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    Lavoratori autonomi: cosa cambierà con la riforma del RETA

    Il Ministerio de Inclusión y Seguridad Social ha presentato un progetto di legge per modificare l’attuale sistema contributivo dei lavoratori autonomi.

    Uno degli obbiettivi dichiarati della riforma è quello di introdurre progressivamente un sistema di riscossione che, sul breve-medio periodo, consenta l’accesso a maggiori prestazioni previdenziali e, sul lungo periodo, consenta di sostenere le future pensioni di questa categoria di lavoratori.

    Per meglio comprendere in cosa consiste il cambio proposto dal Ministro Escrivá, vediamo brevemente come funziona il sistema in vigore.

    Tutti i lavoratori autonomi devono contribuire mensilmente al sistema di previdenza sociale, la denominata Seguridad Social, versando una determinata quota.

    Detta quota è destinata a coprire, tra le altre cose, i costi per l’assistenza sanitaria pubblica, le prestazioni economiche erogate al lavoratore in caso di malattia, infortunio o congedo per maternità/paternità, nonché a garantire la pensione di vecchiaia.

    Attualmente si calcola in funzione di una base contributiva (si tratta di una retribuzione mensile di riferimento puramente teorica) scelta liberamente dal lavoratore autonomo tra quelle annualmente approvate con il bilancio generale dello Stato.

    Per avere un’idea più concreta di cosa stiamo parlando, la base contributiva minima (944,40 euro) implica un canone mensile di 283,30 euro, mentre la base massima (4.070,10 euro) implica un canone mensile di 1.221,03 euro.

    Si stima che circa l’85% dei lavoratori autonomi persone fisiche, a prescindere dal reddito dichiarato, versi il suo contributo alla Seguridad Social in funzione della base minima durante quasi tutta la sua vita lavorativa.


    Questa percentuale corrisponde a poco più di 2 milioni di contribuenti.

    Questa scelta si ripercuote principalmente ed inevitabilmente sul sistema pensionistico di questi lavoratori: secondo i più recenti dati del Ministerio de Trabajo (dicembre 2021) l’86% degli attuali autonomi pensionati percepisce meno di 960 euro mensili e, all’interno di questo gruppo, circa un 35% addirittura meno di 650 euro mensili.

    Si tratta evidentemente di cifre che non consentono il sostentamento dell’interessato e che spesso, ove possibile, devono essere integrate con altre prestazioni complementari erogate dallo Stato.

    Nel tentativo di offrire un sistema più aderente alla capacità economica dei diretti interessati, il Governo ha  deciso di vincolarlo al rendimento netto, o reddito reale che dir si voglia, con quote che oscillano tra 184 e 1.267 euro al mese.

    La seguente tabella illustra il cambiamento progressivo delle quote sino al 2031, anno che sancirebbe il passaggio definitivo al nuovo modello.

    Anche per quanto riguarda la “tarifa Plana”, ovvero la quota agevolata studiata per aiutare i lavoratori autonomi nei primi due anni di attività indipendentemente dal reddito generato, è previsto un cambio radicale.

    Il Governo propone di aumentare il forfait iniziale a 70 euro mensili ed escludere i lavoratori autonomi con rendimenti netti superiori a 1.126 euro al mese.

    Associazioni come UPTA (Unión de Profesionales y Trabajadores Autónomos) e UATAE (Unión de Asociaciones de Trabajadores Autónomos y Emprendedores) sembrano nel complesso favorevoli alla riforma, mentre l’ATA (Federación Nacional de Asociaciones de Trabajadores Autónomos) ha espresso attraverso il suo presidente, Lorenzo Amor, tutto il suo disappunto definendo il sistema in questione ancora più iniquo del precedente e accusando il Governo di affanno esattoriale.

    Il più grande ostacolo, ma non l’unico, nella trattativa tra Governo e parti sociali è, secondo l’ATA proprio il concetto di reddito reale sul quale si fonda l’intera riforma: applicare un sistema basato nella differenza tra ricavi e spese laddove ad alcuni è permesso di detrarre ingenti somme mentre ad altri poco o niente, è il trampolino di lancio per la rovina del settore.

    L’ATA evidenzia che in questo sistema “un lavoratore autonomo che fattura 2.300 euro al mese e non ha spese (o non può detrarle) pagherebbe nel 2031, il doppio del contributo attuale; oppure un giornalista freelance con un fatturato di 3.000 euro pagherebbe il triplo in tre anni.”

    In termini generali questo significa che “a più della metà dei lavoratori autonomi aumenterà il proprio contributo del 40% nei prossimi due anni, mentre l’altra metà lo ridurrà solo del 5%”.

    L’ATA insomma denuncia un incremento contributivo ingiustificato che non solo non risolve il problema pensionistico e assistenziale, ma aggiunge ulteriore pressione alle carenze strutturali proprie del lavoro autonomo (come ad es. ferie non pagate, nessun indennizzo in caso di chiusura o di morosità) e alla crescita generalizzata del costo del lavoro negli ultimi due anni come conseguenza della pandemia.

    Avv. Elena Oldani

    Fonti:

    www.mites.gob.es

    www.ata.es

     

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