“TMT” è la sigla di moda negli ultimi 2 anni nelle Canarie. É l’acronimo di Thirty Meter Telescope (Telescopio da Trenta Metri) che, una volta realizzato, sarà il telescopio terrestre più avanzato e potente della storia della astronomia. Un investimento globale di oltre un miliardo di dollari. Però il motivo di questa sua insperata popolarità tra gli abitanti delle isole Canarie è la grande polemica che gira intorno alla sua ubicazione. TMT è infatti il grande telescopio terrestre che gli americani vorrebbero costruire nell’area osservativa di Mauna Kea, nelle isole Hawaii, dove già esistono ed operano dodici telescopi, e contro la cui ubicazione si sono schierate associazioni ambientaliste e una parte della popolazione nativa hawaiana.

La prima cosa da mettere in chiaro, prima di entrare nei dettagli del problema scientifico e politico, è però il fatto che sia solo una parte della società hawaiana, non necessariamente maggioritaria, che si oppone all’installazione del TMT a Mauna Kea. Un sondaggio a livello statale commissionato dalla società Pacific Resource Partnership nel marzo del 2017 rivelò che il 72% dei votanti potenziali (negli USA non esiste un censo elettorale a priori ma i cittadini si iscrivono volontariamente per votare) appoggiavano la costruzione del TMT a Mauna Kea. Una percentuale quindi molto più alta rispetto al 44% riscontrato nel 2015. Inoltre, nel marzo del 2018, il principale giornale hawaiano, l’Honolulu Star-Advertiser, commissionò lo stesso sondaggio ma ristretto ai soli votanti nativi hawaiani, e il risultato fu molto simile: il 72% favorevole, il 23% contrario e il 5% indeciso.

Ma andiamo per ordine.

Perché si vuole costruire un telescopio così enorme, e perché proprio su una montagna, e perché proprio sulla montagna di Mauna Kea alle Hawaii?

Gli oggetti di interesse astronomico e astrofisico (stelle, pianeti, galassie, buchi neri, nubi di gas interstellate ecc.) hanno due “spiacevoli” caratteristiche per chi li vuole osservare: non solo sono estremamente lontani, e quindi la loro dimensione apparente in cielo è estremamente piccola, ma a causa della lontananza molti di essi sono anche estremamente poco luminosi. Nel primo caso il problema è quindi quello di avere uno strumento ottico con una grande capacità di risoluzione, uno strumento cioè che ingrandisca otticamente l’immagine dell’oggetto per permetterci di apprezzarne i dettagli. Le stelle, per esempio, in alcuni casi sono oggetti molto luminosi, ma anche con i telescopi attualmente più potenti non è possibile osservare dettagli che vadano oltre il singolo puntino luminoso. E lo stesso discorso vale per i pianeti di altri sistemi solari: le immagini che vengono pubblicate non sono reali ma ricostruzioni basate su osservazioni indirette delle loro caratteristiche.

Ma non per tutti gli oggetti in cielo il problema è la dimensione apparente. Ci sono oggetti che ad occhio nudo ci apparirebbero di dimensioni notevoli nel cielo se solo fossero abbastanza luminosi. Basti pensare alla galassia di Andromeda. É una galassia distante circa 4 milioni di anni luce, ma le sue dimensioni, paragonabili a quelle della nostra galassia (la Via Lattea), sono tali che in cielo ad occhio nudo ci apparirebbe comunque tre volte più grande della Luna. Il motivo per cui non siamo abituati a vedere ad occhio nudo questa enorme spirale nel cielo notturno è solo perché, a causa della enorme distanza, è estremamente poco luminosa e quindi apprezziamo solo una minuscola macchietta che è la sua parte più luminosa, e cioè il suo nucleo centrale. Ma in un cielo ben scuro è perfettamente possibile fotografarla con una semplice macchinetta fotografica senza particolari obiettivi zoom per ingrandire l’immagine: è sufficiente usare un tempo di esposizione molto lungo oppure un obiettivo con una grande apertura e quindi molto luminoso.


Un telescopio quindi non è altro che un enorme obiettivo fotografico e i suoi scopi rispetto all’occhio umano sono due: aumentare la capacità di risoluzione per poter osservare dettagli di oggetti poco estesi, e aumentare la capacità di raccogliere la luce per poter osservare oggetti poco luminosi. I primi telescopi della storia erano costruiti con sistemi di lenti ed avevano il tipico aspetto di un enorme cannocchiale a tubo. Migliorarne le capacità significava aumentare non solo la dimensione delle lenti ma anche la lunghezza del “tubo”. Oltre una certa dimensione però sarebbero necessarie lenti inauditamente costose e pesanti, oltre agli ovvi problemi meccanici per gestire la lunghezza del “tubo”. I grandi telescopi moderni sono perciò basati su sistemi a specchi e non a lenti, cosa che permette una configurazione più compatta e gestibile. Più che a grandi cannocchiali, somigliano quindi a grandi antenne paraboliche aperte (la parabola è il cosiddetto specchio principale o “primario”) e il miglioramento delle loro capacità si ottiene fondamentalmente aumentando le dimensioni di quest’ultimo.

Il famosissimo telescopio dell’Osservatorio di Monte Palomar in California, con il suo specchio primario di 5 metri di diametro, entrò in funzione nell’ormai lontano 1948 e per ben 45 anni (fino al 1993) fu il telescopio ottico più grande del mondo. Nel 2007 proprio nelle Isole Canarie (nell’Osservatorio del Roque de los Muchachos a La Palma) fu inaugurato il GRANTECAN che con il suo specchio segmentato di 10 metri di diametro diventò il più grande del mondo. Si tratta di uno specchio formato dall’unione di tanti segmenti esagonali perché quando si arriva a queste dimensioni è impossibile realizzare uno specchio di un unico pezzo. Ed è previsto che nel prossimo decennio entrino in funzione tre nuovi grandi telescopi terrestri che, grazie alle loro caratteristiche, daranno inizio ad una nuova era per l’astronomia e la conoscenza dell’Universo. Sono ELT (Extremely Large Telescope) con uno specchio primario di quasi 40 metri che sorgerà a 3.000 metri di altezza su una montagna nel deserto cileno di Atacama, GMT (Giant Magellan Telescope) che con i suoi 25 metri di apertura sorgerà su un’altra montagna del deserto di Atacama a 2.500 metri di altitudine, e infine il TMT con i suoi trenta metri di diametro che dovrebbe essere costruito a oltre 4.000 metri di altitudine sulla montagna di Mauna Kea nell’isola di Big Hawaii.

Quindi tutti telescopi non solo di grandi dimensioni ma anche da installare a grandi altitudini. Perché? Perché il cielo che osserviamo dalla Terra lo osserviamo attraverso un “velo” di 40 km di spessore: la nostra atmosfera. Un “velo” che oltretutto non è statico ma presenta turbolenze. Non solo le nuvole ma anche la sola turbolenza dell’aria ostacola l’osservazione. Immaginate di dover leggere un libro a un metro di distanza. Già la cosa è complicata di per sè, ma si complica ancora di più se il libro in questione lo mettiamo sul fondo di una vasca d’acqua profonda un metro e vogliamo leggerlo dalla superficie. Per non parlare poi di cosa accade se l’acqua della vasca inizia a presentare turbolenze. Per sfruttare appieno le potenzialità di questi enormi telescopi l’idea è quindi quella di portarli in posti di grande altitudine. In questi luoghi ci si trova quasi costantemente al di sopra delle nuvole, la quantità di atmosfera che ci rimane sopra la testa è minore (la densità dell’atmosfera non è costante ma diminuisce con l’altitudine e quindi a 4.000 metri già siamo al di sopra del 40% dell’atmosfera) e l’aria è fredda, secca e rarefatta e presenta quindi una minore turbolenza. In pratica su colonne altissime e lontano da tutto… E proprio queste sono le caratteristiche che hanno posti come Mauna Kea nelle Hawaii, le Ande e le montagne del deserto di Atacama in Cile, Izaña a Tenerife e il Roque de los Muchachos a La Palma. Posti dove quindi, col passar degli anni, si è andata concentrando l’installazione dei principali telescopi terrestri.

Il TMT vedrà tra 10 e 100 volte (dipendendo dal tipo di osservazione) più lontano e in modo più nitido dei telescopi attuali. Ci si aspetta che la sua capacità di risoluzione sia fino a dodici volte superiore a quella del famosissimo Telescopio Spaziale Hubble. E gli obiettivi scientifici del TMT, per il quale è prevista una vita utile di decenni, sono molteplici. Innanzitutto lo studio dell’Universo primordiale, dal momento che la luce che osserviamo impiega un certo tempo per giungere fino a noi e quindi più si riesce a in dettaglio oggetti astronomici lontani, più si riesce a vedere in dettaglio come e quali erano i fenomeni fisici determinanti all’inizio della vita dell’Universo. Per la stessa ragione, ma guardando più vicino, si potrà studiare il modo in cui si sono formate le galassie e le stelle, e cercare di testare le ipotesi attuali sulla presenza di materia ed energia “oscura” nell’Universo. E si spera abbia un ruolo importante anche nello studio dei Buchi Neri. Infatti, le conoscenza attuali suggeriscono che il fenomeno dei Buchi Neri è legato ai processi di formazione delle galassie e che quindi tutte o quasi tutte le grandi galassie (compresa la nostra) dovrebbero avere un Buco Nero al proprio centro. Infine, andando ancora più vicino, si spera di poter ottenere informazioni sui processi di formazione dei sistemi planetari ed una maggiore capacità di scoperta e di studio di pianeti extrasolari.

La montagna di Mauna Kea è sicuramente un luogo ideale, la cui qualità astronomica è testimoniata dai risultati scientifici ottenuti dai numerosi telescopi (attualmente una dozzina) che vi sono stati installati a partire dagli anni ’60.

A onore del vero bisogna dire che gli americani non hanno scelto le Hawaii per nazionalismo o per partito preso. Il comitato che gestisce il progetto TMT valutò durante alcuni anni, con missioni scientifiche sul posto, vari luoghi in varie parti del mondo e alla fine la scelta rimase ristretta al Cerro Armazones nel deserto di Atacama (in Cile) e a Mauna Kea sull’isola grande delle Hawaii. Solo nel luglio 2009, come risultato di un compromesso tra considerazioni di natura scientifica, finanziaria e politica, si optò per le Hawaii dove già da anni operano altri telescopi.

I promotori del progetto a Mauna Kea insistono sul fatto che la posizione scelta dentro l’area di Mauna Kea presenta un impatto archeologico ed ambientale minimo, non essendo presenti né elementi archeologici né piante ed insetti in pericolo di estinzione. Fanno notare che il progetto è in regola con tutte le certificazioni di impatto e sostenibilità, che è poi il motivo per cui tutte le azioni legali contro la costruzione del telescopio si sono infrante nei tribunali. Inoltre insistono sul fatto di aver sempre coinvolto le comunità locali durante gli otto anni di gestazione del progetto e fanno leva sul fatto che i sondaggi dimostrerebbero come l’opposizione al progetto, anche se appoggiata da personaggi pubblici e famosi, sia minoritaria all’interno della società hawaiana.

Per gli oppositori però la cosa è più sottile e non riguarda solo la sfera legale ed ambientale.

Sin dagli anni ’60, quando iniziò l’installazione dei primi telescopi a Mauna Kea, nonostante il più che positivo impatto economico e tecnologico per l’isola di Big Hawaii, vi fu l’opposizione di una parte della popolazione. Opposizione che non ha mai cessato di esistere e che con il progetto TMT ha riacquistato forza e visibilità. Nella cultura nativa hawaiana Mauna Kea è una montagna sacra. Nella cultura nativa hawaiana esiste ciò che è “kapu”, e la montagna di Mauna Kea lo è. Citando le parole di Rosie Alegado, nativa hawaiana e docente di Oceanografia all’Università delle Hawai, “Per i nativi hawaiani kapu ci impone che, come membri della società, dobbiamo essere cauti, chiederci se un’azione debba o non debba essere intrapresa. Riconoscere ciò che è kapu è una pietra angolare di due valori hawaiani quali il prendersi cura delle persone e dei luoghi. Anche la scienza occidentale aderisce al kapu, lo chiamiamo etica, e dobbiamo prendere sul serio questa responsabilità nei confronti del pubblico e dell’ambiente”. Come dire che non si è contro lo sviluppo scientifico, ma che questo non può essere imposto alla gente senza il loro consenso.

Quindi, nonostante il progetto conti con tutte le autorizzazioni e abbia vinto tutte le battaglie legali finora portate avanti, nulla è stato ancora deciso. E sin dal primo momento l’Istituto di Astrofisica delle Canarie, con l’appoggio del governo canario e del governo statale, ha offerto un’area nell’Osservatorio del Roque de los Muchachos sull’isola di La Palma. Con tutte le autorizzazioni e le licenze praticamente pronte. Chi vivrà, vedrà.

Gianni Mainella