L’Argentina c’è ricascata: il grande Paese sudamericano, le cui componenti etniche principali sono la spagnola e l’italiana (è famosa la battuta: l’Argentina è un Paese abitato da italiani che parlano spagnolo) è nuovamente nella morsa di una crisi finanziaria paurosamente simile ai drammatici eventi dell’inizio del secolo, quando l’insostenibilità della situazione economica costrinse il governo a rinunciare alla parità col dollaro e ad imporre la conversione forzosa in pesos dei depositi in valuta estera.

Per impedire le fughe di capitali con cui gli argentini avrebbero tentato di aggirare la “pesificación” ed evitare la corsa ai prelievi in massa dalle banche, che avrebbero fatto crollare il sistema, il governo del presidente De la Rúa impose il “corralito”, cioè il doppio divieto di inviare denaro all’estero per motivi non commerciali e di prelevare dai conti bancari più di 250 pesos a settimana.

In un drammatico scenario di scontri di piazza che costarono 33 morti e di saccheggi dei supermercati, il 19 dicembre 2001 il presidente De la Rúa decretò lo stato d’assedio e il giorno dopo firmò le dimissioni, sfuggendo alle migliaia di manifestanti che circondavano la residenza presidenziale della Casa Rosada in un elicottero spericolatamente sospeso a pochi centimetri dal tetto del palazzo, dove non aveva osato posarsi per paura che il peso del velivolo facesse crollare l’edificio.

Il 23 dicembre il presidente interinale Adolfo Rodríguez Saá dichiarò la più grande insolvenza di uno Stato in tutta la storia mondiale: ben 100 miliardi di dollari fra capitale e interessi.

Appena una settimana dopo anche Rodríguez Saá si dimise e all’inizio di febbraio 2002 il nuovo presidente interinale Eduardo Duhalde annunciò la svalutazione del peso, che perse circa il 70% del valore rispetto al dollaro. Nel 2005 i creditori dell’Argentina stipularono col governo un accordo che prevedeva il taglio di circa i due terzi del debito.

Il fallimento dell’Argentina (perché al di là delle edulcorate terminologie tecniche, in pratica di questo si trattava) colpì duramente anche quasi mezzo milione di piccoli risparmiatori italiani, che allettati dagli alti interessi avevano comprato le sue obbligazioni e improvvisamente si ritrovarono in mano carta straccia.


Questi, in breve, furono gli eventi quasi due decenni fa… ma torniamo al presente.

Il 27 ottobre gli argentini saranno chiamati ad eleggere il nuovo presidente perché quello in carica, Mauricio Macri, è alla fine del mandato.

Mauricio Macri, un ingegnere proveniente da una facoltosa famiglia di imprenditori (il padre era nato in Italia), ha un passato movimentato: il 24 agosto 1991 fu rapito da una banda di estorsori e fu liberato il successivo 6 settembre dopo il pagamento di un ingente riscatto.

Dal 1995 al 2007 fu presidente dell’importante squadra di calcio del Boca Juniors e nel 2003 fondò il partito di centrodestra “Compromiso para el cambio” (Impegno per il cambiamento), alla testa del quale nel 2007, e poi ancora nel 2011, fu eletto governatore della regione di Buenos Aires.

Dal 2015 è presidente dall’Argentina, essendo succeduto a Cristina Fernández de Kirchner, a sua volta eletta presidente dopo la rinuncia a ricandidarsi del suo predecessore, il marito Néstor Kirchner.

Come spesso accade in Sudamerica (e anche in Italia: ricordate il berlusconismo e il renzismo…?), al movimento politico dei Kirchner fu dato un nomignolo derivato dal loro cognome: il kirchnerismo, difficilmente definibile secondo i criteri politici europei.

Approssimativamente lo si potrebbe definire una costola di sinistra del peronismo, il movimento creato dal mitico Generale Juan Domingo Perón e da sua moglie María Eva Duarte (rievocata nel 1996 nel bel film “Evita” interpretato da Madonna), e proseguito dopo la morte del Generale dalla sua terza moglie Isabel Martínez de Perón.

Nel 2015 Macri, esponente del centrodestra liberista e gradito agli ambienti finanziari internazionali, è stato eletto sull’onda della disaffezione dell’elettorato per Cristina Fernández, penalizzata da due mandati presidenziali consecutivi e da una serie di conflitti con varie categorie di operatori economici, tra cui molto gravoso quello con gli esportatori di prodotti agricoli contrari alle “retenciones móviles”, cioè le aliquote d’imposta crescenti di pari passo con l’aumento di valore delle colture esportate.

Tuttavia i risultati della presidenza di Macri non hanno adempiuto le attese: nel periodo dal 2015 al 2018 l’indice di povertà è aumentato dal 29,20% al 33,60%, l’inflazione è salita dal 28,22% annuo nel periodo 2012-2015 al 37,40% nel triennio 2016-2018 ed a giugno 2019 aveva superato il 56%, la disoccupazione è tornata a due cifre, il peso si è deprezzato e l’indice del rischio paese (cioè il rischio corso dagli investitori esteri) si è impennato a 1.700 punti.

I governi peronisti precedenti avevano tenuto artificialmente basse le tariffe delle utenze (principalmente trasporti pubblici, elettricità e gas) addebitando la differenza al deficit di bilancio dello Stato, ma la volontà di Macri di adeguarle al costo di mercato ha comportato aumenti (riassunti collettivamente nell’espressione popolare “el tarifazo”) fino al 100%.

Per attirare gli investitori esteri, tenere il passo dell’inflazione e sostenere il tasso di cambio del peso il Banco Central de la República Argentina ha dovuto aumentare fino a un incredibile 60% il tasso d’interesse ufficiale… insomma, un bilancio non proprio lusinghiero: secondo il programma concordato dal governo con il Fondo monetario internazionale per ottenerne i prestiti, alla fine del 2019 il debito pubblico non avrebbe dovuto superare il 64,50% del PIL, l’inflazione annua avrebbe dovuto rallentare al 17%, il PIL avrebbe dovuto aumentare dell’1,50% e la disoccupazione avrebbe dovuto scendere all’8,60%, ma già adesso nessun obiettivo risulta raggiungibile.

Dicevamo poco fa che il mandato presidenziale di Macri scadrà il prossimo mese di ottobre.

Il sistema elettorale argentino prevede un turno preliminare (le “primarias”) a cui tutti i candidati possono partecipare, ma solo le accoppiate presidente-vicepresidente che superino in questo primo turno l’1,50% dei voti potranno concorrere all’elezione finale.

Nelle primarie di agosto hanno superato la soglia minima il Frente de Izquierda (Fronte di sinistra, 2,98%) di Nicolas del Caño e il “Consenso Federal” dell’ex ministro dell’economia Lavagna (8,61%), ma il successo se lo contenderanno la coppia Macri-Pichetto di “Juntos para el Cambio” (Insieme per il cambiamento, 33,27%) e la coalizione peronista d’opposizione “Frente de todos” (Fronte di tutti, vincitrice delle primarie con il 48,86%), che candida a presidente Alberto Fernández ed a suo vice proprio l’ex presidentessa Cristina Fernández.

Se queste percentuali fossero confermate i due Fernández risulterebbero già eletti il 27 ottobre, senza dover attendere il ballottaggio del 24 novembre.

Come spesso accade in politica, dovendo scegliere tra due mali gli ambienti internazionali preferiscono quello che considerano il minore, ossia Macri nonostante gli scarsi risultati, temendo di più il ritorno al potere dei peronisti, ritenuti propensi a cercare il facile consenso popolare gonfiando la spesa pubblica.

La reazione dei mercati all’esito delle primarie fu immediata e il 12 agosto il peso si svalutò in poche ore del 40%, cadendo da 42 a 66 per un dollaro.

Il crollo del cambio col dollaro fece impennare l’inflazione con aumenti dei prezzi a due cifre in un solo giorno, compresi i generi alimentari.

Le dimissioni del ministro delle finanze Nicolás Dujovne, ipotizzate per la sua assenza dalle riunioni del governo dopo il 12 agosto, furono ufficializzate il 20 agosto dal giuramento del nuovo ministro Hernán Lacunza, fino ad allora responsabile dell’economia nel governo regionale di Buenos Aires.

Da dicembre 2015 a marzo 2019 l’Argentina si è indebitata con l’estero per oltre 107 miliardi di dollari, 106 dei quali bruciati nello stesso periodo per fughe di capitali e pagamenti di interessi, e lo scorso agosto il debito pubblico argentino ha superato il 100% del PIL, ossia il doppio di quanto era a dicembre 2015, con l’aggravante che l’80% è denominato in dollari, rincarati per il crollo del peso.​

Il 28 agosto il governo, con l’acqua alla gola, ha disposto unilateralmente il rinvio del rimborso di alcune emissioni di titoli pubblici a breve termine ed ha chiesto ai creditori esteri di aderire volontariamente al posticipo del rimborso dei loro prestiti, coniando per l’occasione il nuovo termine “riprofilazione del debito”, che però gli analisti preferiscono chiamare “insolvenza parziale”.

Un’analoga richiesta di rinvio dei rimborsi è stata trasmessa al Fondo monetario internazionale, mentre l’inflazione continua a falcidiare i redditi della popolazione e la fuga degli investitori esteri ha fatto precipitare la Borsa.

In queste circostanze drammatiche l’Argentina si avvia ad eleggere il nuovo presidente, che si insedierà solo il 10 dicembre.

Fino ad allora difficilmente i creditori vorranno trattare con un governo agli sgoccioli; quello che accadrà dopo è avvolto nella nebbia, ma le premesse non annunciano nulla di buono.

Dopo quella brasiliana l’economia argentina è la seconda maggiore del Sudamerica, già alle prese con le convulsioni del Venezuela (di cui ho parlato nel numero di luglio) e con le difficoltà del Brasile, che nel quadro internazionale si sommano alla guerra commerciale sino-statunitense, al nodo della Brexit ormai prossimo ad arrivare al pettine ed alla crisi petrolifera dopo il recente attacco con i droni contro i pozzi sauditi… un cocktail infernale di situazioni, che promette un finale d’anno incandescente.

Francesco D’Alessandro