Caspar David Friedrich – Viandante
sul mare di nebbia – 1818

Ragionando dentro lo Stivale

Cosa ci faccio qui?

Perché non sono con voi nell’isola?

Seduto sul trono di cartelle esattoriali aspetto.

Giullari mi passano davanti per convincermi, per avere i miei «ma certo! lo faccio subito! ».

Ma io li caccio via.

Bestie!


Non intuiscono minimamente il fuoco di libertà e di vita che abbiamo dentro.

Quel fuoco che cerca la sofferenza che ora si vive, da sacrificare; ma qui essere un popolo, una terra, un castello non bastano, sanno di falso, sanno di ipocrisia.

Proni sull’altare di pietra fredda siamo violentati; nuovi simboli avanzano, neolingue, impalpabili mantidi.

I simboli antichi oramai appena li intravediamo nella penombra, spariscono inebriati da droghe che annullano le volontà, anche solo per sussurrare il proprio nome.

Alle volte si conquista grazie alla forza che nasce dall’essere violato, oltraggiato, offeso, costretto.

Disposti anche a creare un sabba con la dea luna che guarda, consapevoli che per conquistare bisogna osare anche contro natura.

Quando penso a Tenerife vengo comunque sempre avvolto da mille pensieri; io cerco di “scremarli”, cioè capire se sono pensieri partoriti dai miei desideri devastanti o da una fantasia troppo fervida o da letture sbagliate delle guide Routard.

Anche leggendo “furiosamente” i blog dei vari social dell’isola, sento sovente dialoghi che sanno di “chissà!”. Allora io seleziono: tolgo il banale, cancello il cretino credulone dentro di me, tutto quello che praticamente arriva da me e me solo consapevole di aver letto troppe favole da piccolo.

Ma alcuni dubbi, pensieri, sensazioni, emozioni, domande rimangono.

Pensieri che guardo stupito, inarcando le sopracciglia con fare interrogativo.

Vorrei sempre vedere l’isola grande, importante, amata, desiderata, invidiata, unica, felice ma messa da parte questa visione ecco che si affaccia un’altra provocazione, fa capolino come chi è in coda a uno sportello ed ha aspettato il suo turno con impazienza.

Esiste veramente la “comfort zone”?

O tutto il mondo è paese?

Eppure in quel poco tempo che ho vissuto nell’isola, ho avvertito un atteggiamento sempre fresco come una rosa appena colta, ancora avvolta di gocce di rugiada; il suono delle parole che sentivo erano come di una festa continua (con ricchi premi e cotillon), il suo fisico provocante l’ho vissuto come un viaggio in crociera nei mari incantati dei tropici, il suo sorriso sbarazzino pareva come fiaba….

Ma alle volte è come se mancasse un ponte tra me e il suo mondo, come se fossi stato bastonato in passato e ora non m’interessa nessun rapporto che potrebbe provocare sofferenza.

Mi sento sfuggente.

In questa miscellanea di cose confuse cerco di mettere a fuoco cos’è quest’ombra, di chi è, che ruolo ha per me. Non riesco a capire da dove arriva, chi l’ha generata, se esiste veramente… o sono io che ho un po’ di cataratta nell’occhio.

Ad un certo punto ho pensato che forse quell’ombra è generata da una mia insicurezza.

Una sorta di paura di sbagliare nelle mie scelte.

Se è questo, allora sorrido perché tutto rientra nel grande gioco dei rapporti con le cose e con gli altri, ma se è un’insicurezza che a me può non far vivere favole e desideri, allora vorrei cancellarla, distruggerla.

Per ora sono qui impotente, vorrei vestirmi di un abito elegante, ma sono dietro il paravento e non oso uscire.

Andrea Maino

Caspar David Friedrich – Viandante sul mare di nebbia – 1818