Cari amici, questo mese cercheremo di fare il punto su un evento di assoluta importanza politica ed economica come la cosiddetta Brexit, la cui conclusione dopo una lunga serie di rinvii è stata “provvisoriamente” fissata al 31 ottobre, cioè dopo la pausa estiva… uso il virgolettato perché ulteriori rinvii e colpi di scena dell’ultima puntata di questo lunghissimo polpettone economico-politico non sono affatto da escludere.

Ma prima di fare il punto della situazione è bene chiarire il significato di questo nome: “Brexit” è la fusione delle due parole “Britain” (appellativo con cui gli stessi britannici a volte indicano il Regno Unito, o United Kingdom, o a volte per brevità UK) ed “exit” (parola di origine latina che significa “uscita”); quindi Brexit significa “uscita del Regno Unito”, restando sottinteso che l’uscita sarebbe dall’Unione europea.

Su questo modello poi sono state coniate altre espressioni sempre riferite all’uscita di un Paese dall’UE, da “Frexit” (uscita della Francia) a Italexit (uscita dell’Italia), ecc.

Ma com’è iniziata questa saga complessa e interminabile, che per le incertezze e le incognite che continua a suscitare sta mettendo a durissima prova la capacità di previsione e il sangue freddo degli investitori di tutto il mondo?

Nel Regno Unito c’è sempre stata una notevole opposizione all’appartenenza all’Unione europea, di cui il Paese è membro dal 1° gennaio 1973, quindi da 45 anni.

A mia personale interpretazione questa lunga opposizione è attribuibile sia all’insularità del Paese, di cui i britannici sono psicologicamente fortemente permeati, sia alla rivalità storica con la Germania, contro la quale l’UK nel secolo scorso ha vinto due guerre e la cui supremazia continentale è visceralmente molto restio ad accettare.


Per restare nell’UE il Regno Unito in passato ha preteso e ottenuto vari privilegi finanziari e normativi; ciononostante nel referendum del 23 giugno 2016, indetto dall’allora primo ministro conservatore David Cameron, i britannici votarono a favore dell’uscita dall’Unione europea con una maggioranza del 51,89%, contro il 48,11%; in Scozia e Irlanda del Nord la maggioranza della popolazione però si espresse per rimanere nell’UE.

Il 29 marzo 2017 il governo britannico comunicò formalmente al Consiglio europeo l’intenzione di abbandonare l’UE attivando l’articolo 50 del trattato di Lisbona, secondo il quale entro due anni – quindi il 29 marzo 2019 – avrebbe dovuto concludersi la trattativa per definire con l’Unione europea le modalità di una separazione “ordinata” o “negoziata” (la cosiddetta “Soft Brexit”); oppure, mancando questo accordo, sarebbe avvenuta una separazione “disordinata” o “non concordata” (la cosiddetta “Hard Brexit”).

Le conseguenze dell’una o dell’altra ipotesi non sono irrilevanti, perché la seconda comporterebbe ad esempio l’imposizione di dazi sulle importazioni reciproche e la perdita di privilegi e facilitazioni per i numerosissimi cittadini di una parte residenti nel territorio dell’altra.

Furono così avviate le trattative tra il governo di Theresa May e l’UE, rappresentata dal negoziatore francese Michel Barnier, che il 19 novembre 2018 si conclusero con un accordo, ratificato pochi giorni dopo – il 25 novembre – dall’UE.

Per realizzare la Brexit il 29 marzo 2019 come previsto, mancava quindi solo la ratifica del parlamento britannico… e qui iniziarono i guai.

Infatti il governo di Theresa May si reggeva – e tuttora si regge – su una maggioranza comprendente non solo il suo partito conservatore, ma anche il Democratic Unionist Party o DUP degli unionisti nordirlandesi, cioè gli irlandesi di religione protestante fautori dell’appartenenza dell’Irlanda del Nord (o Ulster) al Regno Unito, grosso modo in opposizione ai cattolici che invece ne vorrebbero la riunificazione con la confinante Repubblica irlandese; inoltre una fazione molto consistente dello stesso partito conservatore di May – i cosiddetti Brexiteers, cioè i fautori di una Brexit dura senza concessioni all’UE – si è sempre opposta all’accordo, ritenendolo troppo rinunciatario.

Uno scoglio insormontabile poi si è rivelato il confine tra le due Irlande (l’Ulster appartenente al Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda), che né l’una né l’altra voleva fosse sigillato; ma lasciandolo aperto e permeabile, in pratica l’Irlanda del Nord sarebbe rimasta per molti aspetti all’interno dell’UE e il confine tra il Regno Unito e l’Unione europea si sarebbe spostato nel tratto di mare tra le due isole, separando di fatto l’Ulster dal resto del Paese, soluzione che il DUP degli intransigenti protestanti dichiarò apertamente di non voler mai accettare.

Infatti il DUP ha votato ripetutamente contro l’accordo, bocciato in parlamento più e più volte dalla stessa maggioranza di governo dopo le innumerevoli quanto inutili proroghe concesse dall’UE a Theresa May (denominata ironicamente Theresa Maybe, cioè Teresa Forse) perché cercasse di convincere i riottosi della sua maggioranza… una serie di ripetute sconfitte del governo che normalmente in qualsiasi Paese ne avrebbe comportato l’immediata caduta seguita dalla convocazione di nuove elezioni, ma in questa situazione di totale confusione e incertezza del Regno Unito le successive incognite politiche avrebbero potuto essere gravissime.

Trascorso inutilmente anche l’ultimo rinvio al 12 aprile dopo l’ennesima bocciatura dell’accordo, l’UE ha concesso al Regno Unito un’ulteriore proroga al 31 ottobre, data entro la quale il parlamento britannico “dovrebbe” mettersi d’accordo sul tipo di Brexit che intende attuare, cosa che finora non è riuscito a fare.

I britannici hanno gestito la questione in modo disastrosamente dilettantesco, prendendo una “ferrea decisione” che poi si sono dimostrati totalmente incapaci di attuare, né è detto che ci riusciranno entro il 31 ottobre.

Intanto il 26 maggio si terranno le elezioni per il parlamento europeo, alle quali il Regno Unito – ancora formalmente membro dell’UE – potrebbe dover partecipare, eleggendo dei deputati la cui nomina dopo la Brexit diventerebbe carta straccia.

Non sono mancate nell’UE le voci contrarie a concedere anche quest’ultima proroga: il presidente francese Macron si è duramente opposto e anche secondo il primo ministro irlandese Varadkar il Regno Unito dovrà scegliere se partecipare alle elezioni europee o lasciare l’Unione il primo giugno, anche con una “Hard Brexit”.

Quest’eventuale partecipazione britannica alle elezioni europee del 26 maggio resta un intricato nodo ancora da sciogliere e nessuna decisione è ancora stata presa.

Chiudo con un mio commento: al di là delle dichiarazioni ufficiali di buona volontà, l’UE teoricamente avrebbe tutto l’interesse che la Brexit si riveli una scelta sbagliata e che il Regno Unito sia “punito” da un insuccesso.

Come si spiega allora quest’ulteriore proroga al 31 ottobre concessa ai britannici, addirittura definita “flessibile”, cioè ulteriormente prorogabile?

Probabilmente la Germania, già duramente colpita dalle sanzioni che Trump ha imposto alla Cina, facendone rallentare l’economia e costringendola a ridurre le sue cospicue importazioni di prodotti tedeschi, ha ritenuto inopportuno aggiungere un altro focolaio di crisi economica interna proprio adesso, viste anche le sue notevoli esportazioni verso il Regno Unito.

Si dice che l’accordo fra Trump e i cinesi sia imminente e questo ridarebbe ossigeno alle esportazioni tedesche in Cina prima del 31 ottobre… poi si vedrà.

D’altronde una Hard Brexit sarebbe un colpo economicamente durissimo anche per il Regno Unito, e nonostante le ripetute sonore bocciature subite in parlamento Theresa May ancora spera di convincerlo a votare la sua proposta di accordo… a mio parere con scarse possibilità di successo, perché i Brexiteers del suo partito conservatore ancora considerano l’accordo troppo rinunciatario, preferendogli una Brexit anche non negoziata.

Tutti gli scenari a questo punto sono ancora aperti, comprese nuove elezioni generali, da cui potrebbe uscire una maggioranza diversa e più disposta ad accettare il colpo di scena di un nuovo referendum dall’esito imprevedibile.

Intanto la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon ha già detto in passato che dopo la Brexit la Scozia (che, ricordo, nel 2016 votò maggioritariamente per restare nell’UE) potrebbe chiedere un nuovo referendum d’indipendenza.

In un Regno Unito amputato della Scozia, in Irlanda del Nord (dove il voto sulla Brexit si è espresso per la permanenza nell’UE) potrebbe risvegliarsi l’IRA (l’Esercito repubblicano irlandese) che anni fa chiedeva la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda anche a suon di bombe e attentati.

Dopo la relativa quiete dovuta all’imprevedibile esito delle imminenti elezioni europee e poi alla pausa estiva, l’autunno potrebbe rivelarsi molto molto caldo, non solo sul fronte politico ma anche – inevitabilmente – su quello economico.

Francesco D’Alessandro