Cina… e dintorni

Cari amici, qualche settimana fa mi imbattei per caso in Facebook in un filmato dell’economista spagnolo Juan Ramón Rallo.

Dopo avere ascoltato un paio delle sue analisi sono diventato un suo assiduo seguace, per tre motivi: prima di tutto mi interessano gli argomenti; poi Rallo ha il raro dono della chiarezza espositiva; e infine l’economista spiega le sue tesi in uno spagnolo molto nitido, che per uno straniero come me è anche un’utile lezione di lingua.

Se vi interessa potete cercarlo in Facebook per ascoltare le sue interessanti analisi (durano da 10 a 15 minuti), tra cui quella del 15 luglio sull’argomento di cui vi parlerò oggi, che Rallo a sua volta – come lui stesso riferisce nel filmato – ha appreso dal quotidiano finanziario britannico Financial Times.

Ma prima di parlarvi dell’inquietante uso che le autorità cinesi hanno fatto di una app, inizialmente imposta ai cittadini per tracciare i contagi da covid, è necessario ricordare un altro argomento non trattato da Rallo in quel filmato, probabilmente per non allungare troppo il discorso: da tempo in Cina cova sotto la cenere una crisi finanziaria del settore immobiliare, cioè di società edilizie che per i recenti stravolgimenti che tutti conosciamo non riescono a realizzare gli immobili per i quali – come si usa in Cina – hanno già incassato dagli aspiranti acquirenti consistenti anticipi.

Nonostante i tentativi del governo di metterci una pezza prima o poi il bubbone esploderà con conseguenze a valanga imprevedibili, ma questo è un altro discorso; quello che a noi qui interessa è che la crisi degli immobiliaristi cinesi inevitabilmente si ripercuote sul sistema bancario, di cui essi diventano debitori insolventi.

Nel filmato Rallo ricorda che la strategia di contrasto alla “pandemia” perseguita dal governo cinese si basa sul dogma del presidente Xi Jinping (a mio parere illogico, ma anche questo è un altro discorso) del cosiddetto “zero covid”, ossia nell’isolamento spietato di chiunque risulti “contagiato”, anche se asintomatico, e che a questo fine ogni cittadino è obbligato a inserire nel proprio cellulare una app che con un sistema di colori a semaforo determina il suo status sanitario, e di conseguenza il suo grado di presunta “pericolosità sociale”: il colore verde indica che non si possono “contagiare” altre persone e che quindi si può circolare liberamente ed entrare in negozi o uffici; se il colore è giallo bisogna osservare una quarantena di 7 giorni, perché “si potrebbe” (spiegherò tra poco il motivo dell’uso del condizionale) essere stati contagiati; e se il colore è rosso si è automaticamente considerati “infetti” e si deve osservare una rigida quarantena di due settimane.

Prima di entrare in qualsiasi negozio o ufficio dunque bisogna obbligatoriamente mostrare all’ingresso il colore del proprio codice QR; se il colore è giallo o rosso non si entra e si deve iniziare immediatamente la quarantena.

Ma chi e come decide il colore che compare nel codice QR, e quindi la presunta “pericolosità sociale” degli individui…?


Logicamente potremmo supporre che il colore dipenda dall’esito di un recente test, o da una passata accertata positività, per cui si potrebbe ancora infettare qualcuno… e in effetti questi elementi influiscono sull’attribuzione di un colore anziché di un altro, ma non sono questi il fattore principale, che è invece un algoritmo del cosiddetto “big data” (espressione che sintetizza una quantità di dati informativi provenienti da una congerie di fonti), che calcola la “probabilità” che la persona sotto indagine possa essere un focolaio di contagio, ad esempio per essersi trovata in una certa data in una certa area con un alto numero di contagiati: la app calcola in base a tutti i fattori da essa ritenuti rilevanti la probabilità di questa persona di essere “infetta”, anche senza essersi sottoposta ad alcun test, e può repentinamente e senza motivo apparente cambiare il colore del suo codice QR da verde a giallo o rosso.

Ad esempio, l’acquisto di un farmaco contro il mal di testa o il raffreddore o il mal di gola si inserisce nei “fattori della probabilità” che tu sia contagiato, e dunque contagioso e socialmente pericoloso, e cambiando improvvisamente il colore del tuo codice QR si allertano gli altri cittadini del “pericolo sociale” che tu rappresenti… e di conseguenza, se le forze dell’ordine apprendono il cambiamento, hanno il potere di segregarti in casa se non lo fai spontaneamente… ed è qui che le due circostanze appena citate – la crisi bancaria e il passaporto covid – orribilmente convergono e si saldano.

Lo scorso aprile quattro istituti bancari della provincia di Henan si trovarono in gravi difficoltà finanziarie.

La voce si sparse tra i depositanti, molti dei quali corsero a prelevare i propri fondi aggravando ulteriormente la crisi di liquidità delle quattro banche, che in preda al panico congelarono i depositi, provvedimento che a sua volta sfociò in proteste dei depositanti davanti alle sedi degli istituti.

Le manifestazioni non erano rivolte solo contro le banche, ma anche contro il governo in quanto garante dei depositi, che sentendosi chiamato direttamente in causa ritenne di intervenire ordinando alla polizia di ripristinare l’ordine.

Ne seguirono scontri di piazza tra manifestanti e polizia, che trovandosi a un certo punto in inferiorità numerica, per stroncare le proteste ricorse alla “soluzione” ritenuta più semplice: manipolare lo status sanitario di circa 1.300 persone, cambiando arbitrariamente da verde a rosso il codice QR dei loro passaporti covid, per segregarle in casa accusandole falsamente di essere “socialmente pericolose” perché “infette”.

Sottolineo ancora che le variazioni di colore dello status sanitario dipendono dal big data, cioè rappresentano una sintesi algoritmica di una varietà di fattori, calcolata dalla app senza esplicitare il motivo specifico del cambiamento, il quale diventa così insindacabile e inappellabile.

Ed ecco quindi che una app nata come dispositivo di tracciamento sanitario (giustificato o meno, ma anche questo è un altro discorso…) è stata trasformata dalle autorità cinesi in uno strumento di controllo sociale e di limitazione della libertà personale, usato abusivamente ma insindacabilmente per scopi che con la sanità pubblica non hanno nulla a che fare, ossia per reprimere il legittimo desiderio dei depositanti di riavere il loro denaro.

Chi volesse saperne di più su quest’evento incredibile eppure autentico (ma del resto… quanti eventi prima ritenuti impossibili si sono invece realizzati molto più vicino a noi nell’ultimo paio d’anni…?), potrà digitare in un motore di ricerca ad esempio le tre parole chiave “Henan, banks, covid”, come ho fatto io, o le altre parole allusive che gli sembreranno più opportune.

La morale di quest’inquietante fatto di cronaca è evidente: i dispositivi sanitari in mano a governi autoritari possono trasformarsi in strumenti di controllo sociale insindacabile, oppressivo e arbitrario.

E non solo in mano a governi apertamente autoritari! perché mutatis mutandis anche nelle “democratiche” Europa e Italia sono stati fatti esperimenti (del resto purtroppo perfettamente riusciti per l’acquiescenza delle popolazioni…) di imitazione del “modello cinese”, condizionando ad esempio l’ingresso nel posto di lavoro, o addirittura la sua conservazione, al possesso di un analogo passaporto sanitario, il cui presupposto – ossia l’impossibilità dei possessori di ricevere e trasmettere un virus – si è dimostrato nei fatti, nonostante l’imperturbabile celeberrima asserzione del massimo esponente del governo italiano, una colossale sciocchezza.

Ho citato solo quest’esempio macroscopico, ma potrei citarne molti altri, che del resto con un modesto esercizio di memoria tutti possiamo agevolmente ricordare.

Se questi tentativi di imitazione siano da considerarsi conclusi (ma ricordo che un mio familiare in Italia è tuttora sospeso dal lavoro senza stipendio, teoricamente finora sino al 31 dicembre), o siano stati solo degli esperimenti – purtroppo come dicevo perfettamente riusciti – in vista di altre attuazioni più rigorosamente aderenti al “modello cinese”, lo sapremo solo nel prossimo inverno… o magari in quello successivo se nei prossimi mesi freddi il protrarsi del conflitto nel cuore dell’Europa, e le conseguenti gravi difficoltà esistenziali delle popolazioni, consiglieranno ai manovratori di non caricare contemporaneamente di due gravosi pesi la già difficile esistenza dei loro “amministrati”, la cui catalessi per quanto profonda potrebbe essere pericolosamente scossa da troppe pressioni combinate e intollerabili.

Francesco D’Alessandro