Questo mese l’arca del mistero farà rotta verso l’ottava isola dell’arcipelago canario per far scoprire ai lettori alcuni misteri che circondano la Graciosa.

Questa piccola isola con una superficie di appena ventinove chilometri quadrati è parte di 2 insiemi di terra che emergono dal mare, risultando come la più piccola delle Canarie e la più grande dell’arcipelago di Chinijo.

Gli antichi popolatori delle isole per secoli avevano considerato questa terra come la dimora degli dei e in alcune popolazioni la residenza dei demoni, per questo motivo nessuno degli abitanti di Lanzarote e Fuerteventura denominati “Majos” osavano avvicinarsi alla zona nonostante si trovi a poco più di un chilometro dall’isola principale.

Nel tredicesimo secolo durante la fase di conquista le navi capitanate dal celebre Juan de Bethencourt al servizio del re Enrique III, venute a conoscenza delle leggende locali, approdano alla Graciosa fondando il campo militare di conquista delle Canarie.

Durante i decenni successivi vennero impiegati fiumi di inchiostro per narrare le vicende dei conquistatori e le vicissitudini dei militari di stanza sull’isola, definendola come un luogo esotico, unico, eccellente per ormeggiare le navi grazie alle sue cale naturali che permettevano di occultare le imbarcazioni dal mare e le correnti favorevoli che la circondavano.

Quando questi documenti arrivarono alle corti europee iniziarono a denominare l’isola come la terra felice dopo le colonne d’Ercole.


Sfortunatamente però questi racconti arrivarono nelle mani di corsari e pirati, che al conoscere le preziose qualità dell’isola decisero di utilizzarla come punto di partenza per depredare le navi mercantili europee in viaggio dalle Indie.

Nei racconti popolari si raccontava di una nave inglese della compagnia delle Indie, che durante il lungo viaggio di ritorno, sospetta di poter essere depredata e quindi l’equipaggio decide di portare tutto il prezioso carico a terra e nasconderlo durante la notte.

Quando il giorno successivo effettivamente vennero abbordati, i predoni al non trovare ricchezze uccisero tutti i marinai tranne il più giovane, con il proposito di farlo tornare in Inghilterra e raccontare la sorte che sarebbe toccata a chi provasse usare sotterfugi per non essere razziati.

In realtà il navigante tornato al suo paese natale informò dell’accaduto e del punto approssimativo dove era stato nascosto il tesoro solo quando ormai anziano riuscì a riunire il coraggio necessario per rivivere e raccontare le atrocità di cui fu testimone.

La notizia di un gran tesoro nascosto fu così importante che si diffuse rapidamente per tutta Europa ed arrivò alle orecchie anche di pirati famosi come Amaro Pargo e Cabeza de Perro, che approfittando della necessità di nascondere i ricchi bottini saccheggiati a inglesi, olandesi e spagnoli iniziarono le ricerche del tesoro perduto ma senza successo.

Quando nel secolo diciannovesimo le scorrerie dei pirati ormai erano un ricordo, molti naviganti locali iniziarono ad utilizzare le acque intorno alla Graciosa per pescare grazie alla grande quantità di risorse ittiche che conservava. Spesso però, consapevoli delle leggende di grandi tesori sepolti, alcuni avventurieri cercavano fortuna approdando sull’isola e sperando di tornare con carichi più preziosi che i pesci.

Dopo molti tentativi infruttuosi, le storie piratesche iniziarono ad essere considerate mere leggende senza fondamento, se non fosse che un pescatore, stanco della dura giornata decide di rifugiarsi in una piccola cala sabbiosa per la notte e quando la chiglia dell’imbarcazione si incaglia nella sabbia della spiaggia fa emergere parte di un tesoro spagnolo del quattordicesimo secolo.

Da quel momento all’improvviso le leggende passarono ad avere uno sfondo molto reale e le richieste di investigare l’isola e gli isolotti circostanti furono tantissime, ma sempre vennero negate dal governo spagnolo per il rischio di trasformare una delle più belle isole delle Canarie in una miniera a cielo aperto.

Loris Scroffernecher