi, cercavano spasmodicamente dollari, dollari, dollari; teoricamente si potevano ottenere rubli solo al cambio ufficiale, mostruosamente gonfiato e svantaggiosissimo per gli stranieri, ma ovunque era fiorentissimo il cambio illegale, molto più conveniente per noi. Erano ambitissimi dalla popolazione gli oggettini più insignificanti purché avessero un aspetto “occidentale”, ad esempio la borsettina di plastica azzurra con il nome e i recapiti dell’agenzia viaggi che avevo ricevuto per tenerci i biglietti e i documenti, e che su sua richiesta regalai a una simpatica ragazza moscovita, che per così dire mi agganciò in una libreria proponendomi senza tanti preamboli di farmi da guida amichevole, contatto di prima mano con la realtà locale che accettai con piacere… pur senza dimenticare che anche lei poteva essere una spia della polizia… ma a tutt’oggi non credo che fosse il suo caso. Nel primo viaggio, quando ripartimmo dalla capitale uzbeka Tashkent per Mosca, la guida – un’altra ragazza di etnia russa che parlava un eccellente italiano – sbuffò di sollievo e ci annunciò: “Finalmente torniamo alla civiltà in Europa!” Alla faccia dell’internazionalismo proletario… questa era l’atmosfera: alate chiacchiere “socialisticamente corrette”, che come i noti residui di materia organica galleggiavano su un pervasivo, deprimente e maleodorante lago di ipocrisia.

Francobollo di propaganda in cui si legge a sinistra la frase “La Perestroyka è l’erede [della Rivoluzione] di Ottobre” e a destra le altre tre “parole chiave” di Gorbaciov: Uskoreniye (Accelerazione), Demokratisatsya (Democratizzazione) e Glasnost (Trasparenza)
Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:The_Soviet_Union_1988_CPA_5941_stamp_(Perestroika_(reformation)._Workers_and_slogans_Speeding_Up,_Democratization._and_Glasnost_against_Kremlin_Palace._Cruiser_Aurora_and_revolutionary_soldiers).png

Narrati questi aneddoti, che ho citato per dare un’idea dell’umore profondo della popolazione, posso esprimere la mia personale interpretazione del perché il Politburo designò proprio il cinquantaquattrenne Gorbaciov – un’eccezione alla solita gerontocrazia sovietica – alla massima carica dell’Unione: il comunismo duro e puro era diventato insostenibile; l’economia annaspava; nemmeno militarmente l’URSS riusciva più a tenere il passo della dura competizione instaurata da Reagan; mantenere in riga i popoli riottosi dei Paesi satelliti del Patto di Varsavia diventava sempre più difficile; particolarmente insofferente era la popolazione della Repubblica Democratica Tedesca o Deutsche Demokratische Republik o DDR (nota in breve come Germania Est), che anelava alla riunificazione con la Bundesrepublik (la Repubblica Federale tedesca dell’occidente), i cui successi economici e benessere prorompevano quotidianamente e clamorosamente dagli schermi televisivi e dagli apparecchi radio nelle case dei cittadini della DDR nella loro stessa lingua; il muro di Berlino costruito nel 1961 dal governo della DDR per bloccare l’esodo in massa verso occidente dei suoi cittadini era violato da uno continuo stillicidio di fuggiaschi che ricorrevano ai più ingegnosi stratagemmi per attraversarlo, e qualcuno ogni tanto ci lasciava la pelle. C’era dunque bisogno di qualcuno che si caricasse sulle spalle il fardello di un cambiamento (quale fosse poi esattamente questo cambiamento non era chiaro a nessuno, ma l’esigenza era comunque avvertita come pressante), e Gorbaciov, giovane e idealista, probabilmente sembrò ai colleghi la persona adatta a realizzare la virata… o a perire nel tentativo. Ricordo per inciso che in quegli anni prestava servizio nella Germania Est satellite dell’URSS un tenente colonnello del KGB (il servizio segreto sovietico), di nome Vladimir Putin, che incontreremo più tardi in questa narrazione.

Dunque Gorbaciov si mise rapidamente all’opera, che del resto non avrebbe potuto nemmeno iniziare senza l’assenso almeno tacito del “compagni” del Politburo. L’anno seguente (1986), durante il 27° Congresso del Partito comunista, Gorbaciov annunciò il suo programma riassunto in quattro parole d’ordine: la celeberrima Perestroyka, la poco meno famosa Glasnost e le quasi dimenticate Demokratisatsiya e Uskoreniye. Queste parole chiave volevano sintetizzare i concetti portanti delle sue riforme: la Perestroyka (Ristrutturazione) auspicava la modernizzazione dell’economia e della finanza, l’introduzione della proprietà privata e il ridimensionamento del ruolo dello Stato. La Glasnost, generalmente tradotta in italiano “Trasparenza”, significava non nascondere più sotto il tappeto i problemi irrisolti della società sovietica, bensì ammetterli per poterli analizzare e correggere. Di Demokratisatsiya non ho bisogno di spiegare il significato; infine Uskoreniye (Accelerazione) alludeva all’incremento ed alla razionalizzazione della produzione per raggiungere e poi superare economicamente l’occidente. Nella Conferenza del Partito indetta a giugno 1988 Gorbaciov impresse un altro colpo di acceleratore alle sue riforme, proponendo che non fosse più il segretario del PCUS a guidare l’URSS, bensì un presidente eletto da un Congresso scelto dal popolo; e meno di due anni dopo, il 15 marzo 1990, il Congresso dei rappresentanti del popolo dell’URSS (il primo parlamento dell’Unione Sovietica scelto con voto popolare segreto) elesse presidente Mikhail Gorbaciov. Gorbaciov fu anche molto attivo in politica estera: per brevità qui ricorderò solo la firma assieme al presidente statunitense Ronald Reagan, l’8 dicembre 1987, del trattato sugli armamenti nucleari a medio raggio, che nel 1990 gli valse il Premio Nobel per la pace… riconoscimento oggi screditato per essere stato concesso con leggerezza in anni recenti a personaggi che con la pace avevano poca familiarità… addirittura si è saputo all’inizio di ottobre che il parlamento europeo (proprio non ce la faccio a mettergli le maiuscole..!) voleva candidare al premio per la pace di quest’anno Volodymyr Zelensky, protagonista da tempo di truculente dichiarazioni quotidiane che definire ferocemente belliciste è riduttivo; ma ripeto, guardiamoci dall’errore di giudicare il passato col metro degli eventi odierni: ci sono stati tempi meno farseschi della squallida dittatura socialmediatica che da qualche anno manovra il mondo, alla quale fatalmente nemmeno il Premio Nobel sfugge. Per la cronaca, il Nobel per la pace del 2022 è stato comunque assegnato dall’accademia svedese ad altri personaggi legati in qualche modo al conflitto russo-ucraino e ovviamente “politicamente conformi”.

Nella seconda metà degli anni ’80 cominciavano ad emergere nell’URSS le conseguenze dell’allentamento della ferrea morsa della “dottrina Brezhnev” sui Paesi satelliti e del controllo del Partito Comunista all’interno: sfilacciatasi progressivamente la camicia di forza unificatrice del comunismo, molte Repubbliche sovietiche, a cominciare da quelle baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), si agitavano reclamando l’indipendenza; e la notte 9 novembre 1989, dopo l’annuncio del segretario del Partito Comunista della Germania Est, Egon Krenz, che ai suoi cittadini sarebbe stato permesso attraversare liberamente il confine con la Germania Ovest, migliaia di berlinesi dell’Est e dell’Ovest si affollarono sotto il Muro armati di martelli, scalpelli e altri attrezzi per iniziarne direttamente la demolizione. Poco meno di un anno dopo, il 3 ottobre 1990, furono firmati i documenti che sancivano l’unificazione delle due Germanie.

Nel numero di dicembre concluderò la narrazione dell’implosione dell’Unione Sovietica ed esprimerò qualche considerazione sulla figura di Gorbaciov, ancora oggi ritenuto da alcuni russi il colpevole della dissoluzione dello Stato che per tanti decenni fu la seconda potenza mondiale e l’antagonista planetario indiscusso degli Stati Uniti. Chiudo questa prima rievocazione osservando che nulla avvenne come Gorbaciov aveva immaginato… né poteva essere diversamente, perché il comunismo non è riformabile: o nonostante gli insuccessi resta fedele ai propri dogmi ideologici puntellandosi con l’autoritarismo (anche spietato se necessario), o privato di questa stampella non regge al confronto con la realtà e implode… è solo una brumosa e irraggiungibile “isola che non c’è” la “terza via” teorizzata 40 anni fa in circonvoluti discorsi da Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito Comunista Italiano (e per la cronaca padre di Bianca, l’odierna nota conduttrice televisiva della RAI).


Francesco D’Alessandro