Vorrei proporre una riflessione “superpartes” valida per qualsiasi preferenza di voto.

Il rapporto fra doveri e diritti degli stranieri residenti è fortemente sbilanciato.

Se fossimo pochini e dispersi, sarebbe solo triste, però siamo la comunità straniera più numerosa in una terra che ha il pregio di proteggere i nativi, e il difetto di soffrire l’equiparazione dei diritti fra guanche e ghiri.*

La terza via fra accettare di avere più doveri che diritti e arroccarsi in una “Little Italy” che ricatta con la forza del numero e offre una soluzione peggiore del male, è l’intelligenza di chi sa guardare lontano.

Educare è andare incontro.

La sola chance, per ospitanti e ospitati, è educarci a vicenda a vivere insieme.


Tenerife è debole dove noi siamo forti.

E viceversa.

Molti italiani di eccellente livello hanno lasciato il nostro paese ribellandosi all’istituzionalizzazione del sopruso e dell’illegalità.

Siamo qui per amore di legalità tradito.

La stragrande maggioranza dei canari, per contro, soffre nel rinunciare alle leggi non scritte di una comunità piccola e periferica in cui tutti avevano un “primo de mi primo” in grado di risolvere qualsiasi problema senza scomodare la burocrazia.

La loro formula sostiene meglio di uno stato una comunità piccola, ma condanna al suicidio una società complessa, cresciuta troppo in fretta.

Le Canarie e la  Spagna sono l’Italia euforica di Craxi degli anni ’80.

Noi veniamo dal futuro.

Sappiamo che la corruzione portata a sistema uccide la mucca, e il contadino poi dà fuoco alla stalla e resta solo desolazione e cenere.

Siamo, per i canari che vogliono uno sviluppo a lungo termine, meno ingordo e più stabile, una risorsa preziosa.

Per aver voce dobbiamo aver peso, abbiamo bisogno di rappresentanti italiani consapevoli che se abbandoniamo l’isola con la velocità con cui l’abbiamo occupata, le spariamo al cuore.

Senza inglesi e italiani non regge il colpo nemmeno la Mercadona.

Per contro, la collaborazione attiva italo-canara per scremare la nostra comunità dai delinquenti e disperati che la coprono di vergogna, è piuttosto un nostro dovere che un nostro diritto.

Abbiamo bisogno di rappresentanti italiani che inizino a creare un “portale” italiano all’interno delle istituzioni.

Dobbiamo sceglierli bene.

Dobbiamo controllare chi erano “prima”, se hanno di che vivere con mezzi propri, come si mantengono qui.

Se sono forti abbastanza da non essere troppo ricattabili.

Dobbiamo vincere il pregiudizio atavico che ci fa odiare chi si trova un posticino comodo in política, dobbiamo iniziare a usare le istituzioni per ciò a cui servono: dobbiamo pretendere che avvenga l’evoluzione pokemon da ghiri a cittadino, dobbiamo sapere a chi rivolgerci quando varchiamo la porta dell’ayuntamiento con la sensazione che a nessuno gliene freghi nulla se stiamo bene o male, se risolviamo un problema o no.

Dobbiamo scegliere un italiano e iniziare a bucare la montagna.

Siamo abbastanza da scegliere da soli un sindaco.

Iniziamo l’allenamento di cittadino scegliendo almeno un consigliere.

Claudia Maria Sini