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    Torna l’inflazione – 2a parte

    Questa seconda puntata sul ritorno di fiamma dell’inflazione e delle sue cause e conseguenze avrebbe dovuto essere quella conclusiva, ma arrivato ad un certo punto mi sono accorto che avrei dovuto dilungarmi molto perché l’argomento, vastissimo e di estremo interesse perché incide direttamente sulle nostre vite, mi avrebbe preso più dello spazio disponibile, quindi proseguiremo il discorso anche il mese prossimo.

    (Guarda qui la prima parte)

    Nel numero di novembre avevo chiuso la prima parte ricordando il meccanismo della “scala mobile” introdotto dal governo d’accordo con i sindacati, teoricamente finalizzato a salvaguardare i redditi da lavoro (ma non i risparmi, come commentavo in quell’articolo) dalla devastante erosione dell’inflazione, che tra gli anni 1970 e ’80 si manteneva intorno al 20% ANNUO, con punte del 25%.

    Qualcuno dei lettori se lo ricorderà… io me lo ricordo perfettamente!

    Per applicare il meccanismo il governo calcolava, in base ai rincari di un paniere prefissato di beni e servizi, i cosiddetti “punti di contingenza” che ogni trimestre facevano scattare aumenti automatici della busta paga. Senonché… l’apparente meccanismo di difesa dall’inflazione inevitabilmente si trasformò nel suo opposto, alimentando il mostro invece di frenarlo.

    Infatti il calcolo dei “punti di contingenza” si basava sul rincaro dei prezzi, ma trascurava l’altro pilastro essenziale che giustifica l’aumento dei salari: la produttività, perché evidentemente non si può guadagnare più del valore netto (cioè dedotte le spese necessarie per la produzione) di quello che si produce.

    Mi è rimasta impressa la celeberrima quanto desolante sciocchezza sostenuta dall’allora segretario del sindacato CISL Pierre Carniti, secondo cui “il salario è una variabile indipendente”, ossia detto in parole semplici che lo stipendio di un lavoratore è completamente scorrelato dal valore di quello che egli produce o contribuisce a produrre; per cui, spingendo al limite il “ragionamento”, si potrebbe percepire uno stipendio anche senza produrre nulla e stando a casa a trastullarsi con giochini online, che è poi a ben guardare il concetto del “reddito di cittadinanza”, che alcuni malpensanti, tra cui chi scrive, ritengono un ottimo amo per procacciarsi i voti dei pesciolini più furbi, o che si credono tali.


    Lo smentì inesorabilmente in una famosa intervista del 1978 Luciano Lama, all’epoca segretario dell’altro sindacato CGIL: “Un sistema economico non sopporta variabili indipendenti.

    I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.

    I lavoratori e il loro sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto in questi anni che il salario è una variabile indipendente.

    Ebbene, dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra.” 

    Infatti lo scatto automatico della scala mobile gonfiava la quantità di denaro in circolazione, ma mancando una corrispondente crescita della ricchezza prodotta, l’adeguamento nominale generava a sua volta inflazione; diverso sarebbe stato il caso in cui l’aumento dei salari – ipoteticamente perfino superiore all’inflazione – fosse stato invece una redistribuzione tra i lavoratori del valore monetario di aumenti della produttività… in questo caso anzi il maggior salario avrebbe aumentato il potere d’acquisto REALE dei lavoratori!

    Ed è proprio per questo che in altri Paesi i salari sono più alti… ma non era questo il caso della bassa produttività italiana.

    Anche in Spagna, del resto, alcuni politici odierni sono convinti – o forse fanno finta di esserlo – che per fare stare magicamente meglio la gente basti aumentare lo stipendio nominale, e ignorano – o forse fanno finta di ignorare – che quell’aumento nominale senza aumento della produttività, e quindi della ricchezza prodotta, sarà presto mangiato dall’inflazione, con danno per tutto il sistema economico.

    Per approfondire questi concetti rimando all’articolo sull’inflazione pubblicato da questo giornale a pagina 16 del numero di luglio 2018… e concludiamo l’argomento della scala mobile ricordandone prima il ridimensionamento nel 1984, con il taglio di 3 punti percentuali decretato dal governo del socialista Craxi (contro il quale il PCI di Berlinguer promosse nel 1985 un referendum abrogativo, però bocciato dal voto popolare), e poi definitivamente abolita nel 1992 da un accordo tra il governo dell’altro socialista Giuliano Amato e le parti sociali.

    Ma torniamo a oggi.

    Ricordavo il mese scorso lo spaventoso rincaro di alcuni servizi indispensabili come l’energia elettrica, che per attenuare almeno in parte la mazzata sta costringendo noi residenti in Spagna (ma un meccanismo orario del genere esiste anche in Italia, anche se con diversi criteri) a rinviare il più possibile il bucato al fine settimana, e negli altri giorni a continue occhiate all’orologio per capire se già si può o no accendere questo o quell’elettrodomestico.

    Quali sono le cause?

    Una è il rincaro delle materie prime, di cui la Cina, uscita prima dell’Occidente dalla fase acuta (o presunta tale) della “pandemia”, ha fatto incetta a prezzi bassi quando le economie occidentali erano ancora completamente ferme; quando più tardi queste ultime hanno cercato faticosamente di rimettersi in moto si sono trovate di fronte a una penuria (e quindi a prezzi più alti), aggravata dall’impennata dei noli dei container, la geniale “scatola magica” dei trasporti di merci che dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso ha rivoluzionato il commercio mondiale.

    E perché quest’altro rincaro?

    Anche qui la causa diretta è stata la “pandemia”, che all’inizio del 2020 ha improvvisamente inceppato l’economia planetaria.

    La prima riflessione da considerare è che il costo del nolo di un container dipende dalla sua ripartizione tra il viaggio di andata dal punto A al punto B e quello di ritorno dal punto B al punto A; ma se la “pandemia” mantiene i container vuoti e bloccati nei porti occidentali, il nolo di quelli ancora disponibili per trasportare le merci prodotte in Asia fatalmente raddoppia, o si triplica, o peggio.

    A loro volta gli importatori devono ripercuotere gli aumenti dei noli sui prezzi delle merci o delle materie prime trasportate… e in una micidiale catena questi rincari dei “fattori produttivi” inevitabilmente si scaricano sui prezzi dei prodotti finiti che noi – gli “utenti finali” – compriamo in negozio: è questa, in parole semplici, l’inflazione.

    Il rincaro della bolletta elettrica è dovuto anche ad un altro fattore di cui i media non parlano molto, o meglio ne parlano per osannare la cosiddetta decarbonizzazione e le ragazzine attiviste (la biondina e la moretta) che se ne fanno promotrici alla testa di cortei di loro coetanei che quel giorno non vanno a scuola, ma è bene sapere che questa “transizione energetica” ha un costo non indifferente: infatti le aziende che nell’Unione europea emettono CO2 (la formula chimica dell’anidride carbonica, a cui si vuole addebitare la colpa principale del riscaldamento climatico) devono comprare dei “permessi” di emissione chiamati ETS (da Emission Trading System, cioè Sistema di scambio delle emissioni), i cui costi ovviamente le aziende scaricano a catena sulle altre imprese loro clienti e sui consumatori finali, cioè noi.

    Nello scorso mese di novembre si è tenuto a Glasgow l’osannato vertice COP26 sul cambiamento climatico, ma con le assenze di rilievo di Russia e Cina; anzi quest’ultima (che da sola vale ben il 17% della popolazione mondiale) recentemente ha impartito alle sue miniere di carbone l’ordine di accelerare le estrazioni per alimentare le sue centrali elettriche.

    L’India al vertice c’era, ma si è impegnata a realizzare la neutralità carbonica nel 2070, cioè fra 48 anni… un impegno che si potrebbe definire comico, dato che in questo periodo lunghissimo potrebbero accadere – e verosimilmente accadranno – eventi oggi imprevedibili, che rimescoleranno tutte le carte in tavola.

    Insieme Cina e India totalizzano quasi il 35% della popolazione mondiale e l’intera Unione europea appena poco più del 5%: la decarbonizzazione dell’UE ed i suoi costosi permessi di emissione sono obiettivi e strumenti lodevolmente idealistici… anche se qualcuno potrebbe definirli velleitari… ma potranno veramente incidere sul riscaldamento climatico – ammesso che la causa sia veramente l’anidride carbonica, e non ad esempio un ciclo climatico come tanti altri ce ne sono stati nei milioni di anni della storia del pianeta – se altri Paesi, che insieme superano il 40% della popolazione mondiale, diciamo eufemisticamente che “ignorano” l’argomento?

    E così facendo l’Europa non si infligge da sola un pesantissimo quanto oggettivamente inutile svantaggio competitivo verso i concorrenti asiatici, che possono invadere i nostri mercati con i loro prodotti a basso costo mentre gli europei si ostacolano da soli?

    Con questa riflessione chiudo questa seconda parte, ringraziando chi nell’anno che sta per concludersi mi ha dedicato un po’ del suo tempo per seguire insieme la situazione politica ed economica mondiale e sperando di essergli stato utile e piacevole.

    Per il momento non mi resta che augurare Buone Feste a tutti i lettori, dandovi appuntamento all’inizio di gennaio con la terza parte di quest’esame, in cui vi parlerò dell’automobile elettrica, dell’energia nucleare, e naturalmente ancora dell’inflazione e delle “strategie” della Banche centrali.

    E soprattutto vi auguro nel Nuovo Anno tanto CORAGGIO e INTELLIGENZA,  perché ne avremo tutti grande bisogno…

    Francesco D’Alessandro

     

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