Je me fous

San Sebastiano,
Andrea Mantegna, 1456-1457

Molteplici dardi avvelenati penetrano continuamente nel corpo della nostra esistenza.

Ognuna di queste frecce ha un nome, un suo modo di proporsi, una sua maniera di ferire ma anche di ucciderci. Provo a identificarle?

Sono battezzate: vergogna, speculazioni, virus, panico, scandalo, arroganza, burocrazia, furbizia, violenza, avvelenamento, menefreghismo, egoismo, ignoranza, potere, offesa, terremoto, falsità, calunnia…

No, non riesco a dare tutti i nomi a tutte le frecce, ma ci tengo a far notare che non identifico solo azioni nefaste e bastarde di uomini su altri uomini, ma anche di tutti gli espedienti che la natura esprime per massacrarci.

Quelle azioni insomma che colpiscono “i mansueti, i puri di cuore, i poveri di spirito”, gli ingenui, i deboli…

Tutte le frecce, tendenzialmente, le consideriamo separatamente, entità a sé stanti, che fatalmente accettiamo oppure cerchiamo di combatterle con diversi espedienti, quasi sempre fallimentari, per infine essere comunque trafitti e gettati nella cloaca maxima come copie sbiadite di un San Sebastiano.


Ma esiste un “minimo comune multiplo” che accomuna queste infauste vicende?

Cioè una cosa che hanno in comune, rispetto alle differenze dalla loro tipicità?

Se individuiamo questo elemento, possiamo annullarlo e, come per magia, svaniranno tutti gli strazi cui siamo sottoposti, o quantomeno possiamo dirottare tutti i dardi lontani dal nostro essere.

Dobbiamo sviluppare, in altre parole, un’arma da poter usare o una condotta da tenere per abbattere le cancrene e i mal di stomaco che ci provocano questi eventi.

Senza scomodare il Nirvana dalla peculiarità troppo articolata per la nostra cultura, deduco semplicemente che l’elemento che accomuna queste ostilità non è un loro ingrediente, in realtà siamo noi.

L’ingrediente che accomuna le azioni che ci feriscono è vedere noi come vittime sacrificali.

Potremmo certamente salvarci ritenendoci “vittime” così da giustificare il dolore delle molteplici ferite.

Essere vittima inoltre “rende”, dà prestigio, impone l’ascolto, promuove riconoscimento, garantisce innocenza oltre ogni ragionevole dubbio.

Credo invece che la strada giusta da percorrere per evitare, in un attimo, tutti i dardi che si nutrono della nostra sofferenza e panico, sia quella di cancellare e non considerare più la nostra cultura atavica, avuta in eredità, che pareva fosse maestro autorevole la vita.

Cancelliamo dunque tutti gli “insegnamenti” che hanno influenzato il nostro credo, la nostra visione morale, da Pinocchio a Erich Fromm, da Superman a Pessoa, da Platone alla Bibbia, dalle icone Bizantine ai racconti di Canterbury, da Anaïs Nin a Fabrizio de Andre, da Cervantes a monsignor Della Casa, da Dante a Ombre Rosse, … tutto quello che è radicato dentro di noi come verità assodata.

È importante annullare l’essere capri espiatori e soprattutto imparare a vivere senza sensi di colpa per la nostra impotenza; alle volte arrendersi è una medicina efficace.

Ogni azione, ogni cultura, ogni fato ha un suo proprio criterio la cui validità comincia e finisce con essa.

Non esiste alcuna morale umana o divina universale, che siamo indotti a credere vera e che ci prende a sberle se non siamo in sintonia con essa.

A ogni senso di colpa che compare e ci vuol trafiggere dobbiamo gridare: “je me fous”, per dirla alla francese.

Insomma, se incontri il Buddha per strada, uccidilo.

Andrea Maino

San Sebastiano,
Andrea Mantegna, 1456-1457